Coronavirus, è corsa al vaccino: la sfida tra gli Stati vale miliardi di euro

Lunedì 3 Febbraio 2020 di Ettore Mautone

Le foto dei vetrini con le cellule sane e infette da coronavirus, 2019-nCoV non lasciano dubbi: l'Istituto Nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, come annunciato ieri, ha isolato il coronavirus nel suoi laboratori di virologia a distanza di 48 ore dalla diagnosi di positività dei primi due casi in Italia. «Avere a disposizione il virus in modo così tempestivo - recita una nota - è un passo fondamentale che permetterà di perfezionare i metodi diagnostici esistenti e di allestirne di nuovi studiando i meccanismi della malattia per lo sviluppo di nuove cure e la messa a punto di un vaccino». Detta così sembra un traguardo straordinario anche perché la nota dello Spallanzani riferisce di essere riusciti nell'impresa scientifica «per primi in Europa» quando invece l'istituto Pasteur di Parigi aveva a sua volta isolato il virus, in Francia, il 22 gennaio e sequenziato il genoma il 29. Si può pensare allora che il nostro paese voglia mettere a punto studi indipendenti per una cura e un vaccino per il coronavirus arrivando prima degli altri. Ma il tenore delle dichiarazioni delle autorità sanitarie italiane lascia intendere invece di essere pronti alla massima collaborazione e condivisione delle informazioni. La gara a chi arriva prima con una cura o un vaccino è a carte scoperte e rischia d'altra parte di essere bruciata sul tempo dalle big del farmaco. Un ruolo da protagonista lo ricopre proprio la Cina, serbatoio e sorgente del virus, sta pagando il prezzo più alto ma ha già tutti i kit venduti a mezzo mondo. Anche quelli prodotti dalle case farmaceutiche più importanti rifornite spesso da piccole aziende del dragone che detengono tecnologie e dimestichezza con i coronavirus.

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Mai come in questo caso, tuttavia, le notizie sul coronavirus sono state divulgate con celerità dalla Cina che a fine dicembre ha annunciato all'Oms l'emergenza per poi isolare il virus il 7 gennaio, decodificarlo il 9 e divulgare il 12 le informazioni al resto del mondo. Il 16 è toccato a Berlino annunciare la messa a punto di un test. Sulla ribalta si è quindi affacciata l'Australia: a Melbourne hanno ottenuto a tempo di record colture di tessuto infetto al Doherty Institute. Quindi è arrivata la Francia: al Pasteur di Parigi il 29 hanno comunicato di aver decodificato il virus. Di cui però già si sapeva tutto. E allora? Cosa significa questa corsa ad essere primi? Bisogna ragionare sui fatti: il primo è che la Cina sta studiando da anni tutti i diversi coronavirus conosciuti, dai più letali al raffreddore. Che sia una corsa solitaria a mettere a punto un vaccino simile a quello del virus influenzale da dispensare ogni anno? Se così fosse nessuno vuole restare indietro e se gli investimenti sono di alcune centinaia di milioni (300-400) il ritorno economico è stimato nell'ordine dei miliardi di euro.
 


Se c'è collaborazione è poi utile che tutti i paesi facciano la stessa cosa? Possono incidere ciascuno sul piano applicativo per la messa a punto di test, cure e vaccini? I kit diagnostici già disponibili e venduti dalle grandi aziende farmaceutiche costano poche decine di euro ed è forte la possibilità che queste brucino tutti sul tempo, anche per il vaccino. Intanto la comunità scientifica internazionale stima che nell'arco di meno di due anni, tra febbraio e ottobre del 2021, sarà disponibile il vaccino, entro la prima metà del 2022 le conclusioni delle sperimentazioni e nell'autunno le dosi da distribuire ai centri vaccinali. «Per la Sars, nel 2002 - obietta il virologo Giulio Tarro - furono impiegati sei mesi con un virus che aveva una mortalità del 10%. Oggi ci troviamo di fronte a un virus di cui abbiamo saputo tutto in 10 giorni, in cui la mortalità è molto minore, del 3%. Forse ci si avvia o si punta a vaccinazioni su larga scala come per l'influenza e allora la partita, anche economica, è talmente alta, che vede tutti in corsa per conseguire, almeno, un potere contrattuale finale».
 

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