CrimiNapoli / 9: l'arresto del boss Lorenzo Nuvoletta e la masseria delle decisioni di sangue

Venerdì 10 Dicembre 2021 di Gigi Di Fiore
CrimiNapoli / 9: l'arresto del boss Lorenzo Nuvoletta e la masseria delle decisioni di sangue

Erano in dieci quella sera del 7 dicembre di 31 anni fa. Dieci carabinieri guidati dal capitano Luigi Cortellessa, comandante della compagnia di Giugliano. Avevano il compito di prendere, dopo dieci anni di latitanza, Lorenzo Nuvoletta, l'unico capo di un clan di camorra a sedere nella commissione centrale di Cosa nostra come rappresentante campano.

Un capo affiliato alla mafia, indicato dal pentito Tommaso Buscetta come referente di Totò Riina. I carabinieri avevano ricevuto una soffiata, sapevano che don Lorenzo non si era mai allontanato da Marano. Viveva in un cascinale non molto distante dalla masseria di Poggio Vallesana, quella dominata da un enorme camino alla sinistra dell’ingresso che raccoglieva sempre un nutrito gruppo di giovani a fare buona guardia. La casa era tenuta d’occhio dai militari e quella era la sera buona: don Lorenzo aveva voluto spostarsi dal suo rifugio poco distante per incontrare la moglie e i figli. Si sentiva al sicuro, ma alle 18,10 di quel freddo venerdì sera vigilia dell’Immacolata, i carabinieri si intrufolarono oltre il cancello elettronico che era guasto e restava sempre aperto. Una donna urlò. “Fujte, ce stann’e sbirri!”. I militari la zittirono, circondarono la masseria e entrarono senza difficoltà.

Una sera che Luigi Cortellessa, oggi colonnello e comandante del nucleo nazionale per la tutela agroalimentare, non avrebbe più dimenticato. Don Lorenzo, compassato a tranquillo, non fece alcuna resistenza. Pronunciò solo poche parole: “Siete stati bravi”. In quel dicembre del 1990, era rincorso dai mandati di cattura firmati a Napoli dal giudice istruttore Paolo Mancuso su richiesta dei pm Luigi Gay e Franco Roberti, ma anche dai mandati palermitani del giudice Leonardo Guarnotta su richiesta del procuratore aggiunto Giovanni Falcone. Nelle contestazioni d’accusa, erano descritti una raffica di episodi, che partivano dai collegamenti mafiosi con il boss Luciano Liggio e la cupola di Cosa nostra per proseguire con i legami d’affari a imprese di pulizia, calcestruzzo e edilizia fino alle estorsioni a tappeto.

 

A tavola nella sua masseria, don Lorenzo era seduto con altre cinque persone. C’era il figlio Ciro, ma anche un consigliere comunale democristiano di Marano. Il capoclan si mostrò rassegnato, non ebbe alcuna reazione clamorosa, ma con tranquillità indossò il cappotto e la coppola per consegnarsi ai carabinieri. Si era sempre considerato un coltivatore diretto di origini contadine, dalle poche parole e molti fatti. “Era a pieno titolo un uomo d’onore alle dirette dipendenze di Michele Greco” disse il pentito Tommaso Buscetta.

Proprio in quella masseria erano state scritte pesanti e sanguinose pagine della storia della camorra nei sei anni precedenti a quell’arresto. Nel giugno del 1984, un commando dei clan Alfieri-Bardellino aveva fatto irruzione nella masseria che ancora non era stata dotata del cancello elettronico e inseguì, uccidendolo, il fratello di Lorenzo Nuvoletta, Ciro, che scappava in direzione dei campi all’interno. Fu uno degli agguati violenti nella guerra che contrapponeva gli Alfieri-Bardellino ai Gionta-Nuvoletta. Una vera azione militare, replicata due mesi dopo a Torre Annunziata quando ancora un commando degli Alfieri-Bardellino sparò all’impazzata all’esterno del Circolo dei pescatori regno del clan Gionta, uccidendo otto persone e ferendone sette. Dopo quei due assalti violenti, la guerra tra i clan che avevano sconfitto la Nco cutoliana terminò e, per assicurare la pace, il prezzo pagato dai Nuvoletta fu una soffiata anonima ai carabinieri per far arrestare l’alleato Valentino Gionta, nascosto da latitante proprio a Marano.

Lo scrisse Giancarlo Siani sul “Mattino”, in uno storico pezzo di ricostruzione di quegli avvenimenti. Quel pezzo gli costò la vita. Dichiarò il pentito Ferdinando Cataldo raccontando la riunione a Poggio Vallesana in cui fu decisa la morte di Siani: «Lorenzo Nuvoletta disse che il giornalista era corrotto con Carmine Alfieri, che l’articolo lo avevano fatto fare Alfieri e Antonio Bardellino per gettargli il fango addosso e che bisognava mandare l’ambasciata a Gionta, che si doveva uccidere questo giornalista». Giancarlo Siani fu ucciso sotto casa al Vomero il 23 settembre 1985 da killer legati ai clan Nuvoletta e Gionta. Raccontò il pentito Salvatore Migliorino affiliato del clan Gionta: «Eravamo una costola della famiglia di Marano, solo con il tempo, autorizzati dai Nuvoletta e dai nostri referenti siciliani, potevamo costituire una famiglia mafiosa autonoma». 

Dopo l’omicidio di Giancarlo Siani, si brindò a Poggio Vallesana. Scrisse nella sua ordinanza il giudice Giovanni Ceppaluni, oggi presidente della sezione gip al tribunale di Napoli: «Il giorno dopo il delitto, in Marano, Poggio Vallesana (regno del male pregno degli umori di cadaveri dissolti nell’acido) esponenti del clan Gionta-Nuvoletta si baciarono e abbracciarono commossi, e festeggiarono con un lauto pranzo, l’ardua impresa di aver sacrificato un uomo armato soltanto di onestà e coraggio».

Quando era in vita, Lorenzo Nuvoletta non fu mai processato, né soltanto accusato con atti formali, dell’omicidio di Giancarlo Siani. Morì prima che l'inchiesta andasse avanti, stroncato da un tumore. Dopo l’arresto seguito a dieci anni di latitanza, rimase in carcere per tre anni. Poi il male inesorabile, con la concessione degli arresti domiciliari pochi giorni prima di morire. Andò a giudizio e fu condannato all’ergastolo, invece, il fratello Angelo, la mente criminale della famiglia che manteneva i rapporti diretti con i boss di Cosa nostra. Venne arrestato solo nel 2001, dopo ben 17 anni di latitanza e fu rinchiuso al 41-bis prima a Spoleto poi a Parma dove morì a 71 anni il 20 ottobre del 2013. Il fratello Lorenzo era morto il 7 aprile del 1994 quando cominciarono a filtrare le prime indiscrezioni sulle dichiarazioni dei pentiti che parlavano dell’omicidio di Giancarlo Siani. Dichiarazioni che avrebbero poi ancora preso corpo nelle accuse dell’inchiesta coordinata dal pm Armando D’Alterio.

Così, Pasquale Galasso, il più famoso e importante collaboratore di giustizia della camorra nel secondo dopoguerra, descrisse i Nuvoletta: «Dicevamo spesso che i Nuvoletta erano la copia dei siciliani, con tutti i loro marchingegni e sotterfugi, perché non erano onesti verso il proprio amico. Dopo la sconfitta di Cutolo, hanno cercato, con la loro astuzia, di rimanere sulla scena criminale campana, tessendo rapporti con molti gruppi minori. Con la strategia mafiosa di Nuvoletta, le guerre non finiscono mai».

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Ultimo aggiornamento: 7 Gennaio, 13:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA