Roma, ristoranti senza regole: registrato 1 cliente su 10, pochi i termoscanner

Venerdì 22 Maggio 2020 di Lorenzo De Cicco

«Tutti conviventi, giusto?». E occhiolino della cameriera. Ore 22, in uno dei tavoli all'aperto del Pigneto, accanto alla zona pedonale, i clienti si sono appena accomodati: le sedie, una accanto all'altra. La domanda è un pro forma: serve a non far rispettare le distanze di un metro tra commensali di una stessa tavolata. La scena si ripete un po' ovunque, tra i ristoranti che hanno riaperto. Pochi fanno osservare davvero quanto prescrivono le regole Covid. E cioè che bisogna garantire almeno un metro tra convitati, «ad eccezione delle persone che in base alle disposizioni vigenti non siano soggette al distanziamento interpersonale». I conviventi, appunto. Ma c'è una postilla, annotata anche nelle circolari interne della Polizia locale: «Detto ultimo aspetto afferisce alla responsabilità individuale». Insomma, vale quello che dicono gli attovagliati: se dichiarano di vivere sotto lo stesso tetto, l'obbligo decade. E ci si siede anche a distanza di una forchetta, altro che di un metro.

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Per tutte le altre regole invece, starebbe a ristoratori e maître farle rispettare. Ma anche qui, fatta la legge, trovato il meandro per schivare i paletti. Per esempio sul tracciamento dei clienti: nome e cognome di chi prenota andrebbe annotato in un registro, da conservare per 30 giorni. Così ha ordinato la Regione Lazio. Il motivo è facile da intuire, come spiega Enrico Di Rosa, direttore del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica (SISP) della Asl Roma 1: «In questo modo se fra chi ha cenato al ristorante c'è qualcuno che si scopre positivo, una volta avvisato il ristoratore, c'è la possibilità di rintracciare chi a quella stessa ora era presente nel locale. Il famoso contact tracing, decisivo per arginare il contagio. Naturalmente nel rispetto di tutte le norme a tutela della privacy. Chi non lo fa, rischia una multa». Secondo la Fiepet Confesercenti però nella Capitale solo il 10% dei clienti viene effettivamente memorizzato negli elenchi dei ristoratori. «Non c'è l'abitudine di annotare chi viene a mangiare spiega il presidente dell'organizzazione, Claudio Pica Le norme prevedono l'obbligo di prendere le generalità solo di chi prenota, non del cliente occasionale». Ecco il cavillo, quindi. E anche se non è realistico pensare che il 90% dei clienti di un ristorante non prenoti non accadeva prima, figuriamoci adesso i numeri sono questi. «Ma il registro sembra un acciacco per la privacy», dice Roberto D'Uffizi, di Virgilio, a Campo de' Fiori. «È impossibile da gestire, dovrei impegnare due persone, poi chi serve ai tavoli?», commenta Viron Kerry, della vicina Osteria.
 

POCHI TERMOMETRI
Pure sulla rilevazione della temperatura in questo caso solo raccomandata, non obbligatoria pochissimi ristoratori si stanno attrezzando. Per incentivarli, la Pisana ha pensato di istituire un bollino Covid free, una vetrofania da incollare all'ingresso del locale di chi si dota di termoscanner e controlla se clienti e dipendenti superano i 37 gradi e mezzo. Una garanzia in più per tutti. Eppure, sempre secondo le stime della Fiepet (federazione italiana esercenti pubblici e turistici), solo 2 ristoratori su 10 hanno acquistato o contano di acquistare un termometro digitale ad infrarossi. È vero che per gli esercizi già piegati dalla crisi sarebbe un costo in più, ma oltre alla sua utilità, i prezzi sono davvero contenuti: bastano due clic su Amazon per comprarne uno a meno di 30 euro.
Dal 18 maggio a oggi in città, secondo la Confesercenti, ha riattivato il servizio ai tavoli il 40% dei ristoranti. Nel weekend, le organizzazioni di categoria stimano la riapertura del 50% di trattorie, pizzerie e locande gourmet.

Ultimo aggiornamento: 12:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA