Terza dose contro la variante Delta in autunno: le priorità e i risultati degli altri Paesi

Venerdì 13 Agosto 2021 di Francesco Padoa
Terza dose contro la variante Delta in autunno: priorità e risultati degli altri Paesi

Siamo arrivati al 57% della popolazione italiana già vaccinata. Cioè, che ha completato il ciclo di immunizzazione, due dosi (AstraZeneca, Moderna o Pfizer) o il vaccino a dose unica (Johnson&Johnson). Sono state somministrate finora oltre 73 milioni di dosi in Italia e sono invece 37 milioni le persone che nella Penisola hanno ricevuto solo la prima dose. Tante, ma non basta, anche se si procede a ritmo di 350/400 mila vaccinazioni al giorno. Non basta, e già si pensa alla terza dose, quella che potrebbe dare il colpo di grazia anche alla maledetta variante Delta. In Italia se ne parla, in altri Paesi, dall'annuncio si già passando alla fase operativa. Hanno già detto decisamente sì alla terza Israele e Regno Unito; in Francia, intanto, il ministero della Salute ha riferito che sono cinque milioni gli anziani considerati ad «altissimo rischio» sanitario e alle quali viene assegnata la priorità per la terza dose. Se anche in Italia ci sono aperture verso la possibilità di una terza dose di pazienti più fragili, dal mondo della ricerca si preferisce attendere i dati prima di prendere qualsiasi decisione. Servono dati: senza queste informazioni fondamentali sul comportamento del vaccino non è possibile si possa prendere una posizione sulla terza dose del vaccino anti Covid-19 ed è per questo che negli Stati Uniti i dati sull'efficacia del vaccino vengono controllati costantemente.

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Il Cts: sarebbe un rinforzo

«Potrebbe servire a dare un boost, cioè un potenziamento della risposta immunitaria, a chi ha già chiuso il ciclo. Sappiamo, grazie all'esperienza su altri vaccini, come quello contro l'epatite B, che una nuova somministrazione dà un rinforzo rispetto alle prime due dosi». Così Sergio Abrignani, membro del Cts e immunologo dell'Università di Milano, sulla possibilità di una terza dose di vaccino. Alla domanda se la terza inoculazione possa servire contro le varianti, spiega che «contro quelle esistenti, come la Delta, sì, perché abbiamo visto che il vaccino copre al 90-95% dalle forme gravi e a circa al 70-80% contro l'infezione. Se per caso dovesse venire fuori in futuro una variante che sfugge e purtroppo dovesse prendere il sopravvento, allora sarà necessario fare un richiamo con un vaccino diverso, quindi non con il booster». Sulla tempistica precisa che «possiamo aspettare ancora un po' prima di fare le terze dosi, l'importante è arrivare all'80% di copertura. Israele è già partito ma loro hanno iniziato a vaccinare a fine novembre 2020, noi, a parte i medici e tutto il personale sanitario, siamo partiti a febbraio».

«Prima completiamo le due dosi»

Non tutti, però, sono favorevoli alla necessità di pensare e iniziare alla terza dose. «A oggi non c'è nessuna evidenza scientifica che indichi la necessità di effettuare una terza dose» di vaccino Covid «se non nelle popolazioni immunocompromesse. Anzi, i dati che stanno uscendo suggeriscono che la memoria immunologica sarà a lungo termine e solida. Non c'è nessun dato che suggerisca che occorrerà. Detto questo, lo scopriremo andando avanti se sarà necessaria. In questo momento vedo più saggio continuare sulla strada di coprire prima tutti i Paesi», anche quelli a medio-basso reddito, prima di lanciare una nuova campagna per la terza dose. Obiettivo: «Non dare più chance al virus di mutare». A spiegarlo è Mario Clerici, docente di immunologia dell'università degli Studi di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi. L'esperto punta l'attenzione sulla necessità di una copertura vaccinale globale contro il rischio nuove varianti. E, allo stesso tempo, però, rassicura su quelle che in questo momento sono nel mirino. Come la variante Lambda, che si è diffusa in particolare in Sud America. «La variante Lambda non sembra avere una patogenicità particolare o essere un problema serio. Però il mestiere del virus è quello di cercare di adattarsi all'ospite, quindi continuamente cerca di migliorare. I virus non vogliono uccidere l'ospite, ma sviluppare forme in grado di resistere a sistema immune e ai vaccini. Per ora i vaccini coprono tutte le varianti. Anche se conosco persone vaccinate con doppia dose che si sono infettate con la Delta».

