Coronavirus, è incognita asintomatici: decisivi tamponi e app per riaprire in sicurezza

Domenica 17 Maggio 2020 di Lucilla Vazza

Le lancette scorrono veloci alla fine del lockdown con le incognite dei dati territoriali a singhiozzo, le disparità di situazioni tra un centro-sud sostanzialmente a contagio quasi zero e una Lombardia che registra ancora la metà dei casi del Paese. Nella percezione generale, il fattore asintomatici resta lo spauracchio, una silente popolazione di fantasmi-untori. Ma quanto pesa oggi questa fetta di potenziali vettori di contagio? «Pesa esattamente come nella prima fase - chiarisce l'epidemiologo Pierluigi Lopalco, responsabile Coordinamento regionale emergenze epidemiologiche Puglia - Sugli asintomatici, come sul tracciamento e il fattore tamponi è stata fatta una comunicazione confusa che ha dato a queste parole un'importanza diversa dalla pratica con un significato misterioso, quasi magico. La realtà è diversa ed è molto più razionale e per fortuna controllabile. Gli asintomatici non sono fantasmi, sono persone che prima o poi i sintomi, magari lievissimi, li avranno».

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Gli esperti in più occasioni hanno spiegato che nelle diffusioni pandemiche, a partire dalle influenze, si è asintomatici nelle prime 24-48 ore dal contagio prima di sviluppare la febbre e gli altri segni della malattia, ma si è già molto contagiosi. E in quelle prime 48 ore, prima quindi di mettersi a letto, si contagia chiunque capiti a tiro. Nella Covid-19 succede la stessa cosa, ma con l'aggravante che con il coronavirus c'è una quota elevata di persone che non hanno sintomi o ne hanno di molto banali.

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«Sfatiamo un mito: il contributo degli asintomatici alla circolazione del virus è relativamente basso. Non esiste una catena di contagio di tutti asintomatici che non si ammalano mai. Mentre è certamente maggiore il contributo di chi è già portatore del virus ed è temporaneamente asintomatico, ma poi sviluppa i sintomi» spiega l'esperto. Un distinguo apparentemente cavilloso, ma che non è secondario e non è stato abbastanza raccontato: su questo distinguo nasce la polemica sulla scelta dei tamponi a tappeto. «Il contributo di chi è chiamato a interrompere la catena di contagi è quello di andare a cercare le persone che sono nelle primissime fasi della malattia, quando i sintomi non ci sono o sono lievi, perché una volta individuate con il tampone deve scattare il contact tracing, il tracciamento, di chi è entrato in contatto ed è potenzialmente infetto. Solo così si possono individuare e mettere in isolamento per persone in quel momento asintomatiche. Questo è il concetto sano e corretto dei tamponi a tappeto, il resto è demagogia» conclude Lopalco.
 


Ma resta la cabala dei numeri, visto che finora le autorità hanno detto che i dati sui contagi sono la punta dell'iceberg della situazione: per fare chiarezza bisognerà aspettare i risultati dello studio di sieroprevalenza che parte proprio domani e che terminerà entro fine giugno.

Nel frattempo bisogna controllare le catene di contagi e sarebbe stato utile avere già lo strumento della app di tracciamento, che invece non è ancora pronta.

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«Ripartenza dovrà far rima con monitoraggio - dichiara Americo Cicchetti, direttore di Altems, il polo di formazione di management sanitario della Cattolica di Roma - c'è una parte dell'Italia dove il contagio è ancora attivo, la Lombardia fa caso a sé, ma preoccupano anche Piemonte e Liguria. Nel resto del Paese, con le dovute cautele, le riaperture si possono fare. In molte regioni, come il Lazio, ce lo possiamo permettere perché i numeri sono bassi, ma ripeto, alcune aree del nord hanno ancora troppi nuovi casi, lì bisogna essere cauti. Le analisi sierologiche ci daranno molte risposte sull'andamento dei contagi e dati più solidi anche sugli asintomatici».

Ultimo aggiornamento: 13:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA