Cancro, lo scienziato Iavarone insiste:
«Terapie, il Sud è ancora indietro»

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di Marco Esposito

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«Sono deluso. I miei colleghi medici banalizzano quel che ho detto nell'intervista al Mattino. E intanto al Sud si muore». La breve trasferta italiana di Antonio Iavarone è finita. Resta la grande soddisfazione di vedere il 3 gennaio la pubblicazione sulla rivista Nature dei risultati della sua ricerca per togliere energia a un tipo specifico di cellula tumorale. Ma anche un po' di scoramento. «Sono appena arrivato a New York dopo un viaggio lunghissimo - racconta - ci hanno fatto fare scalo a Montreal. Accendo il telefonino e trovo duecento mail, forse trecento, di persone disperate che cercano e mi chiedono una cura contro il cancro. Purtroppo me l'aspettavo, lo capisco. Anche se mi fa male perché quando rilascio un'intervista al Wall Street Journal sui passi avanti delle nostre ricerche contro il cancro non accade la stessa cosa. Negli Usa è chiara la distinzione tra chi fa ricerca e chi fa terapia. In Italia no. Io non curo le persone. Cerco di capire come bloccare i tumori con prove di laboratorio che stanno dando risultati importanti e che potrebbero trasformarsi in cure. Nella scienza funziona così, non sono un Vannoni qualunque», si sfoga. Non basta ad attenuare l'amarezza qualche sfizio inaspettato, come aver assistito allo stadio alla prima vittoria in serie A della squadra della sua città, il Benevento.

Non è la pressione delle persone che vivono l'angoscia del tumore ad amareggiare lo scienziato sannita. «Quel che mi delude di più - sottolinea in una telefonata intercontinentale - è la banalizzazione di quello che dico da parte dei medici delle strutture nazionali. Non ho mai detto che al Nord trattano peggio i malati del Sud per una forma di subdolo razzismo, ho sottolineato che ci sono terapie innovative che richiedono la presenza costante del paziente per lunghi periodi e questa presenza le persone che si curano fuori sede non possono garantirla. Non ho mai messo in dubbio che le strutture del Nord Italia cerchino di fare il meglio per i loro pazienti, qualunque sia la loro residenza, figuriamoci. Però quando ai centri del Nord arriva un paziente dal Mezzogiorno o da qualunque altra zona del mondo in fase avanzata e senza alcuna analisi genetica fatta sul tumore, ovviamente non sarà possibile usare alcun protocollo personalizzato. Questo è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare».

Iavarone batte soprattutto su un tasto: creare strutture in grado di congelare i tumori a 70 gradi sotto zero in modo da poter avviare quando possibile le analisi genetiche. «Al Sud questo non viene quasi mai fatto perché mancano le banche dei tumori», insiste il professore della Columbia University. «Lo so che le terapie iniziate in un ospedale del Nord vengono proseguite al Sud, ma sono le terapie standard, la chemio, non le azioni più innovative, che sono anche le più complicate. Mi fa male vedere che non c'è alcuna risposta sulla necessità di dotare tutta l'Italia di un sistema d'avanguardia nelle cure. Basta dire che al Sud siamo bravi. È vero, ci sono eccellenze. Ma dobbiamo avere progetti transformative. Innovativi, rivoluzionari, direi in italiano. Se non iniziamo almeno a congelare i tumori asportati, non potremo mai analizzare le alterazioni genetiche e - se quei tumori si ripresenteranno con una recidiva - non daremo la risposta farmacologica adeguata. Dobbiamo creare la banca dati, altrimenti non ci sarà alcuna terapia personalizzata possibile».

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Sabato 6 Gennaio 2018, 12:49 - Ultimo aggiornamento: 7 Gennaio, 11:08
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1 di 1 commenti presenti
2018-01-06 19:39:43
Il prof. Iavarone sarà pure bravo e famoso, non dubito, ma come ha confermato lui stesso sottolineando peraltro la nostra ignoranza, non cura le persone in quanto semplice ricercatore. Perchè allora innesca un' inutile polemica con i suoi colleghi italiani, interessati invece alle cure? A chi giova? Le sue critiche non fanno bene agli ammalati. Tutt'altro! A mio parere, i cervelli scappati all'estero vengono troppo spesso esaltati, per cui si sentono tutti dei padreterni in confronto a quelli rimasti, o tornati, in patria. E' una moda tutta italiana. Cmq tranquilizzo il prof. Iavarone: non troverà una mia email sul suo telefonino! Il mio tumore lo sto curando a Napoli, e nutro la massima fiducia nel mio medico e nella struttura locale.

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