Coronavirus e scuole chiuse: tutte le piroette di Azzolina tra annunci, gaffe e smentite

Mercoledì 6 Maggio 2020 di Antonio Menna

Ma sì, mandiamoli nei parchi, nei giardini a raccogliere fiori, nei musei a passeggiare. Usiamo la fantasia: dopo la didattica a distanza, le lezioni on the road. Forse è il caso di chiedere qualche giorno di riflessivo silenzio alla Ministra dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che ad ogni scenario sulla riapertura delle scuole, riesce a spararla più grossa. L'ultima è La fantasiosa scena bucolica dei ragazzini a fare lezione sui prati. «Andare oltre i perimetri degli edifici», ha tuonato la ministra. Bello, qualunque cosa significhi. Ma prima c'è stata quella dei giorni alternati in classe: un po' in aula, un po' a casa, chissà con quale criterio. I giorni dispari e i giorni pari? O forse i cognomi alterni, come le targhe per l'accesso nei centri storici? La situazione è grave ma non è seria, ammoniva anni fa Ennio Flaiano. Chissà che direbbe oggi, di fronte ad Azzolina Lucia, 37 anni, Cinquestelle di Siracusa, insegnante, nel 2014 supplente nei licei piemontesi, nel 2020 numero uno di viale Trastevere. Quando è comparsa in tv, intervistata da Fazio, così rigida e in posa, occhi sgranati e troppo rossetto, sorriso un po' tirato, austera, a qualcuno è venuto in mente di paragonarla a Sabina Guzzanti. Ma c'è una differenza macroscopica: la Guzzanti non fa più ridere.

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Sarà quell'aria un po' così, da che ci faccio qui, da precipitata sulla Terra; sarà il tentativo disperato di ricomporre il puzzle di una scuola andata in pezzi e che lei, come una Mister Bean al femminile, continua a frantumare ogni volta che si avvicina, ma la ministra, da quando si è insediata, non riesce a infilarne una. Ha giurato il 10 gennaio. Nemmeno il tempo di prendere confidenza con l'ufficio che comincia la collezione di scivoloni. L'undici gennaio viene fuori che alcuni paragrafi della sua tesi per l'abilitazione all'insegnamento risultavano copiati da alcuni testi specialistici. Qualche giorno e i sindacati con una nota del 2 febbraio per una volta tutti uniti la accusano di non avere programmi idonei per i docenti precari e proclamano uno sciopero nazionale. Due settimane e un bel po' di associazioni ne chiedono le dimissioni perché non viene abrogata la chiamata diretta dei docenti da parte dei dirigenti scolastici. Sembra vittima di una maledizione, la povera Azzolina, che peraltro deve il suo ingresso a Montecitorio a un paradossale episodio: candidata nel listino plurinominale di Novara-Vercelli, la ministra non viene eletta. Ma la Cassazione, visto che il Movimento 5stelle aveva avuto in Campania più voti dei candidati disponibili, assegna il seggio vacante a Novara, e lei entra in Parlamento.
 


Con l'emergenza Coronavirus, la Azzolina è entrata in una strana fibrillazione. Il primo momento di una lunga storia di caos nel governo arrivò proprio sulla scuola. Era il 4 marzo: gli ammalati ufficiali in Italia erano poco più di 3mila, non c'era ancora aria di lockdown. Ma nel pomeriggio, a Consiglio dei ministri in corso, l'Ansa batte un flash: chiusura delle scuole a causa dell'emergenza sanitaria. Ma ci pensa la ministra, in diretta Tv, a smentire: nessuna decisione è stata presa. Confusione generale. Ma la decisione c'è e viene comunicata dal presidente del Consiglio qualche ora dopo. Chiusura fino al 15 marzo, poi aprile, poi Pasqua: sono passati due mesi e le scuole sono ancora sigillate. Ma a ogni giro è arrivata l'immancabile proposta della ministra che ha messo tutti in disaccordo. Si riapre il 18 maggio? Vedremo, dice la Azzolina, sentiamo gli scienziati. Ma gli scienziati replicano: decide la politica. Poi quando diventa chiaro che non si può riaprire nulla, arriva la questione di come far terminare l'anno scolastico: tutti promossi? E agli esami? Una tesina scritta per la terza media. E prova solo orale per la maturità, da fare in presenza. Ma come, dove, con quali regole? Con mascherina, senza, all'aperto, uno per volta, tutti assieme? Non si sa. Ma non ancora placata la polemica per l'anno da concludere, si guarda già al prossimo. Se il virus è ancora qui, a settembre che cambia? La scuola riapre? «Potrebbe anche non riaprire più, didattica a distanza per tutti», dice serafica la ministra, facendo scoppiare un nuovo pandemonio: panico nelle famiglie, panino tra gli insegnanti. Ma era un falso allarme. La ministra ci ha messo poco per chiarire che il suo era solo uno degli scenari possibili, una soluzione estrema per una situazione del contagio fuori controllo.

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Arriva così la seconda proposta: si torna in classe dal primo settembre ma metà in presenza e metà on line. E i docenti? Un po' e un po'. Nemmeno il tempo di disorientarsi che arriva la precisazione, che forse fa anche peggio. La didattica metà e metà riguarderebbe solo i più grandi. Mentre per i più piccoli si sperimentino formule nuove: parchi, teatri. E mentre vengono infilate più ipotesi di quelle dei virologi sul destino del virus, la Azzolina non manca di polemizzare con le forze politiche, anche della sua stessa maggioranza. Qualcuno chiede solo qualcosa di logico: interventi immediati di edilizia scolastica per aumentare spazi e mettere in sicurezza gli edifici, la riduzione del numero di alunni per classi e assunzioni di migliaia di nuovi insegnanti, con un concorso veloce da fare in estate, per essere pronti a settembre con distanze e locali idonei. Troppo semplice, però, per la supplente che in sei anni è diventata ministra.

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