Covid, Rsa tra solitudine e paura: «Peggio della prima ondata». Il 90% dei contagi portato dal personale sanitario

Mercoledì 11 Novembre 2020 di Lorenzo De Cicco
Covid, Rsa tra solitudine e paura: «Peggio della prima ondata». Il 90% dei contagi portato dal personale sanitario

«Che mi manca? Mio fratello. E anche i pomodori». In che senso? «Quelli dell'orto, non posso più andarci», risponde Gesumino, 67 anni, uno dei «ragazzi» della Rsa San Luigi Gonzaga di Ladispoli. «Lo chiamiamo così perché è il più giovane da noi», ci racconta la caposala che regge il telefono durante la video-chiamata. Le visite, al San Luigi, 110 anziani accuditi sul lungomare di Roma - qualcuno, come Gesumino, con una disabilità intellettiva - sono bandite come ormai dappertutto, in Italia. Ci si attrezza allora con le telefonate su Skype o su Whatsapp, anche se non tutti i famigliari, specie i più anziani, riescono a districarsi tra le app e a pigiare i tasti giusti. Ma è uno dei pochi modi per scalfire la solitudine, l'unica, antipaticissima arma con cui si prova a resistere al virus. Ma il Covid, al San Luigi, e in centinaia di Rsa lungo lo Stivale, è penetrato lo stesso. Come e più della prima ondata. Non solo al Nord. Anche a Roma i cluster si moltiplicano. Nel 90% dei casi, secondo le indagini dei carabinieri del Nas, a portare l'infezione dentro alle case per anziani sono stati medici e infermieri, inconsapevolmente. Un bug nelle maglie dei controlli, che pure, da decreti e protocolli, sarebbero strette, strettissime: visite bandite, si diceva, disinfettante spruzzato su tutto ciò che arriva dall'esterno, pasti compresi, mascherine ffp1 per le strutture non toccate dal Covid, guanti, occhiali speciali e ffp2 per quelle alle prese col virus. Nel 10% delle residenze ispezionate dal Nucleo sanitario dell'Arma, guidato a Roma da Maurizio Santori, sono state trovate irregolarità. Soprattutto una: la promiscuità tra gli ospiti con sintomi e quelli sani. In particolare nelle case di riposo, dove gli spazi, a differenza delle Rsa (residenze sanitarie assistite), non hanno la stessa suddivisione geometrica di un reparto.

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TURNI INFINITI
Gesumino ha una buona notizia: è appena «diventato» negativo, dopo venti giorni di tamponi. «Ma sono sempre stato bene, io». Quattro ospiti del San Luigi Gonzaga di Ladispoli invece sono morti. Oggi 15 pazienti sono positivi (ma in totale si è arrivati fino a 33), altri 15 vivono nella bolla della «zona arancione», perché avevano avuto contatti con i contagiati. Otto infermiere e 5 oss, operatrici socio-sanitarie, sono ancora infettate. E così chi resta in corsia deve lavorare il doppio o il triplo. «Ce la mettiamo tutta - racconta un'oss - facciamo turni anche di 17 ore. Nel reparto per i positivi, c'è stata una sola infermiera per 23 pazienti. La prima ondata ci aveva risparmiato, invece ora eccoci qui. Nel pieno dello tsunami».
«Come va? Una tragedia», risponde Catia Santolamazza, 53 anni, da 22 fisioterapista in un'altra Rsa romana, Villa Sacra Famiglia, alla Camilluccia, Roma Nord. «Ho appena finito di fare 40 videochiamate. 40. Una fatica, ma è l'unica che ci strappa un sorriso, di questi tempi. Vediamo la meraviglia di questi signori di 90 o perfino 100 anni quando sul tablet appare la faccia del figlio o di un nipote». Qui si è piombati nell'incubo una settimana fa. «Hanno trovato un collega positivo. E sono cominciati i tamponi. Al primo piano della villa, 15 pazienti su 40 sono positivi, più 4 colleghi. Al secondo piano i tamponi li hanno fatti ieri, aspettiamo i risultati, ma 4 colleghi già sanno di essere infetti». Fino a dieci giorni fa, racconta Catia, «avevamo le mascherine chirurgiche, ora invece, dopo i primi contagi, abbiamo i camici, il doppio guanto, la cuffia, gli occhiali, le Ffp2. Ci eravamo addestrati ma è comunque dura». Non è sempre facile far rispettare l'isolamento: «Abbiamo pazienti wandering, affetti da demenza, che camminano di continuo, non è semplice gestirli: entrano nelle stanze che non sono le loro, toccano tutto. Ma capiscono: ci vedono vestiti in maniera strana. Si rendono conto di non vedere da tanto tempo i parenti, le videocall non bastano». Si sopravvive in questo vuoto di affetti, indispensabile ma crudele. Racconta l'infermiere di un'altra struttura romana funestata dal Covid, sull'Aurelia, dove qualche sanitario addirittura dorme, accampato, per evitare di portare il virus fuori: «Eravamo abituati ad avere un rapporto molto fisico con i nostri ospiti. Li abbracciavamo ogni giorno. E oggi, quando ci guardano, nelle tute, con le visiere, dagli occhi sembrano dirci: abbiamo voglia d'abbracci».

Ultimo aggiornamento: 13:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA