Omicidio di Desirée, testimone in aula riconosce i 4 imputati

Domenica 19 Luglio 2020 di Adelaide Pierucci
Omicidio di Desirée, testimone in aula riconosce i 4 imputati

Samir ha guardato bene i quattro imputati dietro alle sbarre e li ha identificati: «Sì, sono loro. Erano tutti e quattro in via Lucani la notte che è morta Desireé». Prima identificazione in aula nel processo a carico di Youssef Salia, Alinno Chima, Mamadou Gara, detto Paco, e Brian Minteh, i ventenni nigeriani e ghanesi accusati di aver stuprato, drogato e lasciato morire per overdose Desireé Mariottini dentro al palazzo del crack a San Lorenzo, occupato da pusher e sbandati.

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«Li conosco da almeno tre anni. Sono loro», ha precisato Samir l'altra sera nell'aula bunker di Rebibbia, suscitando la reazione incomprensibile e con toni intimidatori degli imputati, a rischio ergastolo, visto le accuse di violenza e omicidio volontario in concorso. Non è stato difficile stavolta per la procura portare un testimone in aula. Samir è detenuto per spaccio ed è stato prelevato direttamente da Rebibbia. Gli altri, dopo il sequestro del palazzo di via dei Lucani, vivono sulle panchine, qualcuno è morto, oppure sono impossibilitati a presenziare in aula, come Samira, nigeriana e teste chiave finita in coma per overdose e col Covid in corso il giorno prima della deposizione. Samir era uno dei tanti 'abitanti'' del palazzo del crack.

 



E anche tra i tanti che hanno visto Desireé nelle ultime ore di vita senza far nulla per salvarla. Nel girone dantesco interno all'edificio occupato di via dei Lucani si era ricavato una casa, un container. «L'ho vista Desireé quella notte, stava nel container. Era blu», ha detto, intendendo 'cianotica''. «Era 'fatta'', drogata. Ma non mi è sembrata in condizioni disperate. Farfugliava, parlava. Mi ha detto pure 'vattene' perché avevo toccato la sua borsa. Ma io ero arrivato là per fumare della droga che avevo rimediato, il resto non mi interessava. Così le ho risposto di andarsene lei, visto che quella era casa mia. Era vestita e c'era con lei solo Paco. Gli altri li ho visti dopo, ma in giro, perché poi me non sono andato in cerca di altro».

IL GIALLO DEL DOCUMENTO

Samir ha raccontato anche di avere avuto il sospetto che la ragazza fosse minorenne. «Noi marocchini stiamo attenti con l'età. Non si scherza di fronte alla legge è dura. L'ho detto agli altri, anche se come mi avevano riferito era stata lei a offrirsi, visto che non aveva soldi per la droga. Allora Desireè mi ha mostrato una carta d'identità, quelle con la foto. Sosteneva che fosse maggiorenne». Sei ore di deposizione, però, non sono bastate per convincere i presenti. Desireè, infatti, aveva lasciato i documenti a casa, e pare strano che girasse con una carta d'identità falsa. Ma Samir quella sera era sotto effetto di droghe, come chi è entrato e uscito dal palazzo, incurante di salvare Desireé, e può confondersi. Sentito qualche giorno dopo il decesso della minorenne di Cisterna di Latina aveva raccontato la notte della morta di Desireé ma anche la notte precedente. Durante la deposizione ha fuso i tempi, specificando però di essere certo di ricordare bene. Samir ha raccontato anche di aver incontrato Desireé qualche ora prima. «Ero con Sisko (un suo amico, ndr). Sisko ha detto a Desireé di aver ingerito troppo metadone». «Sisko ha tirato fuori una boccetta di metadone da 100 ml e ha accusato la ragazza di averne bevuto un terzo». Il marocchino ha riferito pure di aver rischiato una aggressione, a sassate, assieme a Ibrahim a qualche ora dalla morte di Desireé. «Ritenevano colpevole anche me all'inizio». I giustizieri dei pusher italiani del quartiere che in aula hanno dichiarato di essersi attivati per riguardo alla vittima, ma pare piuttosto che non gradissero i riflettori della giustizia sul palazzo dei senza legge. «L'istruttoria è entrata nel vivo», ha detto l'avvocato Maria Teresa Ciotti, che assiste i nonni di Desireé, «E' necessario ora rintracciare o sentire chi frequentava quello stabile abbandonato. La ragazza è morta di overdose di metadone. Gliene è stato dato dieci volte di più del limite massimo. E poi lasciata a se stessa».

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