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CrimiNapoli / 39: La mattanza degli avvocati nel mirino della camorra

Venerdì 15 Luglio 2022 di Gigi Di Fiore
CrimiNapoli / 39: La mattanza degli avvocati nel mirino della camorra

In terra di camorra, la professione di avvocato può diventare rischiosa. Una difesa che non è arrivata a risultati sperati, una causa civile che colpisce interessi economici del clan, la resistenza dei professionisti a non esaudire richieste illegali sono spesso diventate occasioni di agguati e morte. Nella storia della camorra più recente, alcune vicende appaiono emblematiche. Dai racconti a ritroso emerge una vera e propria mattanza di professionisti. Avvocati uccisi, con il periodo più drammatico agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, quello della guerra tra cutoliani e loro avversari della Nuova famiglia. Dal 1980 al 1981 gli episodi più significativi di omicidi decisi per colpire difese scomode, o per punire penalisti contrari a violare la loro deontologia professionale.

DA SECONDIGLIANO A FORCELLA

Aveva 70 anni l’avvocato Antonio Metafora. Era un civilista sicuro di non avere nulla da temere. Eppure, per una semplice causa di sfratto di un garage si mise contro gli interessi del sanguinario clan Licciardi di Secondigliano. Era il 2008 e il professionista si impegnò a liberare il garage che veniva gestito da un uomo vicino al clan. Una vicenda riaperta solo nel 2017 attraverso alcune intercettazioni di un’inchiesta per droga. L’avvocato venne ucciso nel suo studio al Rettifilo a Napoli. Vi si era intrufolato un uomo che fece da palo all’assassino. Sull’omicidio, è stato condannato all’ergastolo il genero di Pietro Licciardi, Salvatore Altieri, ma le successive intercettazioni e le dichiarazioni di un paio di pentiti, tra cui Isidoro Di Gioia ex affiliato del clan Falanga, hanno tirato in ballo anche altre due persone, due fratelli, che avrebbero partecipato all’assassinio. Riferì Di Gioia di aver ricevuto proprio da uno dei due fratelli la rivelazione: “Mi disse che stava con il genero di Licciardi, che era andato nello studio di un avvocato, che stavano a litigare, mentre il genero di Licciardi ha sfilato la pistola e poi bum bum, per poi scappare”. Un orrendo delitto, sotto gli occhi anche del figlio dell’avvocato che al processo non ebbe alcuna esitazione a puntare il dito contro l’imputato dei Licciardi, riconoscendolo. 

Per Anyo Arcella, storico difensore di Lovigino Giuliano, la decisione della fine violenta partì proprio dall’interno del clan di Forcella. Era il 18 dicembre del 1996, Arcella era andato a casa dei Giuliano per concordare i passaggi dell’udienza che avrebbe dovuto tenere il giorno successivo. Giuliano era detenuto, l’avvocato parlò con la moglie del capoclan, Carmela Marzano. Ebbe un anticipo di cinque milioni di lire in contanti, mai più trovati. Su due moto i quattro killer bloccarono in via Pessina l’auto che da Forcella si dirigeva al Vomero. Poco prima, Arcella aveva accompagnato a casa il suo collaboratore di studio. I killer non ebbero pietà. A50 anni, Arcella, ex calciatore dell’Internapoli e brillante professionista, fu massacrato. Un delitto nato all’interno della famiglia camorristica, potente fino agli anni Novanta del secolo scorso, per molto tempo egemone a Napoli. Mandante dell’omicidio fu riconosciuto il più piccolo dei fratelli Giuliano, Raffaele detto ‘o zuì, con esecutori i suoi coetanei Fabio Riso e Gennaro Barnoffi. In quel momento, il pm Giuseppe Narducci stava cercando di far pentire i fratelli Giuliano. Il tira e molla di Lovigino sulla decisione era di quei giorni e le notizie si alternavano. Raffaele era convinto che Arcella volesse convincere il fratello alla collaborazione con la giustizia, non tollerava l’invadenza del penalista nelle decisioni di famiglia. E lo punì. Qualche tempo dopo, Raffaele si pentì come tutti i fratelli Giuliano a eccezione di Carmine.

I RESISTENTI

Era l’11 dicembre 1980, appena 18 giorni dopo il terremoto che aveva devastato l’Irpinia. In molti Comuni c’era necessità di trovare alloggi provvisori a chi aveva la casa non abitabile. I sindaci erano in grande attività, come Marcello Torre, avvocato penalista e difensore anche di molti esponenti della camorra dell’agro sarnese-nocerino, sindaco di Pagani e esponente della Dc non sempre in sintonia con i capicorrente locali. Torre aveva 48 anni, scese di casa per andare al lavoro e fu fulminato dai colpi dei due killer. Tormentata la vicenda giudiziaria per arrivare alla verità. Secondo le ultime ricostruzioni, l’avvocato fu ucciso per lanciare un avvertimento a tutti gli amministratori locali in vista dei lavori del dopo-terremoto. Veniva considerato poco morbido alle richieste di far lavorare ditte vicine ai clan e fu eliminato dalla Nco cutoliana.

