La violenza contro le donne il giorno dopo

di Titti Marrone

Oggi NON è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma qui se ne parla lo stesso. Per scelta torniamo a parlarne a ricorrenza passata, dopo il sabato e la domenica della gran copertura di servizi giornalistici e televisivi fioriti come riflessi condizionati dall’agenda setting di giornata o convenzionali resoconti di una pratica da sbrigare in fretta, come si fa da anni per l’otto marzo, per poi passare oltre: alla vita di sempre in cui, ogni due giorni e mezzo, una donna viene massacrata per mano di qualche uomo che dice di amarla.

Come sempre, quando un problema esiste, il primo passo da compiere è proprio quello di parlarne. Cominciando con il dargli un nome. E da qualche tempo al problema declinato nella sua forma estrema corrisponde il neologismo, “femminicidio”, per qualcuno orripilante però in realtà lessicalmente preciso e inevitabilmente sgradevole come la realtà cui rimanda. Ma poi avviene che si stiano nominando innumerevoli altri corollari della violenza: quella esercitata con molestie o ricatti sessuali in ogni sfera in cui qualche uomo senta di esser potente, piegando il corpo di una donna alla propria volontà. Parlarne così tanto, come si sta facendo dopo il “caso Weinstein” (anche se a volte confondendo forme diverse e diversamente gravi di violenza) sta dando coraggio a chi queste violenze le subisce. Ovunque, non solo nel boudoir di qualche produttore. Sta determinando la presa d’atto generalizzata di una realtà prima nascosta, taciuta come vergogna e colpa femminile. Con il passaggio della vergogna all’uomo “predatore”. Da qui potrebbe prodursi un primo importante cambiamento in relazioni tra i sessi che molto devono mutare. Soprattutto da noi: l’Italia non è un Paese per donne, nonostante la poesia le abbia celebrate come creature angelicate e la religione abbia incardinato il femminile nell’idea di sacralità della Madre-Madonna. Siamo state ammesse a votare per la prima volta nel 1946, siamo state considerate ammazzabili per onore maschile violato fino al 1981. E solo nel febbraio 1996 lo stupro ha smesso di essere un reato contro la morale per diventare reato contro la persona. La persona donna.

Ecco perché “la persona donna” da noi più che altrove deve prendere consapevolezza di sé e coraggio, essendo massimamente sostenuta. Ed è stata l’impressione di un gran sostegno collettivo quella provata sabato nell’aula di Montecitorio, riempita di donne radunate anche nelle sale della Regina, della Lupa e nella Sala Aldo Moro. Milletrecento di ogni parte d’Italia e anche immigrate. A raccontare le loro storie c’erano fra le altre la madre di Tiziana Cantone, la dottoressa Serafina Strano stuprata in un ambulatorio nel Catanese, Antonella Penati, madre del piccolo Federico, ucciso dal padre stalker per punire lei e poi morto suicida. Sugli scranni c’era Lucia Annibali, da Napoli con Annamaria Carloni erano venute le « Donne meridiane». E c’erano moltissime altre, come la statistica Linda Laura Sabbadini con la sua gran capacità di leggere la complessità annidata nei dati Istat.

«Sembra un film di fantascienza», ha detto Serena Dandini scherzando sull’elemento simbolico voluto dalla presidente Boldrini, e aveva ragione: faceva un forte effetto la presenza di tante donne su scranni dove siamo abituati a vedere deputati insonnoliti o intenti a smanettare sul cellulare, a pronunciare discorsi in politichese o invettive contro gli avversari politici o nei momenti peggiori, in spregio alla solennità del luogo, ad agitare cappi o addirittura spigole o anche fette di mortadella.

Oggi non è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma ne parliamo lo stesso per dire che quella giornata non si deve chiudere lì. Che bisogna andare avanti nei luoghi della politica per restituire centralità alla donna. E va bene l’emendamento per la nuova Finanziaria, che istituisce un fondo per gli orfani di femminicidio. Bene che sia stato approvato all’unanimità dalla Commissione Bilancio di Montecitorio, ma che ora, passata la “festa”, transitando in aula non subisca qualche altro stop né diventi merce di scambio per poi essere cancellato: era già stato approvato alla Camera nel marzo scorso, ma bloccato al Senato. Così come, a livello locale, è importante anche la mozione del Consiglio regionale della Campania per favorire l’occupazione delle donne vittime di violenza. Ma c’è tanto altro da fare: la legge sul femminicidio dell’ottobre 2013 è apparsa fin qui scarsamente efficace, mentre le denunce di violenze risultano in calo solo per la sfiducia e la paura delle donne di non essere tutelate efficacemente contro i sopraffattori o di ritrovarsi a essere identificate come colpevoli. E a dirci quanto ancora pesi il pregiudizio del «se l’è andata a cercare» stanno in questi giorni le domande poste alle due studentesse americane violentate dai carabinieri a Firenze: nell’incidente probatorio durato dodici ore si sono sentite rivolgere domande sul loro abbigliamento di quella sera, sugli slip che indossavano oppure no, sul fatto che a loro piacciano o meno i militari in divisa.

Anche contro quei pregiudizi, bisogna che continuiamo a parlarne. Uomini e donne insieme, perché solo insieme si può procedere verso la necessaria rivoluzione dei rapporti indicata, nell’intervista di Titta Fiore apparsa ieri sul Mattino da uno che, sullo schermo, incarna il maschio Alfa assassino della donna amata, ma nella realtà concepisce pensieri come questo: «Oggi si è persa qualsiasi forma di rispetto per l’altro e soprattutto per le donne, c’è troppa arroganza ed è necessario che noi maschi cambiamo». Parola di Marco D’Amore, alias (in «Gomorra») Ciro l’Immortale.
Lunedì 27 Novembre 2017, 17:30
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