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CrimiNapoli / 11: Carmine Alfieri, il falso rapimento del figlio del boss e il pentimento

Venerdì 24 Dicembre 2021 di Gigi Di Fiore
CrimiNapoli / 11: Carmine Alfieri, il falso rapimento del figlio del boss e il pentimento

In quel momento, per fare un confronto con la Sicilia, era come se all’interno di Cosa nostra si fosse pentito Totò Riina. I rumors cominciarono a circolare dalla primavera del 1993: Carmine Alfieri, ‘o ntufato (l’ìmbronciato), uno dei più potenti capoclan della camorra, stava iniziando a collaborare con i magistrati. Era finito in carcere l’11 settembre del 1992, quando venne individuato e preso a Saviano di Nola grazie alle soffiate di Pasquale Galasso, suo ex affiliato che si era pentito da poco. Il clan vincente nella guerra contro Cutolo stava iniziando a sfaldarsi. Ma, in quei mesi, furono molti i colpi di coda violenti messi a segno dagli irriducibili del clan.

Il falso rapimento

Don Carmine era stato trasferito dal carcere di Rebibbia a quello di Lanciano, dove transitavano i collaboratori di giustizia. Erano primi segnali di una scelta in divenire, che provocarono la reazione degli affiliati del clan ancora in libertà. Organizzarono un’azione dimostrativa: il rapimento di Antonio Alfieri, figlio del capoclan, contrario alla decisione che il padre stava maturando. Lo stratega fu Geppino Autorino, feroce killer nel direttivo del clan Alfieri, ancora latitante. Il rapimento fu eseguita nella discoteca “D & D” di Santa Maria di Castellabate in Cilento. Ideatori, oltre ad Autorino, furono i fratelli Pasquale e Salvatore Russo. Esecutori, invece, Gaetano Cesarano e Maurizio Procida. Erano tutti tra gli uomini più pericolosi ancora liberi del clan Alfieri.

Ma fu tutta una farsa. Antonio Alfieri era d’accordo con i suoi rapitori e si rese protagonista della messinscena per convincere il padre a fare marcia indietro. Il falso rapimento colpì nel segno, Alfieri chiese di ripensarci e, per il momento, rinviò la sua collaborazione con i magistrati. Lo confermò Pasquale Loreto, dissociato dei clan in provincia di Salerno, che dichiarò ai magistrati: «Dopo una settimana, Gaetano Cesarano annunciò la liberazione di Antonio Alfieri nel corso di una riunione a Battipaglia. La decisione fu presa dopo la notizia del trasferimento di don Carmine dal carcere di Lanciano e Rebibbia, che aveva costituito il segnale del suo ripensamento e della sua decisione di non collaborare più con la giustizia». Dopo il rapimento, la Procura di Napoli rinviò il suo “colpaccio”, diffondendo un comunicato ufficiale che smentiva il pentimento di Alfieri. Una mossa studiata per frenare le reazioni, che si prevedevano violente, del clan.

Il verbale

Si intitolava “Così sequestrammo il figlio di Alfieri” il pezzo che pubblicai sul “Mattino” il 18 marzo 1995. La notizia era ancora calda e quello fu uno scoop, che mi costò, nella stessa giornata, la visita dei carabinieri su ordine della Dia campana guidata in quel momento da Francesco Cirillo, futuro vice capo della Polizia oggi in pensione. Il provvedimento era firmato dai pm della Dda napoletana Paolo Mancuso, oggi assessore al Comune di Napoli dopo essere andato in pensione, e Giovanni Melillo, oggi procuratore capo di Napoli, su disposizione dell’allora procuratore capo Agostino Cordova. Gli agenti dovevano perquisire la mia casa e poi la mia postazione nella redazione di via Chiatamone. Era la seconda perquisizione che, per violazione di segreto d’indagine, subivo nel giro di un mese su disposizione della Procura. Gravi le ipotesi d’accusa a sostegno del provvedimento, che includevano addirittura il famoso articolo 7 della legge 203 del 1991: l’aggravante mafiosa. Insomma, con la pubblicazione del verbale e la diffusione della notizia sul falso rapimento di Antonio Alfieri, secondo l’accusa avrei favorito il clan camorristico ancora attivo e sanguinario. Un’ipotesi poi caduta nell’inchiesta. Anni difficili per tutti.

Lo sviluppo

I magistrati riuscirono a convincere Carmine Alfieri, che iniziò la sua importante collaborazione con la giustizia. Giustificò la sua decisione con un’improvvisa illuminazione religiosa. Lo spiegò nel marzo del 1994 in un’aula del Tribunale di Napoli: «Sono pentito, profondamente pentito, di tutto il male che ho fatto. Ho deciso di collaborare con la giustizia e ho maturato la mia scelta dopo aver ascoltato l’appello del papa in televisione ai mafiosi». Il riferimento era al famoso discorso di Papa Wojtyla ad Agrigento del 9 maggio 1993, con l’invito ai mafiosi di pentirsi.

La collaborazione fu preziosa. Alfieri era un capoclan in possesso di informazioni di vertice molto utili agli inquirenti, che riuscirono a ricostruire molti dettagli su una serie di affari illeciti perfezionati con l'inserimento dei gruppi camorristici nei lavori dei grandi appalti di quegli anni. Oggi, l’ex capoclan, con identità cambiata, vive nel centro Italia. Gli ideatori del rapimento furono tutti arrestati. Geppino Autorino fu protagonista di una rocambolesca evasione e, in fuga, morì nei giorni successivi in maniera violenta durante un conflitto a fuoco ad un posto di blocco dei carabinieri. Controverso fu il riconoscimento giuridico della “dissociazione” di Pasquale Loreto, che decise poi di trasformarsi in vero collaboratore con la giustizia.

Tragica la fine di Antonio Alfieri. Il 20 settembre del 2002, ben nove anni dopo quelle vicende, a 30 anni il figlio di don Carmine fu ucciso. La sua auto Audi F3 venne affiancata da due killers che lo investirono con una micidiale raffica di proiettili dinanzi al bar “Fresco” di Saviano di Nola. Era in compagnia della fidanzata, che scampò all’agguato anche se ferita in maniera grave. Ucciso, nonostante il disaccordo con la scelta paterna. Fu doppia l’interpretazione su quella morte: una vendetta trasversale per il pentimento, o un regolamento di conti per eliminare l’erede dal cognome scomodo in grado di fare ombra a aspiranti successori negli affari illeciti della zona. Di fatto, la morte di Antonio Alfieri fece salire a tre il numero dei familiari di don Carmine uccisi per reazione al pentimento. In precedenza, la vendetta trasversale aveva colpito Maria Cuomo, cugina del boss, e un nipote. L’elenco si allungò ancora con l’uccisione del commerciante Francesco Alfieri, fratello di Carmine. Il clan non perdonava. Ma fu ugualmente sgominato. Ci volle tempo, ma la Dda napoletana ci riuscì, portando in carcere tutti i latitanti e ottenendo condanne all’ergastolo e facendo luce su un altro dei periodi bui della Campania, minacciata da una presenza camorristica diventata “imprenditrice” nei subappalti e nell’intromissione sui grandi lavori della ricostruzione post-terremoto. 

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Ultimo aggiornamento: 7 Gennaio, 13:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA