Roma, registrò la figlia di due padri ma non avvisò il sindaco: rimosso

Giovedì 19 Luglio 2018 di Lorenzo De Cicco
Roma, registrò la figlia di due padri ma non avvisò il sindaco: rimosso

Rimosso. Il funzionario del Campidoglio che ad aprile aveva registrato la figlia di due papà gay, senza aspettare la sentenza di un giudice, in questi giorni sta preparando gli scatoloni. I vertici del Comune di Roma lo hanno già informato da qualche giorno: dovrà lasciare l'incarico di capo dell'ufficio Atti esteri.

Quello che tanti dicono, nel palazzone razionalista dell'Anagrafe romana, a due passi del Campidoglio, è che il funzionario paghi lo scotto per una decisione in particolare: quella, appunto, di avere riconosciuto la figlia di due padri omosessuali prima che un Tribunale, come spesso è avvenuto in questi casi, desse ragione ai genitori. Soprattutto, il dipendente non avrebbe informato della decisione la sindaca Virginia Raggi che difatti, appena la notizia venne fuori due mesi fa, si ritrovò spiazzata e i comunicatori pentastellati, all'epoca, non fecero che ripetere che la decisione era stata presa «in autonomia dagli uffici». Che insomma la parte politica, con quella scelta, nulla c'entrava. «È stata una decisione non politica ma di tecnici che hanno la stessa imparzialità dei giudici», confermò l'avvocato della coppia, Alexander Schuster. Il caso fece subito scalpore perché si è trattato della prima scelta del genere in un Comune di grandi dimensioni.

PRIMO EPISODIO IN ITALIA
La registrazione di Roma, che riguarda una bimba nata in Canada, risale al 6 aprile quindi prima - anche se è stato comunicato dopo - della trascrizione avvenuta a Torino. Due situazioni diverse, a leggerle bene, non tanto perché lì, sotto la Mole, si trattava di due mamme e non di due papà, ma soprattutto perché a Torino fu una mossa politica pienamente avalla, se non addirittura messa a punto, dalla sindaca Chiara Appendino, che non sprecò la photo opportunity con le due donne subito dopo la trascrizione. Appendino spiegò di averlo fatto «a costo di forzare la legge», augurandosi di avere messo in pratica «una soluzione che consentirà a tutte le coppie di persone dello stesso sesso con figli di essere riconosciute come famiglie».

IL RICORSO DELLA PROCURA
La collega pentastellata Raggi ha scelto di imboccare un'altra strada. Meno accelerazione e più freno. Niente strappi prima di una sentenza. Anche per questo, ad aprile, la sindaca di Roma non spese una-parola-una sulla vicenda dei due papà. A giugno poi la Procura di Roma ha impugnato davanti al Tribunale civile la decisione dell'Anagrafe di registrare i figli delle coppie gay in automatico, cioè senza aspettare la decisione della magistratura. Il tema è spinoso, perché in Italia non esiste una legge che regolamenti la questione. La Cassazione si è espressa su diversi aspetti della materia, ma nulla di definitivo è stato detto sulla procedura che deve essere seguita dalle amministrazioni comunali.

IL TRASFERIMENTO
L'ormai ex capo dell'ufficio Atti esteri, che ai colleghi ha spiegato di avere «agito come sempre secondo coscienza, perché queste decisioni riguardano persone in carne e ossa e ritardare la registrazione può creare a queste famiglie enormi problemi burocratici, essendo i figli nati all'estero», dovrà lasciare materialmente l'incarico nei prossimi giorni. In prima battuta gli era stato offerto un posto in archivio - mansione decisamente meno rilevante di quella che lascia - ma potrebbe finire nello staff di un gruppo consiliare di opposizione, dato che é lì che ha fatto richiesta di trasferimento.

lorenzo.decicco@ilmessaggero.it
 

Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 11:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA