CORONAVIRUS

Il Covid fa raddoppiare la mortalità post-operatoria, ricerca Usa su oltre 5mila pazienti

Venerdì 16 Aprile 2021
Il Covid fa raddoppiare la mortalità post-operatoria, ricerca Usa su oltre 5mila pazienti

Due studi scientifici sembrano ormai confermare il rapporto tra Covid e mortalità post-operatoria. Il primo arriva dagli Usa dove risulta che la percentuale di decessi per interventi chirurgici è del 14.8% nei pazienti positivi al Covid, rispetto al 7,1 % di chi non è stato contagiato dal virus. La ricerca americana condotta su 5500 pazienti chirurgici negli ospedali ha riscontrato quindi addirittura un raddoppio della mortalità post-operatoria per coloro che sono stati infettati dal Sars-Cov-2.

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L’indagine pubblicata da Jama, organo ufficiale dell’Associazione medica statunitense, è riportata oggi nel report di Malattie Infettive dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Si tratta di un trilevante ‘trial’ realizzato comparando nello stesso periodo di tempo 5470 pazienti positivi al Covid che necessitano di un intervento chirurgico con il medesimo numero di pazienti chirurgici non infettati dal Sars-Cov-2- ha spiegato l'infettivologo Roberto Cauda, revisore scientifico dei parametri Covid del Governo e ordinario di Malattie infettive all'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella ricerca sono stati analizzati sia gli interventi chirurgici di urgenza sia quelli già programmati da tempo e gli operati sono stati divisi in due gruppi: positivi al Covid e negativi al virus.

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Ma a confermare l'incremento della mortalità post-operatoria in pazienti contagiati dal virus lo dimostrerebbe anche un altro studio internazionale, condotto dal gruppo GlobalSurg Collaborative e pubblicato su Anaesthesia, prestigiosa rivista scientifica internazionale. Si tratta, in particolare, di uno studio che ha coinvolto ben 116 Paesi, 1.674 ospedali ed oltre 140.000 pazienti. Oltre 1.500 gli autori coinvolti. 

Anche qui è stato riscontrato che l’infezione pre-operatoria da SARS-CoV-2 aumenta la mortalità postoperatoria ma i pazienti con sintomi dopo i 7 giorni successivi alla diagnosi di infezione potrebbero trarre vantaggio da un ulteriore ritardo della chirurgia.  La ricerca, che studiando la mortalità post-operatoria a 30 giorni ha incluso pazienti affetti da Covid-19 che ricevevano interventi chirurgici di elezione o di emergenza nel mese di Ottobre 2020, ha comparato quelli con infezione preoperatoria a quelli senza infezione, ha dimostrato che, quando possibile, la chirurgia dovrebbe essere ritardata di almeno 7 giorni successivi all'infezione da SARS-CoV-2.

In definitiva, in pazienti con sintomi dopo i 7 giorni successivi alla diagnosi di infezione, un rinvio dell'intervento chirurgico potrebbe ridurre sensibilmente l'incidenza della mortalità post-operatoria. «Per numero di pazienti, Paesi e ricercatori coinvolti, questo sul timing post-operatorio è senz'altro lo studio più vasto di sempre, in assoluto - sottolinea Giuseppe Giannaccare docente di oftalmologia dell’Università degli Studi di Catanzaro, tra gli autori dello studio - Una ricerca che assume una valenza particolarmente importante in campo oftalmologico che sappiamo essere caratterizzato da enormi volumi chirurgici». «I risultati sono chiari - rimarca Claudio Iovino, ricercatore presso l’ Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli - indipendentemente dal tipo di chirurgia, i pazienti operati entro le sei settimane dalla diagnosi di infezione da Sars-Covid2 presentano un alto rischio di mortalità post operatoria. 

Ultimo aggiornamento: 15:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA