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Papa Francesco e il lascito ai giovani Inuit del circolo polare artico: «Prendetevi cura della Terra ferita»

Sabato 30 Luglio 2022 di Franca Giansoldati
Papa Francesco e il lascito ai giovani Inuit del circolo polare artico: «Prendetevi cura della Terra ferita»

IQALUIT (Canada) – Non crescono alberi per via del permafrost, la luce d'inverno è ridotta a poche ore, e da anni si riscontra un tasso altissimo di suicidi tra i ragazzi. In lingua inuktitut, la capitale canadese della regione di Nunavut, Iqaluit, situata a circa 300 chilometri dalla zona artica, significa molti pesci, il che significherebbe – in linea teorica – prosperità, benessere, appagamento. Ma la più grande comunità di Inuit (quasi 4 mila persone) da sempre vive emarginata, sottoposta a difficoltà di ogni genere, spesso ai margini delle politiche dei governi canadesi che finora si sono succeduti. C'è persino un percorso emblematico, la strada verso il nulla, una via che costeggia la tundra e i laghi e ovviamente non porta da nessuna parte, sovente solcata da orsi bianchi. D'inverno tutto è ghiacciato, con temperature proibitive capaci di arrivare anche a oltre 40 gradi sotto zero. Papa Francesco ha voluto riservare la sua ultima tappa del viaggio in Canada alla comunità inuit, voleva parlare ai ragazzi, affidare loro una sorta di testamento spirituale. «Pensate di essere come le stelle del cielo, andate avanti e fate squadra tra di voi». E soprattutto «prendetevi cura della terra ferita».

Con l’avvento degli europei, i popoli autoctoni, sin dall’inizio, hanno subito umiliazioni e vessazioni da parte dei nuovi arrivati, che li hanno confinati all’interno di riserve in aree geografiche prestabilite, dando l’avvio ad un processo di assimilazione forzata, con l’applicazione di leggi, come l’Indian Act del 1876, e con la creazione, da parte del governo canadese, di collegi scolastici residenziali, affidati a Chiese cristiane locali, tra cui quella cattolica, con scarse risorse finanziarie. Lo scopo di questi istituti, secondo le politiche del tempo, era quello di togliere i bambini dall’influenza culturale delle loro comunità indigene e assimilarli alla nuova cultura occidentale.

Ai bambini, puniti spesso severamente, era vietato parlare nella loro lingua di nascita e seguire la propria fede religiosa. Essi vivevano in queste scuole, prelevati con la forza dalle loro case, subendo abusi, nel sovraffollamento, in scarse condizioni igienico-sanitarie e senza un’assistenza medica. Secondo il Rapporto della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, pubblicato nel 2015, sarebbero oltre tremila i bambini morti a causa di malattie, malnutrizione e maltrattamenti in un periodo di circa cento anni dall’istituzione di queste scuole nel 1883. Altre fonti ampliano il numero delle vittime.

«Anche oggi, anche qui, vorrei dirvi che sono molto addolorato e desidero chiedere perdono per il male commesso da non pochi cattolici che hanno contribuito alle politiche di assimilazione culturale e di affrancamento in quel sistema educativo distorto. Mi è tornata alla mente la testimonianza di un anziano, il quale descriveva la bellezza del clima che regnava nelle famiglie indigene prima dell’avvento del sistema delle scuole residenziali. Paragonava quella stagione, in cui nonni, genitori e figli stavano armoniosamente insieme, alla primavera, quando gli uccellini cantano felici attorno alla mamma. Ma all’improvviso – diceva – il canto si è fermato: le famiglie sono state disgregate, i piccoli portati via, lontani dal loro ambiente; su tutto è calato l’inverno». 

Papa Francesco guarda i ragazzi inuit e pensa al loro futuro. Sembra un nonno quando si rivolge a loro, consapevole delle difficoltà cui devono fare fronte: «Nei momenti di tristezza e sconforto, pensa al qulliq (la lampada tradizionale dei popoli che vivono nelle zone artiche ndr): contiene un messaggio per te. Quale? Che esisti per venire alla luce ogni giorno. Non solo il giorno della tua nascita, quando non dipese da te, ma ogni giorno. Quotidianamente sei chiamato a portare nel mondo una luce nuova, quella dei tuoi occhi, del tuo sorriso, del bene che tu e solo tu puoi aggiungervi. Ma, per venire alla luce, c’è da lottare ogni giorno con l’oscurità. Sì, c’è uno scontro quotidiano tra luce e tenebre, che non avviene là fuori da qualche parte, ma dentro ciascuno di noi».

Vedendo quei ragazzi dagli occhi a mandorla, bellissimi e vivaci, mescolati agli anziani del luogo Papa Francesco evoca una immagine immensa, quella del firmamento pieno di stelle: «voi giovani siete come le stelle del cielo, che qui brillano in modo stupendo: la loro bellezza nasce dall’insieme, dalle costellazioni che compongono, e che danno luce e orientamento alle notti del mondo. Anche voi, chiamati alle altezze del cielo e a splendere in terra, siete fatti per brillare insieme. Bisogna permettere ai giovani di fare gruppo, di stare in movimento: non possono passare l giornate isolati, tenuti in ostaggio da un telefono!» 

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Un altro importante lascito che Papa Francesco affida ai giovani Inuit riguarda la tutela dell'ambiente. «Questa terra come ogni persona e popolazione è delicata e occorre prendersene cura. Prendersi cura, tramandare la cura, a questo in particolare sono chiamati i giovani, sostenuti dall'esempio degli anziani. Cura per la terra, cura per le persone, cura per la storia». Il cambiamento climatico a queste latitudini sta causando i primi problemi e da tempo molte ong canadesi stanno facendo pressione sul governo per affidare un ruolo speciale alle comunità Inuit, visto che da sempre sono le prime sentinelle con l'ambiente. 

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