Università, perse cinquemila borse di ricerca

Domenica 17 Dicembre 2017 di ​Marco Esposito
Università, perse cinquemila borse di ricerca

Ricercatori universitari e professori associati hanno perso oltre 5mila borse di finanziamento alla ricerca per un cattivo comportamento nella cosiddetta «teoria dei giochi». Una figuraccia per l’insieme del sistema universitario italiano, rimasto vittima di una sorta di «gioco del pollo» in cui perde chi si tira indietro.

Su quindicimila borse da 3.000 euro ciascuna - chiamate cacofonicamente Ffabr, Fondo per il finanziamento delle attività base di ricerca - ne saranno state assegnate soltanto 9.466. Perché? Perché i 37mila ricercatori e professori associati del sistema universitario italiano evidentemente non conoscono la teoria dei giochi, nonostante sia materia d’insegnamento universitario in decine di atenei. 

La regola per assegnare le borse Ffabr prevedeva che il 75% delle domande dei ricercatori e il 25% delle domande dei professori universitari associati sarebbero risultate vincenti in base a una classifica per titoli, con un tetto appunto di 15.000 borse su 37mila potenziali beneficiari. 

Cosa ha fatto la maggioranza dei 37mila? Non ha nemmeno presentato la domanda, sapendo che non aveva titoli sufficienti per vincere. I dati li ha diffusi l’Anvur. E così, non conoscendo la teoria dei giochi, quel 53,1% che ha rinunciato alla corsa ha danneggiato anche gli altri, perché con sole 17.308 richieste di bonus, i vincitori sono diventati 9.466, molti meno dei 15.000 per i quali erano pronti i finanziamenti (ciascuno appunto da 3.000 euro). I 16,6 milioni disponibili per finanziare progetti di ricerca ma rimasti inutilizzati si sono così trasformati, in base alla legge, in generici 16,6 milioni che saranno distribuiti tra gli atenei in proporzione al riparto della quota base del Fondo di finanziamento ordinario. 
 
Le Università non hanno saputo capire e organizzare un gioco di squadra: la teoria dei giochi è una vera e propria scienza e studia il comportamento degli individui in situazioni competitive e di potenziale conflitto. Il teorico più noto nel campo è il matematico John Forbes Nash, al quale è dedicato il film «A Beautiful Mind». 

Nel caso delle borse Ffabr, si può immaginare un gioco nel quale partecipano otto persone e che consiste nel premiare la metà di chi presenta la domanda, in base a una classifica che conta i libri pubblicati. Se tutti e otto presentano la domanda, i premi vanno ai migliori quattro. Ma se i quattro che sanno di essere in coda (perché le pubblicazioni sono appunto pubbliche e quindi note) rinunciano a partecipare ritenendo che sia inutile, solo in quattro prenderanno parte alla selezione e solo i primi due saranno premiati. Per cui il gruppo di otto, non riuscendo a escogitare una strategia di squadra, incassa nel complesso due soli bonus rispetto ai quattro a disposizione. E quindi, uscendo dall’esempio e tornando ai numeri reali, l’insieme di 36.935 ricercatori e professori associati riceverà soltanto 9.466 borse da 3.000 euro ciascuna invece delle 15.000 disponibili, perdendone 5.534, per un importo totale mancato di 16,6 milioni di euro. I 5.534 che hanno presentato domanda ma hanno perso, pur essendo tra i 15.000 migliori, sono sconfitti perché in migliaia hanno temuto di partecipare e fare una brutta figura. Sono vittime, in un certo senso, del «gioco del pollo». 

Tutto è cominciato con il comma 295 della scorsa legge di Bilancio (la 232/2016 valida per il 2017) il quale istituiva, all’interno nel Fondo per il finanziamento ordinario delle università statali, una sezione denominata «Fondo per il finanziamento delle attività base di ricerca», destinata a incentivare l’attività base di ricerca dei professori di seconda fascia e dei ricercatori delle università statali. 

Le graduatorie sono state pubblicate a fine novembre e dopo aver elaborato i dati l’Anvur, l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca, ha diffuso un report con l’analisi dei risultati, sulla base della valutazione di 292.062 prodotti scientifici. «Differenze significative nella partecipazione - scrive l’Anvur - si registrano tra le aree disciplinari, con le domande dei ricercatori delle Scienze chimiche che sfiorano il 70% dei potenziali destinatari, a fronte di circa il 28% per i ricercatori e per i professori associati in medicina e del 40% e 42%, rispettivamente, per i ricercatori e i professori associati nell’area giuridica». 

La partecipazione più elevata si è registrata - in media ma con diverse eccezioni - negli atenei del Nord per i ricercatori e del Centro per i professori associati, con il Mezzogiorno indietro in entrambe le sezioni. In particolare spiccano in Campania i dati negativi per i professori associati dell’Università del Sannio (appena il 26% degli aventi diritto ha presentato la domanda), della Federico II (31,0%) e della Vanvitelli (34,9%) mentre è in media nazionale la Parthenope (44,1%) e sono sopra la media Salerno (51,8%) e Orientale (52,6%). Tra i ricercatori pesano i dati negativi della Vanvitelli (32,4% di partecipazione) e della Federico II (34,6%) mentre sono in linea con la media nazionale Orientale (47,5%) e Sannio (49,3%). Ben sopra la media Parthenope (57,4%) e Salerno (61,1% di partecipazione). Tirando le somme, in Campania ha presentato la domanda solo il 39,5% degli aventi diritto. Pesa nella media generale e un po’ sorprende la cattiva performance della Federico II: 257 domande tra gli 828 professori associati e 325 domande tra i 931 ricercatori. 

Ultimo aggiornamento: 10:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA