La prima volta di Dino Falconio:
«Volevo fare il giornalista,
poi arrivarono quei tre...»

Venerdì 6 Marzo 2020 di Maria Chiara Aulisio
La definisce una «congiura a fin di bene», quella ordita alle sue spalle dal padre Antonio, alto dirigente del Banco di Napoli, con gli amici Tino Santangelo (notaio) e Raffaele Bertoni (magistrato). Un complotto in piena regola, benché le ragioni fossero le migliori possibili e l'obiettivo sacrosanto. Ma a dire il vero non ci misero molto, tutti e tre, a convincere Diomede Falconio, per tutti Dino - uomo dai mille interessi e una passione per le giacche colorate, che indossa con disinvoltura. Così, fresco di laurea in Giurisprudenza, scelse la via del notariato, invece di quella del giornalismo verso cui sembrava orientato.

Una «congiura a fin di bene»?
«Mi piace definirla così, anche perché ancora li ringrazio. Mio padre era dai tempi della scuola che mi spingeva a diventare notaio, tant'è che anche la scelta della facoltà venne un po' condizionata da questa prospettiva. Alla fine, poi, si trasformò in una vera e propria sfida alla quale non volli sottrarmi».

La prima volta che ci ha creduto davvero?
«Quando uscirono i risultati del concorso: duecento i posti a disposizione, ma furono talmente tanti i bocciati che ottanta rimasero liberi».

E lei?
«Lo superai, piazzandomi anche molto bene. In graduatoria, guadagnai una eccellente posizione: davanti a me avevo solo due colleghi, per questioni di anzianità e non di merito».

La sua prima sede?
«Avrei potuto scegliere quello che volevo. In quegli anni, la città più ambita dai giovani notai di tutta Italia era Milano - ricchissima, la mitica Milano da bere: lavorare lì significava fare una fortuna».

Quindi, dritto in Lombardia.
«No. Macerata Campania».

Macerata Campania?
«Sì. Un comune a 35 chilometri da Napoli e 6 da Caserta, pressoché sconosciuto. Ricordo che andai a cercarlo sulla cartina, perché ne ignoravo perfino l'esistenza. In realtà, non volevo andare via; e quella scelta mi consentì di vivere a Napoli e fare esperienza in un piccolo centro».

Quanto tempo ci è rimasto a Macerata Campania?
«Due anni e mezzo. All'epoca, per arrivare a Napoli, bisognava avere un punteggio molto alto che si maturava con l'anzianità. Io invece riuscii a raggiungerlo ugualmente, grazie a una serie di pubblicazioni, articoli e ricerche, che mi consentirono il trasferimento a Napoli a soli trent'anni. Con grande soddisfazione di mia madre, che con i suoi manicaretti aveva allietato le mie giornate sui libri, e quelle di chi studiava con me». 

Davvero giovanissimo.
«Per otto anni, sono stato il più giovane iscritto al collegio notarile di Napoli. Questo, però, comportava un onere, che mi pesava non poco: fare lo scrutatore al consiglio». 

Una bella gavetta. 
«Non mi è mai mancata. Durante la preparazione del concorso, la mattina facevo un po' di pratica nello studio di Santangelo, quello della congiura a fin di bene con Bertoni e mio padre; e il pomeriggio invece andavo a seguire le lezioni dal mitico presidente Capozzi».

Un corso imprescindibile per ogni aspirante notaio.
«Indispensabile. Ma ricordo che Tino Santangelo ci offriva sempre un pranzo da Mattozzi, in via Filangieri, dove noi ragazzi mangiavamo di tutto. E così, la prima ora di lezione la passavo a sonnecchiare, con la testa appoggiata al muro che avevo alle spalle. Se la ridevano tutti: Ma che fai? mi dicevano. Dormi? Stai a sentire Capozzi, ché dopo ti interroghiamo».

Classico abbiocco postprandiale.
«Per forza, con quei pranzi. In ogni caso, si vede che quella pennichella mi giovava, visto che fui l'unico a vincere il concorso».

Il suo primo atto lo ricorda?
«Sì, certo. Si trattò della costituzione di una società di ingegneria, tra i soci c'era anche un mio compagno di scuola. Fu un atto molto innovativo: venti anni fa, si discuteva ancora se fosse legittimo o meno. Sulla base dei miei studi ritenevo che si potesse fare, e lo feci. A distanza di anni ho avuto ragione: oggi è assolutamente regolare».

E il secondo?
«Quello non lo ricordo. Però, mi viene in mente un'altra prima volta».

Quale?
«Un atto sottoscritto da un ammalato di Sla. Credo di essere stato uno dei primi in Italia a farlo. La loro è una condizione psichica e cognitiva molto particolare: il fisico degenera creando un contrasto tra la mente, ancora lucida, e il corpo paralizzato. Non possono parlare e nemmeno firmare, ma non per questo devono perdere il loro diritto di espletare attività giuridiche».

Una battaglia di civiltà.
«Che siamo riusciti a vincere grazie soprattutto alle tecnologie».

In che modo?
«Gli ammalati riescono a sottoscrivere gli atti notarili tramite un puntatore ottico: con il movimento delle pupille mandano un impulso alla tastiera di un computer, che trasforma le parole in messaggi vocali. Si tratta di una interpretazione della legge notarile del 1913, che di certo non poteva prevedere che il mondo sarebbe andato così avanti».

Quali sono gli atti più spinosi?
«Direi le divisioni ereditarie, c'è sempre un gran conflitto tra le parti. Bisogna essere molto bravi, anche sotto il profilo relazionale, altrimenti è difficile riuscire a ricomporre alcuni di quei dissidi. Sulla mia scrivania, sono passate operazioni che hanno fatto la storia economica della città degli ultimi vent'anni».

Ma veramente voleva diventare giornalista?
«Un grande amore, da quando ero ancora studente del Pontano. Quello volevo fare, mica il notaio. In ogni caso, sono riuscito ugualmente a diventare pubblicista. Anzi, ho maturato un quarto di secolo di iscrizione all'albo».

Ha scritto anche dei libri.
«Cinque, a dire il vero. Alla scuola di Maurizio de Giovanni, che considero il mio maestro. Quello che ha avuto più successo è La mattonella di Caravaggio, di cui è in corso di pubblicazione anche il sequel, che poi è inserito in una trilogia che finirà con il racconto della morte misteriosa del pittore».

Ma quando trova il tempo pure per scrivere?
«La notte, oppure nei weekend, durante le vacanze estive. In quelle ore che di solito si dedicano agli hobby, cercando di non sottrarre tempo alla famiglia». 

Notaio, giornalista e pure scrittore - tanto impegno.
«Lo faccio con passione. La passione, nella vita, non mi è davvero mai mancata». Ultimo aggiornamento: 7 Marzo, 11:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA