Il rientro dei cervelli in Italia
durante la pandemia: quanto durerà?

Martedì 12 Gennaio 2021 di Antonio Giordano*
Il professor Antonio Giordano (al centro), direttore dello Sbarro Institute di Philadelphia, con i giovani ricercatori e collaboratori del Centro di ricerche oncologiche di Mercogliano dell'Istituto Pascale

Nel corso dell’attuale pandemia da SARS-COV-2 si è assistito ad un fenomeno di rientro parziale di giovani cervelli in Italia, complice la possibilità i lavorare in modalita remota, con il supporto di svariati dispositivi informatici. Rispetto alle precedenti migrazioni italiane verificatesi a partire dalla fine dell’Ottocento, avvenute spesso a conclusione di guerre, le spinte migratorie cui si assiste a partire dagli inizi di questo secolo, riguardano, spesso, giovani laureati che si sono trovati di fronte ad un mercato del lavoro stagnante, mancanza di opportunità lavorative adeguate rispetto al livello di istruzione, retribuzioni decisamente inferiori rispetto a quelle di altre nazioni a parità di mansioni con una perdita economica importante per il nostro Paese che, pur investendo annualmente milioni di euro per l’istruzione, non e’ riuscita a trattenere le sue risorse umane.
I motivi sono da attribuire anche alle alte aliquote della tassazione, ad una burocrazia complessa, a piccoli margini per avanzamenti di carriera. 

Secondo quanto riportato in un articolo apparso recentemente sul New York Times, il coronavirus è riuscito lì dove le nostre politiche governative hanno fallito: riportare giovani lavoratori, principalmente tra i 18 ed i 34 anni, in Italia, invertendo la tendenza del flusso migratorio. Secondo il Ministero degli Affari Esteri, nel nostro Paese lo scorso anno si e’ registrato un incremento del 20% di rimpatri rispetto all’anno precedente. Ma adesso l’Italia deve fare la sua parte per trattenere queste persone che, altrimenti, potrebbero fare ritorno nelle aziende estere per cui lavorano: l’Italia ha adesso l’opportunità di usufruire delle competenze e delle innovazioni che questi giovani hanno acquisito all’estero e i leader del business sollecitano il Governo affinché non sprechi questa opportunità.

Ma il ritorno nel proprio Paese di origine non riguarda solo i lavoratori che sono rientrati dall’estero: molti lavoratori e/o studenti hanno fatto ritorno a casa dal Nord al Sud Italia, creando il fenomeno definito come South Working. Uno su 4,3 tra lavoratori e ricercatori vuole tornare nel Mezzogiorno sia per avvicinarsi alla famiglia, sia perché potrebbe esserci la possibilità di ottenere un consistente sconto fiscale. 

Il Decreto Crescita  prevede, infatti, agevolazioni fiscali introducendo la riduzione dell'imponibile del 70% e del 90% se la residenza viene trasferita in una delle regioni del Mezzogiorno e, precisamente, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia. Questa possibilità, insieme al concetto di lavoro da remoto, ha ispirato molti giovani ad investire in attività di promozione del Sud in diversi settori: turistici, culturali, di recupero del patrimonio, architettonico e, così via.

Tornare nelle proprie case non solo ha favorito la riconciliazione con gli affetti familiari ma ha anche contribuito ad affrontare meglio a livello psicologico la pandemia. Dopo ore trascorse in riunioni o lezioni su zoom, o qualsiasi altra piattaforma, osservare le proprie spiagge o fare passeggiate sul mare sicuramente risulta un beneficio. Alcuni lavoratori rientrati hanno notato che lo stile di vita al Sud, per alcuni versi, è migliore di quello delle grandi città come Roma o Londra, ad esempio. E per coloro che si sono trasferiti all’estero, soprattutto, i giovani, il desiderio di rientrare in Italia, anche se forse solo temporaneamente, è certamente dettato da un amore verso determinate qualita’ tipiche della nostra nazione: una vita sociale certamente più attiva ed espansiva rispetto ad altri paesi, il buon cibo, un clima piacevole, gli affetti familiari.

Inoltre, è importante anche sottolineare i benefici sull’ambiente che lo smart working ha prodotto e, cioè, la riduzione dell’inquinamento atmosferico dovuto ad una diminuzione degli spostamenti. Ma tutto ciò non è sufficiente a giustificare un rientro stabile. Alcuni esperti di business sono scettici sul fatto che questo fenomeno di rientro sul territorio possa durare, essendo difficile per l’Italia competere con le opportunità lavorative di alcuni paesi anche perché talvolta la mentalità lavorativa acquisita all’estero confligge con alcuni retaggi culturali e con dinamiche tipiche del nostro territorio. Altri esperti prevedono che la vera variabile dei futuri flussi migratori sara’ ancora il virus, da cui dipenderà l’impatto economico sulle nazioni, non appena termineranno i lockdown e le fasi di emergenza e si conteranno i veri danni a livello economico ed i nuovi tassi di disoccupazione.

*Direttore Sbarro Institute Temple University Philadelphia e Professore Anatomia Patologica Università Siena

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