Roma raccontata nel libro di Nanni Delbecchi: perdersi e ritrovarsi nella Grande Bellezza

Venerdì 16 Aprile 2021 di Mario Ajello
Roma raccontata nel libro di Nanni Delbecchi: perdersi e ritrovarsi nella Grande Bellezza

Roma non rende romani, e questo è bello. Milano invece rende milanesi, ed è bello anche questo. Ma soprattutto c’è «l’incantesimo insoluto» della Capitale - «L’unica capitale mediorientale senza un quartiere europeo», la definiva Alberto Moravia che la adorava e disprezzava allo stesso tempo - che la puoi vivere ad oltranza e percorrerla in continuazione senza mai afferrarla davvero e farla tua. Magari lei ti può adottare, ma nella maniera che è consona a questa città: con uno sbadiglio, con il sussurro tipicamente folk che le appartiene: aò, nun è che ce stai a crede’ davero?! 
Era assurdo che la generosità intellettuale di Nanni Delbecchi, e il suo gusto da giocatore, non si fossero cimentati con Roma che è un tavolo dove non si vince mai o anche se si vince quel trofeo vale quel che vale: ao’, nun è che ce stai a crede’ davero?! Insomma Delbecchi è uno scrittore raffinato, un giornalista nomade formatosi alla scuola di Indro Montanelli, un irregolare come quelli che lui adora («Duri a Marsiglia», di Giancarlo Fusco è il suo libro-mito anche se il suo anarchismo spirituale non ammette gerarchie troppo rigide) e Roma è finalmente diventata un suo luogo ideale. Dove è arrivato a viverci (un po’ sì e un po’ no, distinguendo i luoghi, le persone, le situazioni in due categorie: «Falsità totale» e «Professionalità assoluta», e raramente sono ammesse sfumature) e di cui scrive nel suo ultimo libro: «Quattro passeggiate. Lucca-Milano-Roma-Venezia» (Compagnia editoriale Aliberti). 
C’è in queste pagine il bozzetto in cui Delbecchi - che anni fa ha scritto tra l’altro, per Bompiani, «Guida al giro del mondo» a bordo di una vecchia Renault mezza scassata - racconta di quando doveva arrivare a Roma per sostenere l’esame da giornalista e tra ritardi e altre peripezie rischiò di non arrivarci. A riprova dell’inafferrabilità che è connaturata a questa città. Da allora ad ora, Roma a Delbecchi si offre, gli sfugge, lo confonde, lo abbraccia, lo lascia e lo prende con quel mix di «falsità totale» e «professionalità assoluta» che solo questa città è capace di incarnare. Lui cammina attraverso Roma (i passi sono brevi, perché il nostro flaneur non è di gamba lunga, anzi è di cavallo basso) e la racconta mentre lei stimola con le sue forme l’indolente carica da conquistatore di lui o almeno ne motiva le peregrinazioni da viandante. 
Essendo per Delbecchi un gioco a perdere, Roma è il cimento più gustoso. Ed è perfetta per lui questa città perché è la riluttanza fatta materia, ed arte, e questa assenza di sprint (basti pensare al mondo Rai, di cui Delbecchi è un esperto anche come critico televisivo) con spalmata di melassa a Delbecchi dispiace nella misura in cui sotto sotto comincia a piacergli. Infatti ha scelto ma anche no di venire a vivere qui, non rinnegando Milano, arrampicato su una casa bohemien che guarda al Cupolone, e a volte inm vece della sveglia sul comodino a suonare nelle orecchie del non mattiniero Nanni è la voce del Papa che dice messa a poche centinaia di metri dal suo terrazzo a via delle Fornaci. Da dove, con una coppa di Martini in mano all’ora del tramonto, pure Delbecchi può diventare religioso. Magari aiutato dalle peripezie dell’Inter di cui è tifosissimo, viste in tivvù gridando così: «Lukaku (ndr, lui lo chiama affettuosamente Lukakino) è un Dioooo!!!» (perifrasi per dire: «Professionalità assoluta»).
Ma quel che è bello in questo libro è la lucidità che, tra tante digressioni e peripezie intellettuali, nel piacere di perdersi e ritrovarsi nell’eterna transitorietà del luogo e dello spirito di questa città, Delbecchi non perde neanche per un istante. Ed è quella che gli fa scrivere: «La grande bellezza di Roma è una lama affilatissima ma a doppio taglio, bisogna diffidare dai sogni che si avverano non meno che dalle preghiere esaudite». 

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