Becciu, l'allerta ignorata nel 2013: «Evitare a quel finanziere i rapporti con il Vaticano»

Giovedì 1 Ottobre 2020 di Valentina Errante
Becciu, l'allerta ignorata nel 2013: «Evitare a quel finanziere i rapporti con il Vaticano»

Nel 2013, quando la Segreteria di Stato vaticana decide di avventurarsi in un'operazione finanziaria che costerà alla Santa sede 500 milioni di euro, un'informativa della gendarmeria tracciava il profilo di Raffaele Mincione, sconsigliando l'investimento. Un atto ignorato da monsignor Alberto Perlasca, per anni a capo dell'ufficio che gestisce l'Obolo di San Pietro, una vera e propria cassaforte, nella quale sono custoditi fondi extrabilancio e fuori dal controllo. Perlasca, indicato come l'uomo che ha scelto di andare avanti in quel turbine di investimenti dissennati, truffe e spese folli che non trovano una reale giustificazione, inchiodato al suo ruolo, a verbale, ha tentato di alleggerire la propria posizione, accusando l'oramai ex cardinale Angelo Becciu.

LEGGI ANCHE Becciu, la famiglia del cardinale licenzia l'avvocato Iai

Dall'inchiesta vaticana per truffa, estorsione, riciclaggio e peculato, emerge che sin dall'inizio prendeva forma una trama precisa che puntava a drenare fondi a vantaggio di speculatori, religiosi, ma anche di persone molto vicine al Santo Padre. Questo ha fatto scatenare una guerra interna tra vescovi e cardinali, presunti amici del Papa e profittatori. Con accuse reciproche.

È stato Vincenzo Mauriello, uno dei funzionari vaticani sospesi e finito al centro dell'indagine, a riferire a verbale il 13 gennaio scorso davanti al promotore di Giustizia Gian Pietro Milano e Alessandro Diddi: «Mentre mi trovavo davanti all'ufficio del Sostituto (Becciu) incontrai il dottor Tirabassi (Fabrizio Tirabassi, attualmente sospeso, ex responsabile dell'Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato) che usciva dalla stanza del Sostituto. In quella occasione disse che la Segreteria di Stato aveva in animo di fare un investimento, ma il Sostituto chiedeva, prima di dar seguito all'investimento, di acquisire informazioni su uno dei partner che Fabrizio Tirabassi gli disse essere Raffaele Mincione». A quel punto Muriello cura personalmente l'acquisizione delle informazioni ponendosi in contatto con la Gendarmeria, la quale in un rapporto a firma del colonnello Costanzo Alessandrini, numero due del corpo, «metteva in evidenza le ragioni che avrebbero sconsigliato l'avvio di attività di investimento con Mincione. In particolare non era persona «moralmente adatta ad avere rapporti con la Segreteria di Stato».

Muriello ha anche specificato che la persona che aveva deciso di avviare l'investimento al centro dell'inchiesta è proprio Perlasca. I riscontri sono stati trovati nel corso delle indagini, «Perlasca - si legge nel decreto di perquisizione a suo carico - ha seguito l'operazione londinese e più in generale l'investimento nell'Athena capital global opportunities fund) sin dall'origine, avendo sottoscritto il 9 luglio 2014, unitamente a Fabrizio Tirabassi la proposta di partecipazione della Segreteria di Stato all'investimento che ha visto la destinazione a finalità speculative di fondi con vincolo di scopo». Ossia i fondi dell'Obolo di San Pietro, destinati anche agli indigenti.

LEGGI ANCHE Il Vaticano e l’affare a Londra: ora gli indagati sono dieci

Il 31 gennaio tocca a monsignor Mauro Carlino, anche lui indagato riferire su Perlasca. Dice a verbale: «Perlasca ha avuto il pieno controllo della gestione del fondo Athena Capital Global nel quale sono confluite le risorse finanziarie dell'obolo di San Pietro e della gestione deleteria personalistica e con gravi perdite del fondo medesimo operata da Raffaele Mincione». Gli inquirenti hanno poi verificato che Perlasca «avrebbe intrattenuto molteplici contatti, anche con incontri personali, con Mincione.

Prima ha scritto una lettera al Papa per assicurare la buona fede. Poi si è sfogato con un cardinale, come riporta l'Adnkronos, ripetendo i fatti che ha deciso di riferire a verbale, collaborando con la giustizia, anche perché Alberto Perlasca rischiava l'arresto in Vaticano. E scagliandosi contro Becciu. Il suo verbale, una settimana fa, ha portato alla «defenestrazione» del cardinale, all'epoca Sostituto agli Affari generali, del quale Perlasca è stato a lungo il braccio destro. Perlasca avrebbe tratteggiato la figura del suo ex superiore descrivendola come preponderante nella Segreteria di Stato. Becciu, per Perlasca, avrebbe avuto buon gioco sin dall'inizio a conquistarsi la fiducia del personale con il suo modo pacato e cortese di impartire gli ordini e la sua capacità di evitare scontri diretti. Il monsignore inoltre avrebbe raccontato dei rapporti di Becciu con i suoi fedelissimi, tra cui l'ex segretario monsignor Carlino, indagato per estorsione nell'ambito dell'inchiesta, con Tirabassi.

Ecco i 100mila euro per la cooperativa sarda che poi si rivelerà essere la Spes di Ozieri, di cui è presidente il fratello di Becciu, Tonino, e che è stato al centro delle contestazioni del Papa all'ex cardinale. Perlasca avrebbe rivelato di non sapere i dettagli ma di aver avuto una richiesta dall'allora Sostituto perché provvedesse a trovare una soluzione per eseguire un bonifico da 100mila euro a una cooperativa in Sardegna in grave difficoltà, spiegando peraltro che quella di Becciu - per l'estrema povertà di quei territori a lui tanto cari - era una preoccupazione ricorrente. E avrebbe raccontato di essersi informato su come procedere al bonifico e che, consultandosi con i suoi collaboratori, questi gli avrebbero suggerito di dividere l'importo in più quote per evitare indagini da parte dell'Autorità di vigilanza. Alla sua proposta Becciu però avrebbe ribattuto di aver già trovato la soluzione: trasmettere l'intera somma alla Caritas diocesana di Ozieri con causale opere di carità del Santo Padre.
 


Ma nell'operazione finanziaria costata al Vaticano circa 500 milioni di euro, il promotore di Giustizia individua diverse figure marginali «La Segreteria di Stato - scrivono negli atti Milano e Diddi - si è avvalsa di numerosi consulenti e mediatori che, di fronte ad attività non meglio precisabili, hanno ricevuto somme di denaro ingentissime». Nel novembre 2018 l'avvocato Nicola Squillace un compenso di 200mila euro «per un generico incarico di consulenza legale che prevedeva oltre 150mila euro per una serie di professionisti indicati dallo stesso legale». Qualche mese prima, Squillace era stato condannato a sei anni e sei mesi per bancarotta e falso. A dicembre dello stesso anno Squillace emetterà una fattura di 364 mila euro (gliene saranno liquidati solo 100mila). Non solo, dalle indagini è emerso che il legale era avvocato di Gian Luigi Torzi, il finanziere, arrestato dalla gendarmeria (per poi essere rilasciato) che con una società ad hoc, la Gutt sa, media l'acquisto da parte del Vaticano delle azioni di Athena quando Mincione viene liquidato con 40 milioni di euro. Mentre le consulenze per cambiare la destinazione d'uso all'immobile di Londra ammontano a oltre 711mila euro, mentre quelle per gestire i rapporti con Torzi, il secondo finanziere che entra in scena nell'affare del palazzo, superano i 22 milioni di euro.

Ultimo aggiornamento: 15:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA