La prima volta di Jorit Agoch:
dalla firma sui treni
ai murales da guinness

Sabato 15 Febbraio 2020 di Maria Chiara Aulisio
La prima firma l'ha messa su un vecchio treno arrugginito, nel deposito di Quarto, quando era solo un ragazzino. Oggi, Jorit Agoch - talentuoso street artist partenopeo, di papà napoletano e mamma olandese - ha 30 anni, e da più parti viene definito il Bansky italiano, con ovvio riferimento al writer inglese dall'identità ancora sconosciuta, che ha visto una propria opera battuta all'asta per oltre undici milioni di euro. Il suo nome è Ciro Cerullo, ma per tutti è Jorit - l'artista dei volti con le bande rosse. Se qualcuno ancora non lo conoscesse, come indizio possono valere i ritratti di Diego Armando Maradona a San Giovanni a Teduccio, quello enorme di Che Guevara - realizzato su una parete di 40 metri, su un palazzo a Taverna del Ferro - e quello, straordinario, di san Gennaro dipinto nel cuore di Forcella.

Il tuo primo graffito?
«Agoch: la mia firma su un treno a Quarto Officina».

Perché non un disegno?
«Si comincia così, scrivendo il proprio nome. La firma diventa il tuo tratto distintivo, giri per il mondo cercando il posto giusto. Parigi, Londra, Berlino, Praga, Amburgo, Madrid, Barcellona, New York l'ho lasciata ovunque, ma davvero ovunque».

Come sei diventato un writer?
«A Quarto non c'era niente da fare. Manco una scuola di pallone, il vuoto. Pure la Cumana, a una certa ora, non passava più». 

Zero alternative, insomma.
«O ti facevi le canne o morivi di noia. Frequentavo gente del rione Traiano, di Soccavo, il rischio di finire su una brutta strada era molto concreto. Un giorno, con alcuni di loro, girovagando senza meta, vedemmo un ragazzo che dipingeva i treni e mi venne subito la voglia di provarci».

Disegnare ti piaceva?
«Molto. L'ho sempre fatto, anche a scuola ero piuttosto bravo. Mi innamorai della bomboletta spray».

Un'emozione nuova.
«L'idea che tutti avrebbero visto i miei disegni sui muri mi dava una grande soddisfazione. Anche se all'inizio, devo ammetterlo, lo facevamo piuttosto male».

In che senso?
«Dipingevamo ovunque, come i pazzi, senza rispetto dei luoghi - bastavano un paio di bombolette e via. Abbiamo fatto anche qualche danno, ma sempre meno di quelli che avremmo potuto fare, considerato il contesto nel quale vivevamo. A scappare eravamo diventati bravissimi».

Quante volte ti hanno preso?
«Ho dipinto sui muri di mezzo mondo, e mi è andata abbastanza bene; da ragazzino, mi hanno beccato un paio di volte, ma alla fine l'ho sempre fatta franca. Eravamo velocissimi: volto coperto, cappuccio in testa e gambe in spalla. D'altronde, quel nostro modo di esprimere l'arte non era legale e, soprattutto nei depositi e nelle stazioni, c'era sempre il servizio di sorveglianza».
 
Hai mai avuto paura?
«Una volta sì, e pure tanta».

Quando?
«Un paio di anni fa. Mi arrestarono a Betlemme, ero lì con Salvatore, un amico di Pianura. Avevamo dipinto sul muro che separa Israele dalla Cisgiordania il ritratto di Ahed Tamimi, la giovane attivista palestinese diventata l'emblema di una nuova Intifada. La polizia israeliana ci teneva già puntati, sin quando, l'ultimo giorno, mentre stavamo per andar via, ci presero».

Cosa fecero?
«Ero certo che ci avrebbero uccisi. Guardai Salvatore e gli dissi Amme fatte 'a cazzata. È finita».

Per fortuna, andò bene.
«Solo perché, nonostante le torture, fisiche e psicologiche, non parlammo. Dopo anni passati a fare il writer in giro per il mondo, qualcosa l'avevo imparata: non devi mai dire che sei stato tu. D'altronde, non a caso si lavora sempre con il volto coperto e si cambiano gli abiti continuamente. Così si evita di farsi identificare. Prima che ci separassero, riuscii a dire a Salvatore che doveva tenere la bocca chiusa: Totò, rispondi solo no comment».

A quali torture vi sottoposero?
«Ci tennero sotto la pioggia, con i fucili puntati addosso. Quello che era di fronte a me continuava a giocherellare con il dito sul grilletto, per provare a intimidirmi. L'interrogatorio durò almeno tre ore, il loro obiettivo era quello di farci il processo militare, e lì sarebbe stata la fine».

Come ve la cavaste?
«Lo sapevano che a dipingere il volto di Ahed Tamimi eravamo stati noi, ma non potevano dimostrarlo, non erano riusciti a coglierci in flagrante né a fotografarci in volto. Dunque, senza confessione, erano senza prove. Siamo rimasti zitti e alla fine hanno dovuto liberarci».

I tuoi genitori come hanno preso questa attività di writer?
«Non mi hanno mai contrastato, credo l'abbiano capito subito che non era un hobby. E poi, il mio dovere lo facevo: ho preso il diploma al liceo scientifico e mi sono laureato con 110 e lode all'Accademia di belle arti».

Studente modello.
«In Accademia non ci andavo mai, ero sempre in giro a dipingere, però gli esami li superavo: la materia mi appassionava, lo studio era un modo per approfondire gli argomenti che mi interessavano di più».

Come ti mantenevi sempre in giro a dipingere?
«Un po' alla volta cominciarono a conoscermi e a invitarmi ai festival di street art in diverse parti del mondo. In quel caso, non solo mi pagavano il biglietto, ma c'era anche un minimo di retribuzione - poca roba, ma a me sembrava comunque incredibile: dipingevo come avevo sempre fatto e mi pagavano pure». 

A quali festival hai partecipato?
«Quasi tutti. Da Sacramento a San Francisco, dall'Argentina alla Bolivia passando per il Perù, Cuba e il Messico. Poi, l'Africa - in Tanzania e in Kenia ci sono rimasto due mesi. Con i soldi che guadagnavo, contribuivo a migliorare le condizioni del reparto pediatrico di un ospedale». 

Ultima domanda, anzi penultima: come nasce il tuo nome d'arte?
«Jorit viene da quello di un graffitaro di Soccavo, Agoch lo usavo insieme a un altro writer». 

L'ultima: perché quei segni rossi su tutti i volti? 
«È l'unità della tribù africana opposta alla singolarità. Sono la chiave di interpretazione di tutto ciò che faccio. Ormai è quella la mia firma».Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 08:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA