Dai farmaci alle mascherine, ecco tutte le cantonate di Oms e Aifa

Domenica 7 Giugno 2020 di Lucilla Vazza

Mascherine obbligatorie per tutti anche all'aperto? No, anzi sì. Clorochina e la «sorella» idroclorochina promettenti come cura? No, dannose: poi la retromarcia, si continui la sperimentazione. In questi mesi l'Osm, l'Organizzazione mondiale della sanità ci ha abituato a cambi di rotta improvvisi, che non hanno fatto altro che alimentare la diffidenza generale. Tra le mille difficoltà oggettive di gestione della pandemia, i ritardi, il non detto e tutto quello che le inchieste giornalistiche stanno tirando fuori, paga anche lo scotto di essere stata fin dall'inizio tirata in mezzo dai giganti del mondo, in beghe geopolitiche che vanno ben oltre il perimetro sanitario già di per sé faticoso.

Tanto che prima il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che non rifinanzierà più l'Oms, fino a quando non sarà fatta chiarezza, e ora il brasiliano Jair Bolsonaro si appresta a seguire le tracce e chiudere i rubinetti.

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Ieri, l'Oms ha diffuso nuove indicazioni sull'uso delle mascherine per limitare la diffusione del coronavirus spiegando che dovrebbero essere indossate sempre nei luoghi pubblici, perché «forniscono una barriera per le goccioline potenzialmente infettive». Per mesi, però la stessa Oms aveva sostenuto che indossare le mascherine poteva dare «un falso senso di sicurezza» e che non c'erano prove sufficienti per dire che le persone sane dovessero indossare la protezione. Ora dopo sei mesi di pandemia, la mascherina va tenuta sempre, anche all'aperto: tutti devono adeguarsi.

Il punto è che l'Oms nelle sue difficoltà rischia di trascinare i governi, tanto che anche l'Aifa, l'agenzia italiana del farmaco, è inciampata nel balletto della clorochina e nel giro di pochi giorni ne ha prima bloccato l'uso e poi è dovuta tornare sui suoi passi. Che la pandemia abbia ridefinito anche i vasi comunicanti tra politica e scienza è stato evidente in Italia con il caso Avigan. Anche in quel caso l'Aifa ha scelto di dare una chance a un antivirale «minore» e poco noto, sulla spinta del video divenuto virale girato da Cristiano Aresu a Tokyo.
 


Sono tutti casi simbolici di cantonate prese «a fin di bene» dalle istituzioni, ma che ribadiscono il seguente principio: scienza e politica devono viaggiare separate per evitare danni. Difatti, nel caso clorochina a un certo punto la questione sembrana non essere più trovare il rimedio contro il Covid-19 quanto dimostrare che il farmaco benedetto da Trump, il quale in barba a qualunque evidenza ne prende una pasticca al giorno a scopo preventivo, era pericoloso: potenzialmente mortale per i pazienti. A colpi di Tweet e di dichiarazioni, dopo che le agenzie regolatorie di diversi Paesi avevano avviato le sperimentazioni, di colpo il medicinale anti-malaria è diventato il «brand» di qualcos'altro: trumpismo e anti trumpismo.

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Così, due settimane fa, l'Oms e alcuni governi hanno cambiato strategia sulla base di alcuni studi relativi ai dati forniti dall'azienda statunitense Surgisphere (che si occupa di analisi sanitaria), rilevati su «1500 pazienti in 1200 ospedali in tutto il mondo» e pubblicati su Lancet e New England Journal of Medicine: l'idrossiclorichina è stata associata a una mortalità più alta tra i malati di Covid, nonché a un aumento di aritmie e problemi cardiaci.

Ma la solidità di quegli studi anti-clorochina si è poi sgretolata davanti a evidenti lacune segnalate da un'inchiesta giornalistica del Guardian, tanto che l'Oms è stata costretta a fare marcia indietro e lo stesso hanno fatto Italia e Francia. E la Surgisphere «fino ad ora non ha fornito spiegazioni» né sui dati né sulla metodologia applicata: di qui il sospetto che la ricerca che aveva portato a scartare la clorochinaera probabilmente sia stata costruita su informazione taroccate in grado di risultati. Un pasticcio che da solo mostra quanto sia pericoloso mischiare la scienza alle scelte politiche e quanto sia debole la voce della scienza in tempi di «isteria pandemica». 

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