Figalli, il matematico con Napoli nel cuore: «Con i numeri prevedo dove vanno le nuvole»

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di Valentina Arcovio

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È un momento eccezionale che ricorderò per tutta la mia vita». È visibilmente emozionato il giovane matematico italiano Alessio Figalli, nato a Roma il 2 aprile 1984, da Giuseppina Carola, insegnante di lettere classiche presso il liceo classico Vivona all'EUR; e da Gennaro, di origini e di formazione napoletane, che è professore ordinario del Dipartimento di Ingegneria all'Università di Cassino. Figalli ha lasciato Roma poco più che maggiorenne, ma nella Capitale ha ancora tanti amici. Figalli ha vinto il più prestigioso premio internazionale per la matematica, la medaglia Fields. Non accadeva da 44 anni che un italiano avesse questo riconoscimento, importante come il Nobel e dedicato ai ricercatori che non abbiano compiuto 40 anni. I teoremi di Figalli hanno applicazioni ingegneristiche e fisiche, ma soprattutto riescono a fare comprendere meglio i fenomeni naturali: la formazione delle nuvole, ma anche le bolle di sapone. Uno dei suoi principali campi di ricerca è la teoria del trasporto ottimale: trovare il modo più economico per trasportare oggetti da un luogo a un altro. Le sue equazioni serviranno per avere previsioni meteo più precise e progettare nuovi materiali.
 

L'annuncio è arrivato da Rio de Janeiro, dove il Congresso internazionale dei matematici si è aperto con una coloratissima cerimonia a ritmo di samba, e a dare l'annuncio è stato il presidente dell'Unione Matematica Internazionale, Shigefumi Mori. Figalli sedeva in prima fila, accanto agli altri tre premiati: Caucher Birkar, di origine curde, che lavora nell'università britannica di Cambridge, il tedesco Peter Scholze, dell'università di Bonn, e l'australiano Akshay Venkatesh, dell'università di Stanford. A soli 34 anni, Figalli ha al suo attivo 140 pubblicazioni e per il mondo scientifico italiano la sua medaglia Fields è la conferma di come sia viva e in buona salute la grande tradizione matematica italiana, da Vito Volterra, Renato Caccioppoli, Mauro Picone e Guido Stampacchia, fino a Camillo De Lellis che oggi insegna a Princeton, e Luigi Ambrosio, che ha seguito.

Professore dica la verità, sapeva già da tempo che avrebbe vinto la Fields Medal. Come ha fatto a mantenere il segreto?
«È vero. Lo sapevo da circa 5 mesi ed è stata davvero dura mantenere il segreto. In realtà, facevo fatica a crederci. Ma ora è ufficiale e questo premio mi riempie di gioia. È una bella soddisfazione, ma è anche un grande stimolo per il futuro, che mi motiverà a continuare a lavorare nei miei settori di ricerca».

Quando ha cominciato a pensare di fare il matematico?
«Abbastanza tardi. Quando ho finito il liceo classico Vivona, a Roma, ero ancora indeciso tra matematica, fisica e ingegneria. Alla fine è stato un po' un caso, molto legato al fatto di essere entrato alla Scuola Normale di Pisa. Mi sono detto ah, però, fico!. Insomma, la matematica mi divertiva, ma non sapevo se avrei potuto farne un lavoro. Avevo conosciuto le Olimpiadi della Matematica gli ultimi due anni di Liceo, insomma abbastanza tardi. E facendo le Olimpiadi mi divertivo. Era un mio sfizio, mi ci mettevo ogni tanto la domenica pomeriggio, ma mi ci dedicavo non più di due ore a settimana. Per il resto me ne andavo in palestra o uscivo. Mi riuscivano gli esercizi di matematica, ma nulla di particolare. Inoltre facevo il Classico e il programma era abbastanza facile. Dalla Normale di Pisa la mia strada sembrava più chiara».

Dopo il liceo ha sempre girato il mondo?
«Sono entrato alla Scuola Normale di Pisa nel settembre 2002 e ho ottenuto la laurea triennale in matematica nel novembre 2004. Durante gli studi per la laurea specialistica seguii un corso di un professore dell'Ecole Normale Supérieure de Lyon (Albert Fathi), il quale mi invitò a spendere un semestre a Lione. Col supporto di Luigi Ambrosio, il mio relatore alla Normale, passai 6 mesi a Lione e nel 2006 cominciai un dottorato in cotutela tra Pisa e Lione. Questo fu l'inizio della mia carriera francese: nell'ottobre 2007 ottenni un posto da ricercatore al CNRS, l'equivalente del CNR italiano, e nel 2008 mi trasferii all'Ecole Polytechnique di Parigi. Quando ormai mi vedevo ben inserito nel sistema e nella vita francese, durante una delle trasferte negli Stati Uniti ebbi occasione di visitare l'Università del Texas a Austin. In quell'occasione mi offrirono una posizione come professore associato».

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Giovedì 2 Agosto 2018, 11:36 - Ultimo aggiornamento: 02-08-2018 15:55
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COMMENTA LA NOTIZIA
5 di 5 commenti presenti
2018-08-02 18:33:55
Caro Professore, complimenti vivissimi e si ricordi che per gli italiani vale sempre l'antico detto nemo propheta in patria.
2018-08-02 15:23:05
Compiacimenti Vivissimi ! riguardo la radice Napoletana , vedra' che il cosiddetto sindaco che siede a palazzo s.giacomo indira' una gara di appalto tra i migliori fotografi della citta' per immortalare la stretta di mano che avra' con Ella.....
2018-08-02 14:35:26
In breve: formatosi in Italia ma apprezzato all'estero...un classico purtroppo
2018-08-02 14:01:58
Riempiamoci la bocca e gonfiamo il petto di orgoglio per il successo di un italiano. Ma possiamo veramente essere felici ed orgogliosi? Il prof di italiano ha solo la genetica e il primo corso di studi. Per riuscire a fare l'impresa però è andato all'estero. Noi lo avremmo lasciato a 1000 Eur/mese per decenni senza risorse per ricerca (ed è solo matematica che involve al più un computer ma molto di più la testa) agli ordini di un GRANDE prof nominato per meriti familiar-politici. Il merito è dunque da dividere tra i vari paesi che gli hanno dato credito e spazio. Questa dovrebbe essere la giornata della vergogna nazionale, non dell'orgoglio
2018-08-02 13:08:46
ma nn ho capito a stento se si puo consderare romano visto che ci è nato e studiato per 20 anni e poi ha vissuto all'estero, adesso xche il papà è napoletano allora.......... Napoli nel cuore. Mi sta bene tutto, ma xchè sempre a rimarcare qsto campanilismo provinciale. Siamo cittadini del mondo e certe distinzioni poi vengono usate anke nei luoghi comuni che spesso ci offendono.

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