Due famiglie con un cuore solo: il Monaldi diventa set del film

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di Maria Pirro

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È la storia di due famiglie unite dal dolore. «Mia sorella Maria è morta all’improvviso e ha donato gli organi il 23 luglio 2013, nel giorno del suo trentaseiesimo compleanno», racconta, con un filo di voce, Gennaro Capunzo. «E il suo cuore è stato dato a Chiara, la mia bambina oggi sedicenne», si commuove Giuseppe Campagnuolo, l’avvocato napoletano pronto a infrangere la legge pur di ringraziare chi gli ha restituito la speranza. «Per tre mesi, mia figlia è stata tenuta in vita con il Berlin heart, una macchina fatta arrivare al Monaldi». E, nell’ospedale di riferimento per questo tipo di trapianti, ieri sono iniziate le riprese di un film speciale, ispirato alla realtà. 

Un reparto è diventato il set per narrare «Da Maria a Chiara», la storia eccezionale, di generosità e lacrime, con un finale fuori dalle regole: «Anche questo accade a Napoli», sorride la regista dalle mille iniziative nel sociale, Antonella D’Agostino. Sua la sceneggiatura che inizia, ricordando l’infanzia di Maria, che ammira suo padre al punto da decidere di seguirne le orme e diventare infermiera al Secondo Policlinico. Pallavolista di livello, da poco mamma, quando viene colpita da un aneurisma: «Mi rivedo molto in lei», afferma Pina Pascarella, l’attrice che interpreta il ruolo di protagonista. E lo fa con emozione, e un velo di tristezza: «Venti anni fa, quando per mio fratello non ci fu più nulla da fare in un incidente d’auto, questo tipo di possibilità non era tanto sostenuta», dice.
 
 

«Maria è una eroina dei tempi moderni», alza lo sguardo al cielo Campagnuolo. Nel 2013, il suo ultimo gesto rende possibile più interventi salvavita: un trapianto di rene, un altro fegato, i polmoni vengono portati fuori regione. E poi, c’è il cuore. Un cuore solo, che unisce due famiglie. Per la piccola Chiara, che in quel luglio afoso e drammatico scrive una lettera al Mattino: «Soffro ogni volta che mi medicano la ferita. Vorrei andare a casa, vorrei tornare a ridere come prima o meglio di prima e per farlo ho bisogno del vostro aiuto». Le risponde il calciatore Paolo Cannavaro, l’appello non resta inascoltato. Il trapianto riesce e, mesi dopo, il genitore si mette in contatto con Gennaro, rintracciato tramite amicizie comuni. Gli chiede un incontro. Il primo, in un bar. «Allora, uno choc», ammette Capunzo e non è un caso che la legge vieti di rendere noto il nome del donatore. Solo che, in questa circostanza, il dolore provoca il bene: «Ho perso una sorella, ho trovato un fratello», aggiunge il 41enne, guardando l’avvocato, che di fronte alle difficoltà dell’altro gli dà pure un lavoro. «La nostra oggi è una famiglia allargata», sostiene Giuseppe che sul set interpreta se stesso («ma su richiesta della regista», si schermisce) ed è il produttore del film dal budget low cost, finanziato a sue spese con 10mila euro. 

D’Agostino, attori e comparse lavorano gratis. In tanti fanno pure i volontari nelle associazioni tra cui «Donare è amore», fondata dall’avvocato napoletano. Pascarella la presiede e afferma: «Siamo tutti coinvolti». «Siamo colpiti dall’eterna riconoscenza di questo papà che fa i salti mortali per ridare quanto ricevuto: fa piangere e insieme tenerezza», interviene la regista. Nando Morra sul set è invece il marito di Maria; Vincenzo Soriano interpreta il cardiochirurgo, e ha una vaga somiglianza con l’originale (in corsia Andrea Petraio), ma quasi nessuno sembra farci caso: è più noto il suo volto della tv e del cinema, dalle riprese de «La squadra» con il compianto Pietro Taricone. «Per la mia esperienza diretta, di sofferenza e impegno, ho sostenuto subito il progetto dando una mano anche per la parte tecnica assieme al direttore organizzativo Maria de Lucia», spiega orgoglioso. Le riprese proseguono oggi, fino a sabato. Fotografie di scena affidate a Maura Gravina.

Dietro la macchina da presa è atteso anche il magistrato Giovandomenico Lepore: dismessa la toga, per l’occasione in camice bianco in qualità di primario del Monaldi; mentre è corteggiato un altro (vero) medico del Monaldi, lo stimato Antonio Corcione che, proprio in queste settimane, è chiamato a riorganizzare i percorsi di assistenza per riattivare l’attività di trapianti di cuore dedicata ai bambini e sospesa da quasi un anno. Ma questa è un’altra storia. Di dolore e speranza.
Mercoledì 6 Dicembre 2017, 06:45 - Ultimo aggiornamento: 5 Dicembre, 22:43
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