Convivenza forzata con la variante Omicron, ma fino a quando? Domande e risposte

Lunedì 10 Gennaio 2022 di Lorenzo Calò
Convivenza forzata con la variante Omicron, ma fino a quando? Domande e risposte

La domanda rimasta per ora senza alcuna risposta è: quando finirà tutto questo? Per tutti gli altri quesiti la scienza, la medicina, la ricerca e l’esperienza alcune importanti soluzioni le hanno già trovate. Per le risposte ci facciamo accompagnare dal pool di esperti dell’Istituto superiore di Sanità. 

Che significa virus endemico? 

Già nel marzo 2021 la previsione di un team di ricercatori Usa parlava di “virus endemico” grazie a un modello che analizza la traiettoria che porterà il Covid-19 a diventare una malattia come tante altre. «Con la somministrazione dei vaccini e il distanziamento sociale entro un anno potremmo raggiungere uno stato endemico lieve». Ci saremmo quasi. Per l’analisi, pubblicata dalla rivista Science, gli autori hanno analizzato i dati immunologici ed epidemiologici di altri coronavirus (quattro in tutto), emersi decenni fa, che sono diventati endemici e causano, oggi, un comune raffreddore nella popolazione. Come precisato dall’Iss, una malattia si considera endemica quando «l’agente responsabile è stabilmente presente e circola nella popolazione, manifestandosi con un numero di casi più o meno elevato ma uniformemente distribuito nel tempo». 

Che differenza c'è tra endemia, epidemia e pandemia?

I tre termini fanno riferimento alla modalità di diffusione di una malattia infettiva tra la popolazione: per endemia si intende una malattia contagiosa costantemente presente in un determinato territorio o popolazione (per esempio la malaria nelle regioni tropicali) e il cui numero di casi non sia soggetto a grosse variazioni temporali. Per epidemia si intende invece una malattia con una diffusione delimitata nello spazio e nel tempo, che colpisce un numero di individui nettamente superiore a quanto ci si sarebbe atteso in quel periodo di tempo e in quella zona. Essa può originarsi da un improvviso e insolito sviluppo di una malattia endemica, o dalla diffusione di una malattia infettiva importata da un altro territorio. Quando un’epidemia presenta un’amplissima diffusione e si propaga contemporaneamente in diversi Paesi e continenti di parla invece di pandemia, come nel caso della Covid-19, provocata dal coronavirus Sars-cov-2 e dichiarata pandemia dall’Oms l’11 marzo 2020. 

Come variano le modalità del contagio? 

L’epidemia, come riporta l’Iss «si verifica quando un soggetto ammalato contagia più di una persona e il numero dei casi di malattia aumenta rapidamente in breve tempo». Perché questo sia possibile, è necessario che la popolazione colpita sia costituita da abbastanza soggetti suscettibili all’infezione, provocando «un aumento del numero dei casi oltre l’atteso in una particolare area e in uno specifico intervallo temporale». Si parla, invece, di malattia endemica quando l’agente responsabile è stabilmente presente e circola nella popolazione, manifestandosi con un numero di casi più o meno elevato ma uniformemente distribuito nel tempo. 

Perché preoccupa la velocità di diffusione di Omicron?  

Maggiore è la circolazione di un virus, maggiori sono le possibilità che subisca mutazioni generando nuove varianti: si tratta di un principio basilare della virologia che negli ultimi due anni è stato spiegato alla popolazione centinaia di volte e che non ha certo smesso di essere vero con Omicron. Al contrario, come ha avvertito Catherine Smallwood, responsabile delle risposte di emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, «più Omicron si diffonde, più viene trasmessa e più si replica, più è probabile che generi una nuova variante». L’Europa ha registrato oltre 100 milioni di casi di Covid dall’inizio della pandemia e oltre cinque milioni di nuovi casi nell’ultima settimana del 2021, il che «mette in ombra quasi tutto ciò che abbiamo visto finora», ha inoltre sottolineato la dirigente dell’Oms. In Italia, con oltre 7,4 milioni di contagiati dall’inizio dell’epidemia, il tasso di diffusione è dell’11 per cento; con oltre 139mila morti il tasso di letalità è all’1,96 per cento. 

Che differenza c'è tra letalità e mortalità? 

Il tasso di letalità si ottiene dividendo il numero delle persone decedute a causa della malattia con il totale dei malati. È evidente che questo dato può oscillare molto secondo il modo in cui si decide di rilevare quante persone sono malate: a causa delle scelte fatte dall’Italia, per esempio, il nostro tasso di letalità è molto più alto di quello degli altri Paesi con molti contagi. Il tasso di mortalità, invece, si ottiene dividendo il numero delle persone morte a causa della malattia con quello del totale degli esposti (cioè l’intera popolazione interessata). Ne deriva che il tasso di letalità è una percentuale più consistente rispetto a quella del tasso di mortalità, che però restituisce un dato più rilevante per la valutazione dei rischi che comporta un’epidemia per tutta la popolazione. 

Saremo costretti a fare una dose di vaccino ogni contro il Coronavirus? 

Alcuni Paesi, come Israele, hanno già avviato le quarte dosi di vaccino (con Pfizer) per alcune categorie, in Italia si sta procedendo con le terze dosi a distanza di quattro mesi dalla seconda. Il vaccino utilizzato è a mRna. La situazione è al vaglio della comunità scientifica. Il dubbio è: se si accorcia troppo il tempo di somministrazione tra una dose e l’altra, si rischia di ottenere l’effetto contrario, vale a dire una sostanziale paralisi del sistema immunitario (in termini tecnici anergia) che sarebbe solo in grado di produrre una risposta breve e non più di conservare una “memoria lunga” per contrastare possibili infezioni. Finora la terza dose consente una protezione all’80 per cento contro i casi di malattia severa.

Convivere con il Coronavirus è come convivere con l'influenza?

La risposta è no. E i motivi sono molteplici. Secondo l’analisi dell’Iss il Covid si diffonde più velocemente, può causare malattia molto più grave e provocare conseguenze a breve-lungo termine a carico del sistema cardio-circolatorio, neurologico, respiratorio, renale. Tali sintomi da long Covid sono stati osservati in circa il 20 per cento dei casi e non sempre vengono evidenziati con chiarezza in tempi brevi. L’altro motivo è la “memoria immunitaria”: il virus dell’influenza varia ogni anno ma non tutti si ammalano, specie chi si è vaccinato, perché una sorta di memoria biologica costituisce una importante barriera. Scudo che al momento, con il Covid, non è stato ancora possibile ottenere. 

Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio, 08:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA