La corsa al Campidoglio, la tentazione dei dem: “adottare” Calenda per fermare la Raggi

Mercoledì 14 Ottobre 2020 di Mario Ajello
La corsa al Campidoglio, la tentazione dei dem: “adottare” Calenda per fermare la Raggi

Il Pd non sbatte la porta in faccia a Carlo Calenda. E sono piaciute al Nazareno queste parole del leader di Azione che mira al Campidoglio: «Io non scenderò in campo contro il Partito Democratico, ma per parlare a tutti. Perché credo che Roma si possa salvare soltanto se tutti noi ci mettiamo in un’ottica di civismo, di partecipazione e di condivisione del futuro che prescinda dai recinti politici e di partito». Nicola Zingaretti è ormai rassegnato all’impossibilità dell’accordo con i 5 Stelle per un candidato comune, perché l’intoppo Raggi sta risultando inamovibile, e il segretario è il primo a capire, anche se non lo dice, che le primarie dei «7 nani» - oltretutto sotto Covid: e se s’infetta qualcuno ai gazebo a rischio deserto? - potrebbero rivelarsi più un boomerang che un volano per i dem. 

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Dunque? Zingaretti prende tempo. Si consulta, riflette, cerca la maniera di uscire dal cul de sac in cui il partito si trova: senza un candidato spendibile vista la pioggia dei no; con il treno Calenda già partito; e senza lo straccio di un accordo con M5S che pure è diviso al suo interno e Roberta Lombardi ieri ha sparato un’altra bordata anti-Raggi: «I nomi vengono dopo, pensiamo al progetto. Dibba dice che il suo nome non è negoziabile? Allora è ineluttabile come Thaos» (il cattivo della saga degli Avengers). Per di più, arrivano al Nazareno gli umori del popolo dem a Roma e non sono umori negativi verso Calenda. Nelle chat legate al partito nei municipi - per esempio quella del collegio Eur-Ardeatino - ci s’imbatte, oltre alla critiche, in numerose prese di posizione del tipo: Calenda è un vincente e farebbe benissimo il sindaco di Roma. Porzioni di popolo rosso, o ex rosso o rosa, comunque di sinistra o “de sinistra” non stanno alzando il muro anti-Calenda. 


IL MOOD
E lui, il leader di Azione, non è nel mood rottura. Anzi. Alla riunione odierna di tutti gli spicchi del centrosinistra romano, Calenda manda uno dei suoi dirigenti più fidati, la responsabile romana di Azione, Flavia De Giorgio. L’obiettivo del leader di Azione - che non prima della fine della settimana formalizzerà la decisione di correre per il Campidoglio - è quello di «fermare la Raggi». La paura, non solo sua ma di buona parte della città, che Virginia possa arrivare al secondo turno, per poi avere l’appoggio sicuro del Pd, è la molla capace di mobilitare. Lo stesso timore rovina il sonno del Pd.

E se la Raggi batte il «nanetto» dem che uscirà dalle primarie? E così, per realpolitik e cercando di sorvolare su tutte le divisioni anche aspre con lui, l’idea di “adottare” Calenda per fermare Raggi si fa strada. Zingaretti non sottovaluta il pressing, anche di alcuni ministri e di padri nobili del partito, di tutti quelli che gli sconsigliano di sprecare un nome noto e capace di allargare il campo com’è quello di Calenda. E ci sono fette di partito pronte al percorso comune con il leader di Azione. «Noi di Base riformista di Roma - insiste la coordinatrice della corrente, Patrizia Prestipino, che conosce bene il territorio ed è stata una dei soli tre eletti del Pd a Roma (Sud) e non ai Parioli (Madia) o al centro storico (Gualtieri) - chiediamo che in questa fase delicata ci sia una convergenza su Calenda di tutte le parti del Pd». 


Lo schema che più di qualcuno immagina ai vertici del Pd sarebbe quello del 2010 con Emma Bonino. Dopo la caduta per scandalo del presidente regionale Marrazzo, i dem sotto botta non sapevano chi candidare. Mancavano figure forti. Zingaretti, presidente della Provincia, si disse indisponibile. Nello stallo, partì la Bonino come un treno: si candidò a governatrice in solitudine, e dopo il Pd si convinse a seguirla e a sostenerla. Molte analogie tra oggi e allora. Quindi accodarsi alla locomotiva Calenda? «L’importante - precisano dalle parti del Nazareno - è che Calenda vinca». Emma, come ricorda in queste ore un comunicato dei radicali, fu appoggiata ambiguamente dal Pd. Infatti nelle province, Viterbo e Frosinone soprattutto, gli mancarono troppi voti e perse la partita generale. A chi ricorda a Calenda questo precedente, a lui non sgradito, l’ex ministro risponde con un sorriso: «Ma andrebbe cambiato il finale».
 

Ultimo aggiornamento: 10:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA