Attentato a Wojtyla, il cardinale Dziwisz: la verità non so se verrà mai appurata

Giovedì 13 Maggio 2021 di Franca Giansoldati
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Città del Vaticano - «La verità su quell’attentato è molto complessa, e non so se mai verrà appurata. Il Papa con il proprio sangue ha pagato l’impegno per la giustizia nella storia e per la libertà dei popoli». Il cardinale Stanislao Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia e già segretario particolare di Giovanni Paolo II stamattina ha celebrato una messa nella basilica vaticana nel 40esimo anniversario dell’attentato in Piazza San Pietro.

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«Pensiamo con orrore a cosa sarebbe successo se lo avessimo perso allora. Quanto più povero e diverso sarebbe il mondo e la nostra Polonia senza la sua testimoinanza di fede, l'insegnamento, l'indicazione e l'avvertimento e i pericoli e le turbolenze che ci minacciano nel mondo moderno» ha detto durante l'omelia. Più tardi al Sir, l'agenzia dei vescovi italiani, ha condiviso alcune considerazioni su quei momenti.

Chi c'era dietro il terrorista turco Alì Agca? «Egli ha sempre schivato le speculazioni relative ai veri mandanti dell’attentato alla sua vita. Penso che avesse intuito chi fossero ma non ne volle mai parlare molto. Ci sono varie versioni riguardo i motivi dell’attentato a Santo Padre, molte congetture, supposizioni, interpretazioni più o meno verosimili». Secondo don Stanislao erano in molti a considerare scomoda la persona di Giovanni Paolo II. «Egli affermava con chiarezza che il sistema comunista, come ogni sistema totalitario, è nemico dell’uomo e dei popoli, che distrugge la libertà, la dignità e ogni anelito alla giustizia e alla pace. Giovanni Paolo II sin dall’inizio del suo pontificato a gran voce difendeva la causa di coloro che erano stati privati della voce, dei poveri, dei perseguitati da regimi totalitari, e degli oppressi. Questo non poteva piacere agli architetti dei regimi totalitari. Le forze del male non usano dialogare nel rispetto dell’avversario ma ricorrono alla violenza».

«Dopo gli spari scivolò tra le mie braccia. Soffriva molto» ha ricordato il cardinale emerito di Cracovia. «Era cosciente e finché potette, con un filo di voce, pregava. L’ho sentito offrire la propria sofferenza per la Chiesa, e ho udito anche le parole di perdono rivolte all’attentatore. Perse conoscenza quando fummo arrivati al Policlinico Gemelli».

«Dopo l’attentato, monsignor Pavel Hnilica, per molti anni vittima delle persecuzioni da parte delle autorità comuniste in Cecoslovacchia, consegnò al Papa la documentazione relativa alle rivelazioni a Fatima. La lettura di queste carte sconvolse Giovanni Paolo II. Successivamente, quando il Papa lasciò il Policlinico, Hnilica fece arrivare a Castel Gandolfo la figura della Madonna di Fatima, esposta in occasione dell’anniversario delle rivelazioni in piazza San Pietro il 13 maggio, lo stesso giorno dell’attentato. Un anno dopo Giovanni Paolo II si recò in pellegrinaggio a Fatima e lì affidò tutto il mondo, compresa la Russia, al Cuore Immacolato di Maria. Per volere del Papa, uno dei proiettili che lo avevano colpito venne incastonato nella corona della Madonna».

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