Voto fiducia Draghi, prima al Senato o alla Camera? Il timing che divide le coalizioni. Ecco perché

Voto fiducia Draghi, prima al Senato o alla Camera? Il timing che divide le coalizioni. Ecco perché
Lunedì 18 Luglio 2022, 13:42 - Ultimo agg. 19 Luglio, 10:37
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Dibattito fiduciario e chiama per appello nominale. Nella riunione dei capigruppo alla Camera si comincia a definire l'iter che seguirà il premier Mario Draghi nelle sue comunicazioni alle Camere, attese per il prossimo mercoledì. Ma se da Montecitorio già arriva il via libera per il voto di fiducia, per definire il timing della parlamentarizzazione della crisi, invece, bisognerà attendere fino alla capigruppo del Senato, prevista per le 16,30 di domani. 

Prima Montecitorio o palazzo Madama?

 

E intanto, nel corso della riunione di oggi, M5s, Pd  e Italia Viva hanno provato ad avanzare la richiesta che le comunicazioni del presidente siano rese prima alla Camera che al Senato. Un'ipotesi su cui non si è fatto attendere il veto della destra e, in particolare, del partito di Giorgia Meloni: «Da prassi e da precedenti il dibattito deve svolgersi prima al Senato - spiega assertivo il capogruppo FdI Francesco Lollobrigida - dove il Governo è nato».

 

Per Lollobrigida, un'inversione dell'ordine rappresenterebbe  «un'anomalia» o meglio una «tattica», a cui il centrodestra sembra pronto ad opporsi in modo compatto. L'allusione del capogruppo è alla possibilità che a Montecitorio possa costituirsi con più facilità rispetto al Senato un'asse tra Pd e un gruppo di "responsabili" a 5 stelle, favorevoli a un Draghi bis.

Ipotesi, al momento respinta, non solo dal Nazareno.  È a Montecitorio - spiegono alcuni esponenti del centrosinistra - che l'astensione del M5s sul voto finale al decreto Aiuti, ha aperto politicamente la crisi. Ed è quindi da qui che, secondo la coalizione di centrosinistra, bisognerebbe ripartire. Ora spetterà ai presidenti delle due Camere, Fico e Casellati, risolvere l'ennesima querelle parlamentare innescata dai riottosi inquilini della maggioranza.

In ogni caso, la prospettiva del voto sembra condizionata ancora una volta, dalla posizione del premier: la votazione, in ciascuna delle due Camere, avverrà solo qualora il premier decida di non recarsi subito al Quirinare per dimettersi.

Le reazioni dei partiti

A dare man forte a Fratelli d'Italia è arrivata anche la Lega di Matteo Salvini, per bocca di Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. I due, rispettivamente capigruppo del Carroccio alla Camera e al Senato hanno bollato come una  «farsa» la mossa di Pd e M5s di chiedere a Draghi di comunicare prima alla Camera, «solamente perchè Conte è più debole alla Camera». Per i capogruppo, si tratta di  «giochini vergognosi che vanno contro la prassi che vuole che le comunicazioni del presidente del Consiglio siano fatte nella Camera di prima fiducia, o dove si è generata la crisi. In entrambi i casi - hanno ribadito - al Senato».

I malumori non mancano nemmeno a via di Campo Marzio, quartier generale dei grillini, dove da poco è ripresa l'assemblea congiunta. Al centro delle critiche, il capogruppo pentastellato, Davide Crippa, che avrebbe sostenuto personalmente la richiesta del Pd di invertire il voto nelle due Camere. Se tra i colleghi grillini c'è chi, come Valeria Baldino, ha chiesto spiegazioni, il presidente Giuseppe Conte  sembra sconfessare la scelta del capogruppo, ribadendo la sua estraneità da ogni tipo di coinvolgimento sulla vicenda.

 Intanto, su Twitter il deputato dem e costituzionalista, Stefano Ceccanti giudica «normale» la scelta del voto di fiducia come esito di comunicazioni fiduciarie.

Già la scorsa settimana il professore di diritto pubblico comparato aveva indicato il rifiuto delle dimissioni del premier e il successivo rinvio alle Camere, come «la scelta più adeguata» che il presidente Mattarella potesse compiere. E questo per due ragioni: «la prima - aveva spiegato Ceccanti - è che porta ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità in Parlamento». Mentre la seconda, per il professore, «si basa su un'ipotesi realistica di ricomposizione del rapporto fiduciario per la quale la maggioranza dovrebbe attivamente lavorare».

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