Roma, il Pd si divide sul candidato sindaco: ulivisti ed ex renziani per la carta Calenda

Domenica 11 Ottobre 2020 di Mario Ajello
Roma, il Pd si divide sul candidato sindaco: ulivisti ed ex renziani per la carta Calenda

Nelle stanze del Nazareno vicine a quelle del segretario Zingaretti, qualcuno azzarda: «Dai e dai, Nicola, alla fine di convincerà a puntare su Calenda. Mica si può tenere la Cirinnà!». Chissà, i giochi sono appena cominciati. Ma nei prossimi giorni il niet che Zingaretti era sembrato dire a Calenda nella loro telefonata - «O fai le primarie o niente» - potrebbe smosciarsi. Anche considerando che i principali consiglieri del segretario - quelli che dicevano pubblicamente «Calenda non esiste proprio» - adesso arretrano: «La scelta spetta al Pd romano». Il quale, come quello nazionale, è in preda a un tormento vero prodotto, e siamo al paradosso, da una candidatura, quella appunto dell’ex ministro dello Sviluppo economico e leader di Azione, che ufficialmente ancora non c’è.

 

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Il rompicapo di Zingaretti e di tutti gli altri è questo: «Perché rinunciare alla carta Calenda, che toglie voti al centrodestra e allarga il nostro campo, quando c’è il rischio che la sua corsa in solitaria tolga i voti a noi e aiuti la Raggi ad andare al ballottaggio?». Il problema sono le primarie a cui Calenda non vuole assolutamente sottoporsi, ma il problema è risolvibile perché come ha detto il vice-segretario dem Andrea Orlando»: «Non devono essere fatte per forza e non sono una panacea».

 

 

 

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E di problemi ce ne sono altri per il Nazareno. Il pressing di buona parte del partito, a cominciare dalla corrente filo-renzista di Base democratica guidata dal ministro Guerini, che non vede bene il rinchiudersi nel recinto dell’identità «de sinistra» L’atteggiamento di curiosità e di apertura che alcuni padri nobili del Pd fanno trapelare in favore dell’ipotesi Calenda. E la saldatura tra ulivisti ed ex Margherita (il mattarelliano Castagnetti giudica «una benedizione per la città» la disponibilità del leader di Azione) che Caudo non sanno neppure chi sia e neppure altri gareggianti da gazebo. La stessa opzione Fabrizio Barca rientra chiaramente in un discorso identitario di matrice ex Pci.

 

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I renziani di Italia Viva - che nella riunione del centrosinistra romano proporranno formalmente al Pd di candidare tutti insieme Calenda - così come gli esponenti capitolini di Base riformista sono per lo più convinti del «dai e dai», ovvero: alla fine Zingaretti potrebbe capire che gli conviene Calenda. Beppe Fioroni, che proprio alla corrente più riformista appartiene e maneggia la questione romana da sempre, osserva: «Il nostro partito non indugi. Calenda è il candidato più autorevole. Con lui, a Roma, si può vincere nel 2021». Il leader di Azione intanto si gode l’effetto che sta facendo la sua quasi certa discesa in campo. Da solo o con i dem, ma senza nessuna intenzione di fare unicamente il candidato della sinistra, bensì lo sparigliatore sulla base della propria competenza imprenditoriale (viene dal mondo delle aziendale). 

 

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BOTTA E RISPOSTA
E comunque: «Le decisioni sono mie e le prenderò indipendentemente dal Pd», dice Calenda in risposta su Twitter a uno che aveva scritto: «Calenda getta sterco sul Pd da mesi, dopo averlo usato prima per farsi eleggere e poi andarsene a fare un partitino dello zero virgola e in più sta pure all’opposizione. E voleva il benvenuto?». C’è una parte del Pd che più o meno così la pensa. Ci sono i «7 nani» delle primarie che vedono come il fumo negli occhi - e faranno baccano - l’eventuale unione con Calenda con abolizione dei gazebo. Il problema di Zingaretti, preso in mezzo tra il fuoco dei riformisti e aperturisti e le chiusure della sinistra-sinistra, è questo: se concede troppo al leader di Azione rischia di perdersi un pezzo di partito. Ma se non punta a una figura di spicco, anche correndo il pericolo di non controllarla, la partita romana si fa più asfittica e meno innovativa. 

 

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Ultimo aggiornamento: 09:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA