Mondo di mezzo, non fu mafia. La Cassazione: «Corruzione generalizzata»

Sabato 13 Giugno 2020 di Michela Allegri
Mondo di mezzo, non fu mafia. La Cassazione: «Corruzione generalizzata»

Un'associazione criminale senza armi, che di certo non può essere definita un clan. Fondata sul potere di intimidazione esercitato da un nome solo: quello di Massimo Carminati. Troppo poco per poter sentenziare che il Mondo di mezzo dell'ex Nar e di Salvatore Buzzi, il re delle cooperative rosse, fosse un'associazione mafiosa. In quasi 400 pagine di motivazioni, la Cassazione spiega per quale motivo la ricostruzione fatta della Corte d'appello - che, ribaltando la sentenza di primo grado, aveva riconosciuto per gli imputati il 416 bis - non regga. Il lavoro della procura - i pm erano Luca Tescaroli, Paolo Ielo e Giuseppe Cascini - ha ricostruito essenzialmente quello che, per i giudici supremi, è uno spaccato desolante del Campidoglio e della città di Roma.

Una Capitale dove ogni appalto di rilievo, dalla raccolta dei rifiuti alla manutenzione del verde, dalla gestione dei campi nomadi a quella dei centri per migranti, veniva assegnato sulla base di favori, logiche clientelari, mazzette. A reggere i fili, come grandi burattinai, c'erano Buzzi e Carminati. Corruttori, sì, ma non mafiosi: secondo la Cassazione nessuno è stato obbligato a giocare secondo le loro regole, ma tutti hanno accettato di farlo di buon grado. E così, l'aggravante specifica è caduta per i 18 imputati ai quali era contestata, sui 32 che sono stati condannati.

Roma, Mondo di mezzo: Buzzi e Carminati. La Cassazione: «Non era mafia, ma i clan ci sono»

DUE ASSOCIAZIONI
Per gli ermellini esistono due semplici associazioni a delinquere. Una, finalizzata all'estorsione, capeggiata da Carminati; l'altra, in grado di corrompere e arrivare ai piani più alti della pubblica amministrazione, gestita da Buzzi. Due gruppi che si intrecciavano nel Mondo di mezzo, appunto, dove la pubblica amministrazione s'intersecava con la criminalità spicciola. Gregari di una Capitale abbandonata a se stessa, che nemmeno avevano bisogno di impugnare pistole e intimidire: per farsi strada bastava domandare e offrire denaro. Ed è partendo da questo principio che i giudici della VI sezione demoliscono la sentenza d'appello, che in un passaggio viene definita «gravemente erronea». Non solo «non risulta la disponibilità di armi, ma neanche sono state dimostrate le strette relazioni con altri gruppi mafiosi» che erano state ipotizzate durante l'inchiesta. L'errore dei giudici di secondo grado, per la Cassazione, è stato basare la decisione su pronunciamenti della Suprema Corte arrivati nella fase delle indagini, ma che «il tribunale, sulla scorta dell'istruttoria dibattimentale, ha smentito». La capacità di intimidazione della banda è stata fatta discendere «in modo automatico, e sostanzialmente presuntivo, da Carminati». Mentre per sostenere un'accusa di mafia il prestigio criminale deve essere «impersonalmente riferibile al gruppo».

I CAPI
E anche la figura di Carminati, secondo la Cassazione è stata ricostruita in modo sbagliato. «Non risulta il suo ruolo quale terminale di relazioni con altri gruppi mafiosi - rimarca la VI sezione - Nessun ruolo era gestito da Carminati con settori finanziari, servizi segreti o altro; la gestione delle relazioni con gli amministratori era compito quasi esclusivo di Buzzi, avendo Carminati relazioni determinanti solo con alcuni ex commilitoni» di estrema destra, approdati in Campidoglio. Insomma l'ex Nar - condannato in appello a 14 anni e 6 mesi - non avrebbe avuto «contatti significativi» con i clan Casamonica, o con i Senese, quelle che, per la Cassazione, sono mafie romane vere. «La lezione per tutti, anche per l'opinione pubblica, è di non considerare oro colato le ordinanze cautelari, crocifiggendo dei cittadini, perché spesso, come in questo caso, sono smentite dai processi», ha commentato l'avvocato Cesare Placanica, difensore di Carminati. Era invece Buzzi - ai domiciliari da dicembre dopo 5 anni in carcere e una condanna a 18 anni e 4 mesi - a tessere la sua rete nei palazzi del potere. «Aveva creato uno stabile sistema di infiltrazione nelle istituzioni», scrive la Cassazione. «Mi sono trovato invischiato in questa storia, con una carcerazione preventiva enorme, in alta sicurezza. Le mie cooperative, floride al momento del sequestro, ora sono tutte fallite», ha invece commentato lui. Secondo la sindaca Virginia Raggi, ad ogni modo, questa sentenza è una vittoria: «La Cassazione conferma che mondo di mezzo si spartiva gli appalti grazie a una collusione generalizzata con la politica. Confermata anche presenza dei clan sul territorio. Noi abbiamo invertito rotta».

 

Ultimo aggiornamento: 11:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA