CORONAVIRUS

Coronavirus, i virologi: meno ricoveri e casi in rianimazione. «Così possiamo reggere all’emergenza»

Lunedì 30 Marzo 2020 di Mauro Evangelisti
Coronavirus, i virologi: meno ricoveri e casi in rianimazione. «Così possiamo reggere all’emergenza»

La tendenza ormai è evidente: l’incremento del numero di pazienti che finiscono in ospedale a causa del coronavirus è al di sotto del 3 per cento. Raccontato con altre cifre: per ogni 4 nuovi casi positivi, solo uno ha bisogno di un posto letto, gli altri 3 possono condurre la loro battaglia a casa. Sia chiaro: non è comunque una passeggiata, ma la percentuale di coloro le cui condizioni sono così gravi da necessitare il ricovero si sta assottigliando. E visto che purtroppo spesso gli ospedali si sono trasformati in cassa di risonanza del contagio, è un risultato importante. 

Questo è il dato che più di altri racconta come le misure di contenimento, dolorose, stiano gradualmente funzionando, anche se non con la velocità sperata. Vale la pena ricordarlo: i dati comunicati ogni giorno nella conferenza stampa della protezione civile sono collegati a molte variabili, la loro affidabilità è limitata. Sia chiaro: sono dati veri, nessuno nasconde nulla, ma dipendono dai tamponi eseguiti, dalla capacità dei sistemi sanitari di intercettare i pazienti positivi. Ma il numero di chi viene ricoverato e di chi finisce in terapia intensiva per Covid-19 è più realistico. E cosa dice? Ieri l’incremento è stato di 50 pazienti per le terapie intensive, pari all’1,3 per cento, mentre per gli altri reparti siamo a 710 nuovi ricoveri, il 2,6. Queste percentuali la settimana scorsa erano molto più alte, viaggiavano vicino a un incremento dell’8-9 per cento giornaliero, con il rischio di arrivare rapidamente al punto di saturazione.

Ad oggi la Lombardia sta mandando pazienti di terapia intensiva in altre regioni e in Germania, le Marche sono in affanno, ma le altre regioni sono, per ora, non al limite. Dal Ministero della Salute, assicurano che i posti di terapia intensiva del centro-sud (Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) sono stati aumentati: «Erano 2.883, oggi sono 4.231». 
 

 
 
I numeri dei pazienti gravi che necessitano di questo tipo di assistenza nelle regioni del centro-sud non sono paragonabili a quelli del nord: Marche 168, Toscana 275, Lazio 133, Umbria 46, Campania 135, Abruzzo 68, Molise 9, Puglia 99, Basilicata 18, Calabria 23, Sicilia 71 e Sardegna 23. In totale 1.068, sono molti, ma 260 di meno della Lombardia da sola. Le misure di contenimento, a cui per lo meno nell’immediato non si può rinunciare, stanno per ora salvando il centro-sud da un disastro sanitario come quello che ha martoriato la Lombardia e stanno, su tutto il paese, riducendo la valanga Covid-19 che avrebbe potuto travolgere gli ospedali.
 

Ci sono poi regioni come l’Emilia-Romagna che hanno delle peculiarità, dove è evidente il ricorso massiccio all’assistenza domiciliare: su 10.535 pazienti positivi, quelli ricoverati sono 4.102, solo il 38,9 per cento. E questo probabilmente ha evitato - almeno per ora - che in Emilia-Romagna (pur tenendo conto del calvario di province come Piacenza e Parma), che il sistema sanitario finisse allo stremo come purtroppo è successo in Lombardia (malgrado il coraggio e l’abnegazione di medici e infermieri, questo deve essere chiaro). Nel centro-sud si può parlare di scampato pericolo? Decisamente no. E ben lo spiega la presidente della Calabria, Jole Santelli (intervistata da SkyTg24): «Noi abbiamo avuto quasi tutti “casi da rientro”, persone tornate dalle zone rosse. Stiamo cercando il più possibile di evitare l’ospedalizzazione, che riteniamo possa essere uno dei maggiori rischi di contagio. Ma parliamo di una sanità in grave sofferenza, lavoriamo con estremo disagio rispetto alle strutture del nord».

Ultimo aggiornamento: 13:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA