Violenze a scuola, bentornata severità

Domenica 29 Aprile 2018 di ​Fabrizio Coscia
Davanti a tutta la classe, l’alunno intima al suo professore di alzare le mani, puntandogli una pistola alla testa, perché colpevole di averlo rimproverato. Una scena choc, che si è poi rivelata solo uno scherzo con una pistola giocattolo. Naturalmente resta la violenza inaudita del gesto, l’intimidazione, il sopruso, l’umiliazione simbolica. Un gesto che si somma ai tanti di cui ci arriva notizia in questi giorni, come se la scuola si fosse trasformata in un campo di battaglia dove i docenti sono le vittime designate di un grottesco e a tratti orrorifico tiro al bersaglio. 

Come l'altro episodio, gravissimo, avvenuto in una quarta superiore di Pesaro, dove un professore è stato aggredito in classe da due studenti, uno con un accendino, incitato dall'intera classe che urlava di dar fuoco al docente, con inevitabile ripresa video dai cellulari. La novità però - che parrebbe scontata ma tanto scontata non è - va rilevata nella reazione immediata degli istituti scolastici: lo studente con la pistola, di un istituto superiore in provincia di Pisa, è stato sospeso e denunciato; sospesi fino alla fine dell'anno scolastico i due ragazzi della scuola di Pisa e sospesa anche l'intera classe con l'obbligo di frequenza. Indagine penale anche per i cinque studenti della scuola di Lucca che avevano insultato e minacciato il loro prof di italiano, il 10 aprile scorso, riprendendo e diffondendo il video su Youtube: per tre di loro è scattata anche la bocciatura. Consiglio di istituto e magistratura sono intervenuti, dunque, tempestivamente, nel tentativo di frenare, o almeno arginare un fenomeno preoccupante. 

Come interpretare questo segnale? Va accolto come una prima risposta a questo clima sempre più diffuso di delegittimazione degli insegnanti (che, andrebbe detto, parte dall'alto, dalla politica, e spesso dagli stessi genitori, prima ancora che dal basso, dagli studenti): una risposta doverosa e necessaria, soprattutto per i suoi risvolti educativi, perché è questo l'aspetto che non bisogna mai perdere di vista, trattandosi di scuola, professori e alunni. Se questi atti che erroneamente si continuano a definire di bullismo (ma che hanno a che fare con qualcosa di molto diverso dal fenomeno psicopatologico del bullismo) fossero infatti sottovalutati e soprattutto «perdonati», come troppe volte è capitato, ci troveremmo di fronte a un errore madornale, con conseguenze didattiche disastrose.

Attenzione, non si tratta di invocare la scuola-Edipo del passato, quella basata sulla potenza della tradizione, sull'autorità del Padre e sulla fedeltà al passato, spazzata via dalla contestazione del Sessantotto, perché giustamente impraticabile e perché - questo è il dato da non sottovalutare, credo - nella pistola finta puntata alla testa del professore, nella minaccia al rogo non c'è ombra di ribellione anti-autoritaria, ma solo l'effetto devastante di un modello di comportamento basato sul predominio incontrastato di una realtà virtuale fatta di gesti e azioni quasi sempre violenti (di una violenza ludica e astratta, tipica dei criminal game così diffusi tra i giovani e giovanissimi). Ma si tratta piuttosto di contrastare con la massima urgenza questa Scuola dell'orizzontalità liquida (che alla precedente si è sostituita con la diretta e consapevole responsabilità dei diversi governi di destra e sinistra succedutisi negli anni), dove si è rotto il patto generazionale ed educativo tra insegnanti, genitori e alunni. Il perdonismo e il giustificazionismo (di matrice psicologica e sociologica) hanno prodotto altrettanti danni dell'autoritarismo, se non peggio. I docenti si sono improvvisati genitori, psicologi, assistenti sociali, volontari, intrattenitori, pur di contenere in qualsiasi modo, da soli e spesso abbandonati, disagi e devianze degli alunni, pur di tenere a scuola i ragazzi, qualsiasi atto indisciplinato avessero compiuto (l'imperativo categorico dell'inclusione scolastica), spesso anche a danno del diritto allo studio degli altri. Con il risultato di trasmettere a tutti un'idea di impunità, se non di onnipotenza, praticabile solo ed esclusivamente nel protetto e protettivo ambiente scolastico - dove stiamo allevando una generazione di nevrotici detentori di diritti senza alcun dovere - e non certo nel mondo spietatamente darwiniano del lavoro che aspetta fuori questi ragazzi. Basti pensare al recente decreto firmato dal Ministro Fedeli per l'abolizione del voto in condotta nella scuola media, con tutto ciò che simbolicamente può rappresentare in termini di permissivismo, per rendersi conto della deriva intrapresa dalla «Scuola buonista» (più che dalla «Buona scuola»), dove ciò che emerge, alla fine, è che il comportamento non è parte rilevante del processo formativo degli studenti.

E allora? Che cosa stiamo insegnando a questi ragazzi, se non siamo capaci di fargli capire che anche nella scuola, come fuori, ad ogni azione deve corrispondere una responsabilità, e che questa responsabilità va assunta pagando di persona gli abusi commessi, le regole non rispettate, i ruoli fraintesi, perché è su questo che si basa il «contratto sociale»? Che aiuto stiamo dando alla crescita dei nostri alunni se continuiamo a trasformare la scuola in una sorta di grembo materno che accoglie e redime? Se non li aiutiamo a capire quali sono i limiti e a fissarli insieme, quei limiti che loro stessi cercano disperatamente in questi atti così eclatanti, perché ne hanno un estremo bisogno? L'intervento della magistratura e i provvedimenti disciplinari severi (compresa la bocciatura) possono essere, allora, un segnale positivo, un punto di partenza per una scuola che sappia - gradualmente, con l'aiuto di tutti, dai nostri governanti ai genitori alle professionalità esterne - riconquistare quel senso dell'autorevolezza irrinunciabile, prioritario, che solo può permettere all'adolescente di riconoscere finalmente il debito simbolico verso il Padre, senza il quale la strada della ricerca della propria identità sarà per lui sempre più difficile.

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