Usura e spaccio, 11 condanne: colpo al clan dei Casamonica

Sabato 21 Dicembre 2019 di Giuseppe Scarpa

Dai nove anni ai tre anni di carcere. È il primo atto del maxiprocesso ai Casamonica. Ieri il gup, in abbreviato, ha inflitto condanne a undici esponenti del clan che dominavano l'area a est della Capitale. In due sono stati assolti. La procura, il cinque novembre, aveva sollecitato pene più severe, da 3 a 13 anni e mezzo. Altri tre membri, in quella data, avevano optato per il patteggiamento a due anni di reclusione. In generale sono queste le posizioni meno gravi. Il pm Giovanni Musarò contesta, in questo troncone del processo, l'aggravante dell'agevolazione dell'associazione mafiosa. Riconosciuta ieri con la sentenza da parte del gup. Tuttavia la più pesante accusa del 416 bis del codice penale (l'associazione a delinquere di stampo mafioso) è ad appannaggio di molti dei quaranta Casamonica che, invece, hanno optato per il rito ordinario.

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L'INCHIESTA
Una struttura mafiosa nel cuore di Roma, secondo l'impianto della procura. La famiglia, come è emerso dall'indagine, puntava al predominio su tutta la città, grazie anche ai patti siglati con i narcotrafficanti colombiani. Il procedimento racchiude l'attività di indagine svolta negli ultimi quattro anni durante i quali il clan è stato «fiaccato» da arresti e sequestri milionari.
 

Dal luglio del 2018 ad oggi i magistrati della Dda hanno arrestato sessanta persone, tra capi e affiliati, nonché esponenti delle famiglie Spada e Di Silvio che, con i Casamonica, compongono un blocco di potere criminale che arriva fino al litorale di Ostia. Nei loro confronti le accuse vanno, a seconda delle posizioni, dall'associazione a delinquere di stampo mafioso all'aggravante, dall'estorsione all'usura. E ancora: l'intestazione fittizia di beni e lo spaccio di droga. L'indagine «Gramigna», coordinata dal pm Giovanni Musarò, nell'arco di 12 mesi, ha decapitato la famiglia che ha la sua roccaforte nella zona della Romanina.

GRAMIGNA
Un gruppo che, come scrivono i carabinieri in una informativa, ha messo in atto una «sfida allo Stato» arrivando ad rioccupare l'abitazione in vicolo di Porta Furba, che era confiscata, dove aveva il suo quartier generale Giuseppe Casamonica, ritenuto uno dei capi assoluti.

Nell'attività di indagine è stato fondamentale il ruolo svolto da alcuni pentiti che hanno fornito agli inquirenti gli elementi per scardinare il muro di omertà che circonda il clan. Tra i collaboratori di giustizia anche l'ex compagna di Massimiliano Casamonica, fratello del boss Giuseppe. La donna, madre di tre figli, era invisa alle mogli degli altri componenti della famiglia, perché non era di origine «sinti». Tenuta segregata è riuscita a fuggire e ha deciso di denunciare. «Loro sono perfettamente consapevoli di avere un notevole potere intimidatorio - ha raccontato la donna agli investigatori - incutono notevole timore e nessuno li denuncia mai». Per la collaboratrice di giustizia siamo in presenza di persone «che si aiutano reciprocamente per ogni tipo di esigenza, anche se c'è da picchiare qualcuno».
 

Ultimo aggiornamento: 11:50 © RIPRODUZIONE RISERVATA