Due anni prima, il 13 settembre 1978, fu invece ucciso il consigliere comunale di Ottaviano e avvocato Pasquale Cappuccio (nella foto). Aveva 44 anni, fu atteso dai killer mentre rientrava con la moglie nella sua casa di Posillipo a Napoli. Anche questo delitto fu collegato alla camorra cutoliana, per i rapporti che l’avvocato Cappuccio aveva con il consigliere comunale, sempre di Ottaviano, Domenico Beneventano che sarebbe stato ucciso due anni dopo, il 7 novembre del 1980. Una lunga scia di sangue.

Drammatica la morte dell’avvocato Leopoldo, detto Dino, Gassani, ammazzato a 51 anni nel suo studio al corso Vittorio Emanuele di Salerno dai killer della Nco il 27 marzo 1981. Difendeva in quel momento Biagio Garzione, affiliato alla Nco e imputato di omicidio con altri camorristi come Raffaele Catapano, il famigerato e spietato “boia delle carceri” cutoliano. Gassani, che era stato anche consigliere regionale missino e consigliere dell’Ordine degli avvocati, continuò a difendere Garzione anche dopo che era diventato collaboratore di giustizia. Nelle sue dichiarazioni, Garzione accusava anche Catapano. Allo studio dell’avvocato Gassani si presentarono due fantomatici clienti. Erano in realtà emissari di Catapano e chiesero all’avvocato di convincere il suo cliente a ritrattare le accuse. Gassani ebbe solo il tempo di scrivere su un foglio “non posso perdere ogni dignità” che fu freddato. Un primo colpo al cuore, poi quello di grazia alla testa. Implacabili, i due killer ammazzarono anche il collaboratore del penalista, Pino Grimaldi, ex agente di polizia, sparandogli un solo colpo alla testa. All’avvocato Gassani è stata assegnata la medaglia d’oro al valor civile nel 2009 dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Gli è stata anche intitolata l’aula consiliare dell’Ordine degli avvocati di Salerno.
 

VENDETTE

Non fu mai chiaro il motivo della morte di Enrico Madonna, uno degli avvocati di Raffaele Cutolo. Fu ucciso a Cervinara in Irpinia, il sette ottobre del 1993. Aveva 51 anni, era tornato negli Stati Uniti e in tanti dicevano che era uno dei testimoni eccellenti sui misteri e segreti legati al caso Cirillo, la trattativa tra la Dc e Cutolo per ottenere la liberazione dell’assessore Dc rapito dalle Br nell’aprile del 1981. Sette giorni prima di essere ucciso, l’avvocato Madonna venne nella redazione del “Mattino” in via Chiatamone per rivelare i suoi timori. Aveva paura di essere ucciso. Raccolsi quella sua ultima intervista, poi citata dalla prima relazione sulla camorra della Commissione parlamentare antimafia, allora presieduta da Luciano Violante, nel dicembre del 1993. “Temo per la mia vita” mi disse allarmato e intimorito Madonna. Fu anticipatore della sua sorte. Scomodo per il suo passato recente e la sua attività con Cutolo, fu ucciso dai killer nella sua provincia di origine. Mai si seppe chi fu e perché.

Ma molti sono stati gli avvocati penalisti uccisi dai clan per aver difeso esponenti di clan avversi. Avvocati considerati avversari, proprio come gli affiliati nemici. Fu quello il destino di Michele Ciarlo, ucciso nel suo studio in centro a Scafati il 22 marzo del 1995. Difendeva molti affiliati del clan Alfieri e viveva a Pagani. I killer lo uccisero, mentre era seduto dietro la scrivania del suo studio. Aveva 36 anni. Mandante dell’omicidio fu ritenuto Carmine Aquino, che volle punire il penalista difensore di affiliati di un clan avverso. Il penalista lasciò la moglie e due figli.

Secondo gli inquirenti, era invece collegato alla strage di Torre Annunziata del 1984 l’omicidio dell’avvocato Luciano Donzelli, 40 anni, in quel momento settimo penalista a essere ucciso in otto anni nell’area vesuviana. Era l’8 marzo del 1985. Fu atteso dai killer mentre tornava a casa nel quartiere di Pianura a Napoli. Aveva denunciato di aver ricevuto minacce. Era il difensore di molti esponenti della camorra sia cutoliana sia dei clan avversi. Non si è mai arrivati alla verità sull’omicidio, probabilmente legato alla difesa di un pentito che avrebbe potuto rivelare particolari sulla strage di sant’Alessandro a Torre Annunziata che aveva portato alla morte otto persone.

La professione di avvocato, con i suoi limiti e i suoi rischi, al centro di queste e altre vicende.

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Ultimo aggiornamento: 16 Luglio, 09:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA