La prima volta di Gaia Girace:
«Lila, l'Amica geniale
scelta al primo provino»

Venerdì 21 Febbraio 2020 di Maria Chiara Aulisio
Aveva dodici anni, la piccola Gaia, la prima volta che disse a sua madre che da grande avrebbe voluto fare l'attrice. Era decisa: le piaceva il palcoscenico, e l'idea di andare in scena e far finta di essere un'altra la emozionava. Che un po' di stoffa ci fosse lo avevano già capito le maestre dell'asilo: quando si organizzava la recita di Natale, le affidavano sempre il ruolo del personaggio più importante, la Madonna. E rimanevano incantate a guardarla recitare come se fosse la cosa più naturale del mondo: disinvolta, padrona della scena, capace di attirare l'attenzione su di sé come una calamita. Una vera passione, un senso artistico innato, quello di Gaia Girace - ormai per tutti Lila, straordinaria protagonista de L'amica geniale.



Lila, cominciamo dall'inizio.
«Da mia madre».

In che senso?
«È stata capace di riconoscere subito il mio talento. Quando le dissi Che bello il teatro, come piacerebbe..., non perse tempo e mi propose di iscrivermi a una scuola di recitazione, a Castellammare. Noi viviamo a Vico Equense e quella era la più vicina: mamma mi accompagnava lì ogni sabato pomeriggio. Bastò una lezione per farmi capire che quello sarebbe stato il mio mestiere».

Ce l'hai fatta, e anche in poco tempo.
«Se considero che ho solo sedici anni, direi che mi è andata bene. Ma sono stata anche fortunata: frequentavo la scuola di Castellammare appena da quattro mesi, quando ho fatto il provino per L'amica geniale».

Primo provino, naturalmente.
«Sì, esatto. Lo facemmo tutti noi ragazzi iscritti ai corsi di recitazione. Eravamo parecchi, perché la scuola ha una sede anche a Napoli, e ci dissero che avremmo partecipato insieme. Ero molto emozionata, ma ci speravo davvero poco».

Perché?
«Figurati se scelgono me, pensavo. Invece, mia madre mi incoraggiava: Se non lo hai ancora fatto, questo provino, come fai a essere così sicura che andrà male. Coraggio, vai e poi ne parliamo».

Ha avuto ragione lei.
«Eh, sì. Ma io l'ho capito al primo colloquio che un poco ero piaciuta: mi sono accorta, a un certo punto, che mi osservavano con un interesse diverso rispetto a quando ero entrata. Ho pensato potesse essere una sensazione, però parlottavano tra loro, si guardavano... non so bene perché, ma insomma, è come se mi fossi resa conto di aver attirato la loro attenzione». 

La parte era tua.
«Magari. Eravamo solo all'inizio: i provini sono durati sette mesi. Tra un'audizione e l'altra, passavano settimane, e tu stavi lì ad aspettare. Ma più facevo provini e più sentivo che quella parte doveva essere mia; anche se, lo dico sinceramente, non sapevo fare proprio niente». 

Provini lunghi sette mesi?
«Si comincia con una intervista, perché vogliono conoscerti. Poi, via via, ti fanno fare sempre più cose, e io mi rendevo conto che andando avanti miglioravo. Fino a quando non ho ricevuto la telefonata: Ti hanno preso, Lila è tua.

La prima volta sul set.
«Avevo tutto da imparare, sono diventata attrice protagonista dopo aver frequentato la scuola di recitazione di Castellammare per pochissimo tempo. Ero a zero. Infatti, terminati i provini, sono iniziate le prove vere e proprie: quattro mesi di lavoro, un mese a episodio - i più duri della mia vita».

Quali sono le prime difficoltà che hai avuto?
«Avevo circa tredici anni, dovevo confrontarmi con ragazzi e ragazze già esperti, ero poco più di una bambina. Sapevo di voler fare l'attrice, ma non avevo idea di come si facesse. Gli altri mi sembravano tutti bravissimi, mentre io mi sentivo inadeguata».

Hai imparato presto, però.
«Ricordo ancora il momento in cui mi trovai sul set. Ero agitatissima, vestita anni Cinquanta, e mi muovevo in 20mila metri quadrati, macchine da presa ovunque e tanta gente intorno che mi guardava. Ma che ci faccio qui?, mi domandavo. Però, dopo qualche giorno, era già tutto diverso, avevo preso coscienza e confidenza, cominciai perfino a divertirmi».

Hai riso anche sul set, quindi.
«Hai voglia. Capitava che scoppiassimo a ridere tutti insieme, scene ripetute non so quante volte, perché non riuscivamo a trattenerci. Come quando dovevo mettere gli spaghetti nel piatto di Stefano Carracci, mio marito. Al primo ciak schizza tutta la salsa addosso a me, al secondo finisce sulla sua camicia bianca; al terzo, poi, oltre alla salsa, gli butto addosso pure gli spaghetti. Un disastro». 

Ti è mai capitato di dimenticare il copione?
«Come no. Spesso ti cambiano anche la parte in corsa: arrivi che hai in mente delle frasi e poi non sono più quelle. Io tra l'altro parlo sempre, devo dire un sacco di cose, le mie battute sono le più difficili, sembrano quasi degli scioglilingua. Una volta decisero di integrarmi una frase e, nonostante ci avessi provato più volte, non riuscivo a ripeterla in nessun modo».

Poi ce l'hai fatta?
«Cominciarono anche a suggerire, ma niente. Tirarono fuori il gobbo, che non si usa quasi mai, e ancora niente. Ci sono volute due ore, ce l'ho fatta solo alla fine. Il regista era stremato».

Il napoletano lo parli bene, però.
«Il dialetto è un po' diverso dal mio, che sono di Vico Equense, ma non ho avuto grandi difficoltà: il napoletano lo conosco. In ogni caso, sul set avevamo il supporto di uno storico: dovevamo utilizzare il modo di parlare degli anni Cinquanta, anche nei gesti, e bisognava sempre rifarsi a lui».

Aneddoti da raccontare non ne mancano.
«C'è solo l'imbarazzo della scelta. Quando giri, succede di tutto. Ricordo l'episodio numero cinque: io che cado in Galleria».

Tutto programmato?
«Assolutamente no. Dovevo camminare e basta: inciampo una prima volta, poi una seconda, la terza finisco a terra come una pera. Tutti scoppiano a ridere, e finalmente si riesce a girare una scena che stavamo provando e riprovando inutilmente».

Inutilmente?
«Dovevamo ridere tutti insieme, ma non ci riuscivamo in nessun modo. Poi, sono caduta e è andata». Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio, 13:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA