Nel carcere di Taranto contagi a catena: coinvolte 43 persone

Nel carcere di Taranto contagi a catena: coinvolte 43 persone
di Nazareno DINOI
Lunedì 21 Giugno 2021, 06:45 - Ultimo agg. 17 Febbraio, 07:16
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Altri detenuti del carcere di Taranto sono risultati positivi al coronavirus. E questa volta la sezione interessata è lontana da quella di massima sicurezza dove sarebbe partito il contagio. Segno che qualcosa non sta funzionando nel tracciamento del virus che, a quanto pare, comincia a viaggiare indisturbato da un reparto all’altro del penitenziario. La direzione del carcere mantiene il riserbo sulle sezioni dove si è insediato il Covid per evitare che si diffonda il panico tra i familiari preoccupati della sorte dei propri cari. 

I nuovi casi


La nuova ala interessata è stata comunque messa in isolamento e tutti i reclusi che la occupano sono stati sottoposti al test molecolare. Alla data di ieri pomeriggio, il numero complessivo delle persone sicuramente infette era di 43, di cui solo due con sintomi e per questo trasferiti uno ai domiciliari e l’altro con polmonite virale bilaterale, nel reparto malattie infettive dell’ospedale Moscati di Taranto, ma il numero è destinato a salire.

Resta sospesa l’attività di cucina per i pasti caldi mentre i detenuti lavoranti sono tenuti sotto stretta osservazione e sottoposti a continui test rapidi così come accade per gli addetti della sicurezza. La domanda che si fanno tutti è sulla natura del virus che sta circolando con una velocità impressionante di cella in cella: si tratta di quello conosciuto o di una variante, magari resistente ai vaccini? Quasi tutti contagiati avrebbero fatto solo la prima dose per cui un minimo di copertura anticorpale avrebbero dovuto maturarla. Immunizzazione parziale? O virus mutato più potente e aggressivo di quello conosciuto sinora?  Su questo la Asl di Taranto non dà risposte. Dopo i familiari dei detenuti ai quali sono stati sospesi i colloqui, sono i sindacati autonomi di categoria a prendere la parola. Ieri è stata la volta del Sappe che chiedeva l’intervento della magistratura per far luce sulle responsabilità di una pandemia di tali misure. 

Le reazioni


Ora è il Co.S.P. ad accendere i riflettori sul caso-Taranto. La federazione sindacale del Comparto sicurezza e difesa, consiglia di mettere tutto l’istituto in quarantena e far indossare al personale i dispositivi di prevenzione individuale usa e getta. «Non basta la sola mascherina ma tutti i dispositivi per fronteggiare questa epidemia Covid 19» e «per evitare che i poliziotti portano nelle proprie abitazioni il virus infettando i propri familiari». Il vicesegretario regionale del sindacato, Angelo Palazzo, invita gli uffici superiori dell’amministrazione penitenziaria ad inviare a Taranto un contingente di poliziotti. «E magari - aggiunge - trasferire i detenuti ad altri istituti con sezioni Covid adeguate». L’altro sindacato di categoria, Sappe, individua un diverso rischio collegato al focolaio in corso. Secondo il segretario regionale Federico Pilagatti, «il carcere di Taranto è stato presidiato da pattuglie delle forze dell’ordine perché molti pericolosi detenuti appartenenti a clan contrapposti potrebbero sfruttare questa situazione emergenziale per destabilizzare ancora di più il penitenziario. Infine nessun segnale dalla politica, solo la presa di posizione degli attivisti tarantini dell’Associazione Marco Pannella che puntano il dito sul sovraffollamento quale concausa del contagio. «Era facile immaginare - scrivono - che nel carcere più sovraffollato d’Italia, con 689 detenuti ristretti a fronte dei 304 posti disponibili, sarebbe stato facile scoppiasse un cluster». Per i pannelliani, da sempre in prima fila nella lotta per i diritti dei detenuti, «sarebbero state necessarie politiche deflattive più insistenti, specialmente in un carcere come quello di Taranto che viola le indicazioni della Corte Europea dei diritti dell’uomo sui metri quadri disponibili». Un’alternativa tampone è quella proposta dalla direttrice del carcere, Stefania Baldassarre che è in attesa del nulla osta dell’amministrazione penitenziaria centrale per occupare il nuovo padiglione ancora chiuso con 200 posti cella da trasformare in reparto Covid del tutto isolato dal resto dell’istituto di pena.

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