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Sì ai pazienti fragili

Il problema di fondo è che non capiamo i correlati di protezione del vaccino, non capiamo come mai persone con livelli di anticorpi elevatissimi si ammalano», ha spiegato il microbiologo Andrea Crisanti, dell'Università di Padova. «Dal punto di vista del buon senso, la terza dose andrebbe bene per i pazienti fragili, ma quando si devono prendere decisioni in materia di sanità pubblica, queste devono essere dettate da esperienza, buon senso e dati, e al momento - ha rilevato - i dati mancano». Le prime informazioni utili potranno arrivare da Israele, che dopo aver pubblicato i dati sull'efficacia riscontrata nei vaccinati a partite dal gennaio scorso, ora di prepara a somministrare la terza dose. Il grande problema, per Crisanti, è l'eventuale arrivo di una variante resistente ai vaccini: se dovesse accadere, ha detto, la terza dose sarà irrilevante.

Sottolinea la mancanza di dati anche il virologo Francesco Broccolo, dell'Università di Milano Bicocca: «al momento sulla terza dose non ci sono dati pubblicati, neanche un lavoro scientifico consultabile, e di conseguenza non è non possibile dire che il richiamo possa far aumentare il titolo di anticorpi neutralizzanti e non è scontato che ciò che possa avvenire». È naturalmente diverso il discorso relativo al secondo richiamo, ha aggiunto il virologo, ma «nella storia delle vaccinazioni mai ci sono stati vaccini di richiamo ravvicinati nel tempo allo scopo di aumentare il titolo degli anticorpi».

Non ha questa funzione nemmeno il vaccino contro l'influenza, che serve invece a generare anticorpi verso un nuovo ceppo di virus influenzale. Per quanto riguarda l'infezione da SarsCoV2 «non è quindi detto che il richiamo stimoli una produzione significativa di anticorpi», ha detto ancora Broccolo. «Probabilmente il richiamo potrebbe essere approvato solo per le persone immunodepresse», come quelle con infezione da Hiv o con malattie autoimmuni o ancora che hanno subito trapianti nei quali è appena stato dimostrato un aumento significativo dell'immunogenicità del vaccino con la terza dose, perché «in genere rispondono meno al vaccino». Che la terza dose sia efficace nel proteggere chi ha avuto un trapianto lo rileva anche una ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine e condotto in Canada dallo University Health Network.

La ricerca canadese

Secondo questo studio, una terza dose di vaccino anti Covid è molto efficace nel proteggere i soggetti che hanno subito un trapianto, e che quindi hanno il sistema immunitario compromesso dai farmaci anti rigetto. I ricercatori hanno analizzato i dati di 120 pazienti trapiantati, tutti vaccinati con due dosi di Moderna con una risposta però molto bassa, a 60 dei quali è stata data la terza dose due mesi dopo la seconda. Il 55% di chi ha ricevuto il "booster" ha mostrato un livello di anticorpi oltre le 100 unità per millilitro di sangue, cosa che è successa solo nel 18% del gruppo di controllo. «Ci sono pazienti trapiantati che non sono protetti nonostante abbiano concluso il ciclo vaccinale - spiega Deepali Kumar, l'autore principale -. se offrendo loro una terza dose possiamo avere una migliore probabilità di protezione credo che dovremmo farlo». I risultati confermano quelli di altri studi, che però non erano stati condotti con un gruppo di controllo. Negli Usa l'Nih ha appena annunciato l'inizio di una ricerca simile, su almeno 100 pazienti, che coinvolge anche il vaccino Pfizer.

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Francia, prenotazioni da settembre

Ma nel mondo cominciano ad aumentare i Paesi che pensano che non si debba perdere tempo e programmare da oggi la terza iniezione di siero anti-Covid. La Francia, che rialza la guardia contro il coronavirus, vara una serie di misure per arginare una crisi che, ha detto il presidente Emmanuel Macron, «non è alle spalle e durerà ancora diversi mesi». L'imperativo sono e restano i vaccini e Parigi annuncia che da metà settembre inizierà a usare il "booster", la terza dose che per il momento sarà destinata agli ultraottantenni e ai fragili. In Francia cinque milioni di persone anziane definite ad «altissimo rischio» sanitario vengono considerate proritarie per la terza dose di richiamo anti-Covid annunciata nelle scorse ore dal governo francese: è quanto riferito dal ministero della Salute di Parigi. Un dato che include principalmente gli ultraottantenni e le persone più fragili e vulnerabili. Anche se la lista dei prioritari va ancora stilata formalmente, in vista di un'apertura delle prenotazioni dal primo settembre per iniezioni a partire dal 15 settembre. Si vanno così precisando i contorni della campagna vaccinale annunciata dall'attuale amministrazione del presidente Macron.

Israele, terza dose agli over 50

Il premier israeliano Naftali Bennett ha deciso di accelerare la lotta contro quella che definisce la "Pandemia Delta" mediante la somministrazione della terza dose di vaccini Pfizer anche agli over 50 che hanno ricevuto le prime due dosi oltre cinque mesi fa. L'appello è stato lanciato agli israeliani di età superiore ai 50 anni affinchè si affrettino ad assumere la terza dose di vaccino Pfizer (avendone ricevute già due). «La campagna per la vaccinazione degli over 60 è un gran successo» ha affermato. «Finora quelle vaccinazioni sono state 750 mila e proseguono. Faccio ora appello agli over 50 a presentarsi alle casse mutue già oggi per vaccinarsi».

Secondo i media, l'inoculazione della dose di richiamo è consigliata anche allo staff medico, al personale carcerario e ai detenuti. Per l'occasione ha divulgato tre messaggi registrati: in ebraico, in arabo ed in russo. Ciò anche nel tentativo di superare le diffidenze verso i vaccini anti-Covid che ancora oggi sono diffuse fra i cittadini arabi di Israele e nella minoranza degli israeliani di origine russa. «Voi - dice Bennett nel messaggio - siete gli unici al mondo che hanno la possibilità di ottenere una terza dose. La cosa non è affatto scontata». Il premier precisa poi che nell'ultima settimana sono deceduti 78 israeliani, 76 dei quali avevano oltre 60 anni e nessuno di loro era stato immunizzato con tre dosi. «Mi rivolgo dunque agli anziani, agli Over 60 e anche agli Over 50 . Se non vi vaccinate siete in pericolo. Andate a farlo subito. E nel frattempo state alla larga da assembramenti».

 

Stati Uniti, terza dose agli immunodepressi

La Food and Drug Administration statunitense ha dato il via libera alla terza dose di vaccino anti Covid alle persone che hanno un sistema immunitario debole, per proteggerle dalla variante Delta. La decisione riguarda milioni di americani come chi ha subito un trapianto o malati di cancro«Il Paese è entrato in un'altra ondata della pandemia del Covid, e la Fda è particolarmente cosciente del fatto che le persone immunodepresse sono particolarmente a rischio», ha detto il commissario della Fda Janet Woodcock. L'annuncio è stato dato dalla Fda aggiungendo che per tutti gli altri vaccinati al momento non si ritiene necessario inoculare una terza dose. «Questa decisione - ha aggiunto - permetterà ai medici di rafforzare l'immunità in persone che hanno bisogno di una protezione extra. Come abbiamo detto in precedenza, gli altri che sono vaccinati a pieno sono protetti in modo adeguato e non hanno bisogno di una dose aggiuntiva di vaccino in questo momento».

La direttrice dei Cdc, Rochelle Walensky, ha detto che le persone che avranno bisogno del richiamo costituiscono meno del 3% della popolazione. Negli Stati Uniti i morti per Covid-19 hanno superato quota 619mila e i contagi sono in forte aumento per la variante delta. La metà della popolazione è vaccinata ma il ritmo della campagna vaccinale sta rallentando. È presto per decidere sulla terza dose a tutta la popolazione, ma è invece possibile dire che un nuovo richiamo possa essere utile ai più fragili: è questa anche la posizione l'immunologo Anthony Fauci.  Anche alla luce del fatto che si sta già vedendo «in certi casi indicazioni di una diminuzione nel tempo della protezione», ha aggiunto. 

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Gran Bretagna, rischio 

​La terza dose dei vaccini anti Covid potrebbe rivelarsi utile già dopo l'estate per una limitata fascia di persone «vulnerabili», ma non per la generalità delle persone in Gran Bretagna dove tre quarti della popolazione adulta over 18 ha ormai ricevuto la doppia iniezione e il 90% almeno la prima. Lo ha detto il professor Adam Finn, luminare della pediatria e della vaccinologia britannica, nonché componente del Joint Committee on Vaccination and Immunisation (Jcvi), l'organismo medico-scientifico indipendente che assiste il governo di Boris Johnson sulla campagna vaccinale fornendo le indicazioni decisive. Nei giorni scorsi altri esperti si erano detti perplessi di fronte al piano di somministrazione di un terzo richiamo messo in cantiere dal governo Johnson a partire da settembre - ma non ancora ufficializzato con il via libera del Jcvi - come da altri governo occidentali, ritenendolo prematuro al momento rispetto alla priorità (raccomandata pure dall'Oms) di garantire prime e seconde dosi ai Paesi più poveri del mondo, o rimasti comunque indietro nelle vaccinazioni, per un più efficace contrasto globale della pandemia e delle sue varianti. 

Cina, Sinopharm sicuro con tre dosi sui bambini 

Il vaccino inattivato sviluppato dal China National Biotec Group (Cnbg) affiliato a Sinopharm si è dimostrato sicuro ed efficace nel corso di sperimentazioni cliniche a tre dosi effettuate su bambini dai tre anni in su. Tramite un post su Weibo la società ha fatto sapere che i risultati degli studi clinici condotti di fase I e di fase II mostrano che il piano di vaccinazione a tre dosi ha prodotto risposte immunitarie più consistenti tra i volontari rispetto al piano a due inoculazioni, specialmente tra le persone di età superiore ai 18 anni, per cui non è emersa alcuna differenza significativa sul totale dei casi in cui si sono verificati effetti indesiderati tra i maggiorenni a seguito della seconda e della terza dose. Tra gli effetti indesiderati locali più comuni vi erano dolori, seguiti da eritema, gonfiore e prurito. I casi di effetti collaterali sistemici sono stati pochi e lievi, trattandosi principalmente di febbre, sensazione di affaticamento e diarrea, e non sono state riscontrate differenze significative tra i gruppi del test e quelli di confronto con placebo. Per i volontari di età compresa tra i 3 e i 17 anni, le reazioni indesiderate più comuni dopo la terza dose erano febbre e dolore. Il regime a tre dosi ha mostrato una risposta immunitaria più robusta rispetto a quello a due anche tra i soggetti di età compresa tra i 3 e i 17 anni. La società ha dichiarato che la somministrazione di una terza dose può proteggere maggiormente le persone dal Covid-19 nel lungo periodo, anche se attualmente è più importante completare il programma di vaccinazione a due dosi per ridurre il rischio di trasmissione del virus e costruire una barriera immunitaria.

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La durata delle due dosi

Ma quanto dura la copertura vaccinale dopo due dosi? E a quali varianti resiste? A 6 mesi dalla seconda dose, il vaccino anti Covid-19 a mRna di Moderna continua a proteggere da almeno 6 varianti del virus SarsCov2, compresa la Delta: lo indica la ricerca pubblicata sulla rivista Science dal gruppo dell'istituto americano Niaid (National institute of allergy and infectious diseases) guidato da Amarendra Pegu. A 6 mesi dalla seconda dose, la maggior parte dei vaccinati ha mantenuto gli anticorpi contro le varianti Alfa, Beta, Gamma, Epsilon, Iota e Delta.

È il primo risultato a definire la durata della protezione dalle varianti, finora valutata solo per periodi più brevi. Gli studi fatti finora sulle persone vaccinate erano stati condotti subito dopo la prima o seconda dose, dando quindi dati limitati sulla durata della protezione. Oltre alla protezione contro le sei varianti, nella ricerca è stata valutata protezione dagli anticorpi neutralizzanti in volontari di tre fasce d'età diverse, nel giro di 7 mesi dalla prima vaccinazione. Si è così osservato che al picco della risposta immunitaria (due settimane dalla seconda dose) la risposta a tutte le varianti era evidente. Gli anticorpi contro le mutazioni sono durati nella maggior parte delle persone, anche se a bassi livelli, per 6 mesi. Nelle persone più anziane erano leggermente ridotti. Si è invece osservata una limitata portata degli anticorpi neutralizzanti dopo la prima dose, il che sottolinea l'importanza di fare entrambe le dosi per essere protetti contro le varianti, sottolineano i ricercatori. Alla luce di queste considerazioni gli autori dello studio ritengono che i nuovi dati possano essere utili in vista della valutazione di somministrare o meno una terza dose del vaccino. «Siamo soddisfatti di questi nuovi dati, che mostrano come le persone vaccinate con due dosi del vaccino Moderna hanno mantenuto gli anticorpi per sei mesi, anche contro le varianti preoccupanti come la Delta», commenta in una nota Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna. «Questi risultati - aggiunge - supportano l'efficacia duratura del 93% osservata con il vaccino Moderna per sei mesi e ci aspettiamo che contribuiscano a definire gli approcci delle autorità sanitarie su come e quando somministrare dosi aggiuntive».

 

Ultimo aggiornamento: 23:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA