Racket bancarelle a Roma, la rete Tredicine: «Decideva per il Campidoglio»

Martedì 26 Febbraio 2019 di Michela Allegri

Il sistema Tredicine che s'infiltra nel Campidoglio. E la famiglia di ambulanti più potente della Capitale che riesce, addirittura, a pilotare l'assegnazione delle concessioni, riscuotendo tangenti sulla base di un tariffario preciso e illegale. A Roma, il mercato parallelo delle licenze era gestito da un vero e proprio «sodalizio che, attraverso le connivenze di dipendenti pubblici, è riuscito a sostituirsi all'amministrazione togliendole il controllo sul commercio ambulante», scrive il gip convalidando il sequestro di più di 200mila euro trovati nelle case e negli uffici di alcuni indagati. Per il magistrato, «il denaro rinvenuto ha confermato la presenza di un sodalizio» che ha provocato «un ingente danno economico» al Comune, visto che «si riscontrano mancati incassi relativi alle tasse di concessione». Tanto che anche la Corte dei conti ha deciso di aprire un fascicolo per quantificare il danno erariale per le casse pubbliche.

Racket delle bancarelle, il tariffario delle mazzette: almeno quaranta indagati
 

 

LA VIOLENZA
Per gli inquirenti, alcuni componenti della banda avrebbero agito spesso «attuando estorsioni ai commercianti ambulanti, alcune volte anche usando violenza». Nella maxi-inchiesta del pm Antonio Clemente e della Guardia di finanza si contano almeno quaranta indagati. Le accuse vanno, a seconda delle posizioni, dall'associazione a delinquere finalizzata al falso e all'induzione indebita a dare e promettere utilità, fino all'estorsione.
A gestire il racket, per la procura, erano due funzionari del Campidoglio, ma anche sindacalisti ai vertici di alcune associazioni di categoria e i re degli ambulanti di Roma: Dino e Mario Tredicine, appunto. Indagati di spicco dell'inchiesta sono Alberto Bellucci, capo dell'Ufficio Rotazione del dipartimento Attività produttive, e il suo braccio destro Fabio Magozzi. Per l'accusa, avrebbero rivelato notizie riservate, omesso di controllare e avrebbero soprattutto ricevuto soldi. Secondo la procura, Bellucci avrebbe «asservito la funzione pubblica agli interessi del sodalizio criminoso», si legge nell'avviso di garanzia a suo carico. Dino e Mario Tredicine erano in stretto contatto con lui e avrebbero ottenuto «informazioni riservate fondamentali per il raggiungimento degli scopi del sodalizio».

IL TARIFFARIO
Dalle indagini è emerso che per aggiudicarsi un banco in pieno Centro, aggirando le liste di turnazione e i bandi del Campidoglio, era necessario pagare da 500 fino a 1.500 euro al mese. Pagamenti che, spesso, venivano pretesi con la forza. Emerge dal decreto di perquisizione notificato al commerciante Kama Asaad che, per l'accusa, «orbitava intorno alla Federazione italiana venditori ambulanti e giornalai», la Fivag Cisl, di cui Dino Tredicine è un membro di spicco e il cui presidente, Vittorio Baglioni, è indagato. Secondo gli inquirenti era Asaad a occuparsi del recupero crediti: era «organico al sodalizio criminoso» e aveva il compito di «curare i rapporti con i commercianti ambulanti impegnati sul territorio, riscuotendo somme di denaro, a seconda della profittabilità della postazione, anche mediante l'uso di violenza e secondo un tariffario».

IL TIMBRO
A casa sua i finanzieri hanno trovato e sequestrato denaro in contanti - 3.500 euro divisi in banconote da 50 e 100 euro -, registri contenenti centinaia di nomi di commercianti e anche un timbro originale del dipartimento Attività produttive, probabilmente utilizzato - è la tesi degli investigatori - per fabbricare licenze false cedute dietro compenso.
Per gli inquirenti, i reati sarebbero stati commessi dall'inizio del 2018 fino a due settimane fa, poco prima che scattassero le perquisizioni e i sequestri. Gli indagati avevano nascosto le presunte mazzette nei posti più improbabili: dietro un termosifone, incollate sotto un tavolino e sotto la sella di una cyclette, addirittura tra i tasti di un pianoforte.
 

Ultimo aggiornamento: 08:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA