Vaccini terza dose, Abrignani (Cts) avverte: «Servirà a tutti, ora avanti con Green pass e mascherine al chiuso»

Lunedì 18 Ottobre 2021 di Gigi Di Fiore
Vaccini terza dose, Abrignani (Cts) avverte: «Servirà a tutti, ora avanti con Green pass e mascherine al chiuso»

Docente ordinario di patologia generale all'Università di Milano, il professore Sergio Abrignani è direttore scientifico dell'Istituto nazionale di genetica molecolare e componente del comitato tecnico scientifico istituito dal governo. 

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Professore Abrignani, l'obbligo del green pass si è dimostrata scelta felice?
«Direi proprio di sì, un obbligo da mantenere per arrivare all'obiettivo del 90 per cento di vaccinati. I dati dicono che negli ultimi due giorni abbiamo avuto un incremento di vaccinazioni. Bisogna andare avanti con questo strumento».

L'Italia esempio per altri Paesi?
«Siamo stati citati dal New York Times come esempio. La campagna vaccinale massiccia ha ridotto i morti e i casi di positività. Impossibile arrivare al 100 per cento dei vaccinati, ma la soglia del 90 per cento è obiettivo raggiungibile».

Quando potremo dire di essere fuori dalla pandemia, per raggiungere una normale convivenza con il virus?
«Il raggiungimento della cosiddetta fase di endemia non è prevedibile. Dobbiamo però considerare che solo sei mesi fa avevamo una preoccupante media di 4-800 morti al giorno, senza la variante Delta. Siamo molto al di sotto, dopo i sei mesi tremendi da ottobre 2020 a marzo 2021, di quelle medie».

Come sarà possibile?
«Abbiamo inseguito il virus fino alla variante Delta e la sua evoluzione in questi mesi. Con un'alta media di protezione che si avrà con il 90 per cento di vaccinati, speriamo che il virus si evolva con noi e che si raggiunga la fase di endemia come con altri virus».

Dobbiamo fare la terza dose di vaccino?
«La somministrazione di una terza dose è normale per tanti vaccini. Con le prime due dosi si ha una forte risposta immunitaria e quindi una copertura immediata ma non di lunga durata. La terza dose prolunga la memoria immunologica. È così per i vaccini dell'epatite B o della poliomelite, tanto per fare due esempi. Ed è possibile che sia così anche per il vaccino anti-Covid, per cui è ipotizzabile che solo dopo 5-10 anni si debba fare un richiamo del vaccino».

Cosa risponde a chi, per posizione di prevenzione ideologica, sostiene che c'è stata poca sperimentazione sui vaccini?
«Dico che sono tesi capziose. Non esiste alcun farmaco che non abbia controindicazioni e una percentuale di rischio c'è in ogni azione umana. Tutti i vaccini moderni, quelli degli ultimi 50 anni, possono avere effetti collaterali. Le reazioni, soprattutto allergiche, si hanno subito dopo l'inoculazione e le altre dopo qualche settimana. Non vi sono esempi di vaccini che abbiano dato effetti collaterali dopo anni».

Che cosa insegnano questi mesi di campagna vaccinale?
«Che il vaccino è uno strumento salvavita e vaccinarsi è un dovere civico. Se possiamo oggi guardare con ottimismo al futuro, è per effetto della massiccia campagna vaccinale. Certo, ci sarà sempre una percentuale di persone, per fortuna una piccolissima minoranza, che non si convinceranno mai a vaccinarsi, ma dovremo ripeterci che in Italia abbiamo avuto 132mila morti e oggi chi si vaccina non si ammala ed è protetto, in caso di contagio, da complicazioni severe al 97-98 per cento».

Si sono fatti progressi anche sui farmaci che danno risposte efficaci nelle cure del Covid?
«Sicuramente, abbiamo oggi farmaci che, somministrati nei primi otto giorni di malattia, ne evitano le complicanze gravi».

Si può dire che, con la vaccinazione al 90 per cento della popolazione italiana, non ci saranno più contagi?
«No, avremo la cosiddetta fase del paradosso vaccinale per cui con numeri così alti di copertura ci sarà comunque una percentuale di contagiati fra i vaccinati. Ma sicuramente non avremo più numeri elevati di complicanze severe sugli ammalati. Va ribadito che in medicina non esiste mai il 100 per cento di esclusione dal rischio».

Con l'apertura delle attività sociali, dalla scuola agli spettacoli, ci sono stati aumenti di contagi?
«Abbiamo dati incoraggianti. Nonostante la riapertura delle scuole, dei teatri, dei cinema, non ci sono state conseguenze negative sui contagi. Questo fa ben sperare, ma aspettiamo per tirare conclusioni definitive».

È consigliabile, come lo scorso anno, soprattutto agli ultrasessantenni il vaccino anti-influenzale?
«Sicuramente. Riduce il rischio di ammalarsi di influenza e anche la confusione diagnostica sui sintomi che sono simili a quelli del Covid. L'obiettivo della fase di endemia del virus ha come esempio proprio l'influenza dove la mortalità è a un caso su mille. Negli anni passati, prima del 2020, la media di ammalati di influenza arrivava ai tre-dieci milioni e si avevano 3-10mila morti, numeri che non hanno mai cambiato le nostre vite».

Dobbiamo continuare a usare la mascherina?
«Credo che per ora sia necessario negli ambienti chiusi. Le evidenze ci dicono che l'uso della mascherina, così come le abitudini seguite per mesi, nel periodo invernale hanno ridotto le malattie infettive tipiche della stagione. I giapponesi usano sempre la mascherina d'inverno per prevenire l'influenza. È una loro abitudine di prevenzione da anni».

A fine dicembre, potremo dire fine all'emergenza?
«Questo lo stabiliranno da un lato i dati epidemiologici e dall'altro le decisioni politiche. Possiamo oggi guardare con ottimismo all'immediato futuro, ma per uscire definitivamente dalla pandemia bisognerà vaccinare di più nei Paesi in via di sviluppo che hanno bassissime percentuali di immunizzati. Occorrono almeno 15 miliardi di dosi per vaccinare almeno l'80 per cento del mondo per salvaguardarci dallo sviluppo di varianti, che nascono quando si confrontano una bassa risposta immunitaria e un'alta concentrazione di virus come si ha nei soggetti non vaccinati che si infettano. Credo ci vorranno almeno due anni, un anno se non di più, ma dipende dall'impegno dell'occidente».

Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre, 15:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA