La prima volta di Giorgio Ventre:
«Fui bocciato in fisica
ma non lo dissi a papà

Sabato 18 Gennaio 2020 di Maria Chiara Aulisio
La prima volta che Giorgio Ventre ragionò seriamente sul fatto che mai sarebbe stato in grado di eguagliare il lavoro del padre, e nemmeno si sentiva attrezzato per farlo, fu anche il momento in cui decise di non ripercorrerne la strada. Da bambino, in realtà, nonostante fosse figlio di ingegnere, voleva diventare scienziato - come poi gli avrebbe ricordato un caro amico qualche anno dopo. Ma la passione per la tecnologia e l'elettronica era più forte e prese decisamente il sopravvento sul desiderio di seguire le orme di Einstein. Dunque - vincendo incertezze, insicurezze e ritrosie - si ritrovò in fila per consegnare la sua iscrizione allo sportello di Ingegneria elettronica della Federico II.

Attrazione fatale, nonostante suo padre?
«Era un personaggio piuttosto ingombrante, papà. In senso positivo, voglio dire: avevo una stima profonda, assoluta, per lui. Era il vero ingegnere, quello che sapeva aggiustare tutto - ma niente in casa, però. Intorno a lui, aleggiava un'aura di eccellenza e competenza, unita a una grande umiltà, che tutti gli riconoscevano. E se da un lato questo mi inorgogliva, dall'altro, quando ero ragazzino, mi faceva sentire pure inadeguato».

Dove lavorava suo padre?
«Alla Telecom, si occupava di telecomunicazioni. Ricordo che, quando ci fu il terremoto dell'Ottanta, organizzò un vagone di tecnici e partirono per cercare di rimettere a posto al più presto le linee telefoniche. E poi passava le notti in centrale, era sempre lì ogni volta che c'era un'emergenza».

La prima volta che è stato bocciato a un esame?
«Fisica tecnica. E chi se lo scorda: il primo impatto con l'analisi matematica fu terribile per me che venivo dal classico».

Suo padre come la prese?
«Se glielo avessi detto, l'avrebbe presa male. Ma mi guardai bene dal farlo: bastava un 28 per metterlo di cattivo umore, era un controllore inflessibile. Però, quando poi mi laureai a pieni voti, fu felicissimo. Ma lì si aprì subito un'altra questione».

Quale?
«Quella lavorativa. Lui immaginava un'azienda, io no. Credo di avere ancora da qualche parte uno scatolo pieno di telegrammi, con i quali mi chiedevano di sostenere colloqui: in quegli anni l'ingegnere elettronico era richiestissimo».

Qualche colloquio lo avrà pure fatto.
«Non molti, a fronte della quantità di richieste che ricevevo. Però, il primo lo ricordo: mi convocarono nel vecchio stabilimento 3M di Caserta, dove producevano nastri per computer. Al termine dell'incontro, avevo le idee molto più chiare sul mio futuro: non mi sarei mai occupato di nastri per computer».

Niente lavoro, insomma.
«Uno fui costretto ad accettarlo».

Finalmente. E dove? 
«Alla Selenia, un'azienda che operava nel settore dell'elettronica - satelliti, impianti radar, telecomunicazioni. Uno stabilimento bellissimo, al Fusaro, il sogno di qualunque ingegnere elettronico».

Si trovò bene?
«Non ci ho mai messo piede. Credo abbiano ancora il mio libretto di lavoro. In quell'occasione, devo dire, mi comportai male e ancora chiedo scusa: manco li avvisai, che a lavorare lì non ci sarei mai andato. Mio padre se la prese talmente tanto, che non mi rivolse la parola per un mese».

Ma che cosa avrebbe voluto fare?
«Quello che poi ho fatto: lavorare all'Università». 

E perché non lo disse subito?
«A casa mia non esisteva altro lavoro se non in azienda e io, a timbrare il cartellino, non mi ci vedevo. Ero invece affascinato dal mondo universitario, ma all'epoca esisteva solo il precariato. Il dottorato, in Italia, era appena stato introdotto, e la strada era in salita. Non vi nascondo che, a un certo punto, mi sentii perso: l'azienda non era nelle mie corde e l'università era assai difficile».

Quindi?
«Non mollai. Avevo scelto l'informatica e, anche se con poche prospettive, cominciai a lavorare con il professore Nino Mazzeo - docente giovane e brillante, un siciliano, carattere forte e polemico. Mi insegnò davvero tanto. E poi Bruno Fadini, Carlo Savy - veri e propri mostri sacri per noi giovani ingegneri, non osavo manco rivolgergli la parola».

Poi, però, il dottorato arrivò.
«Sì, sul calcolo parallelo, il mondo dei supercomputer. Anche se, quando lo conclusi, attraversai un ulteriore momento di crisi: non sapevo bene che cosa volessi fare e dove. Così mi trovai una borsa di studio e partii per l'Università di Berkeley. Era il 1991, ci rimasi fino al '93. Tre anni incredibili, un momento di crescita fondamentale per la mia vita accademica».

Di che cosa si occupava?
«Era lì che si inventava quello che sarebbe stato l'internet del futuro, si ragionava su reti a velocità elevatissima, la banda ultralarga».

Il progresso tra le mani, insomma.
«Adesso, sembra tutto scontato, basta pensare a FaceTime. Noi invece cercavamo di capire come fare a comunicare in tempo reale in audio e video. Fu a Berkeley che conobbi il professore Domenico Ferrari, che aveva creato un gruppo di ricerca internazionale, del quale ebbi la fortuna di fare parte anche io. Ricordo un contesto di grande fantasia, di autonomia e fiducia; cominciammo importanti ricerche su multimedialità e internet».

Perché poi ha fatto ritorno nella sua città?
«Amavo l'America e avevo ricevuto anche molte offerte interessanti. Ma a Napoli erano gli anni di Bassolino, mi arrivavano gli echi di una grande rinascita, e in tanti decidemmo di crederci».

Una scelta della quale si è mai pentito?
«Direi di no. Qui sono nati subito importanti progetti, grazie ai quali sono riuscito a coinvolgere tanti giovani, fino alla Apple Academy».

Lei ne è direttore.
«Un'esperienza straordinaria. L'Academy a San Giovanni è stato un piccolo miracolo, e devo ringraziare Gaetano Manfredi e Edoardo Cosenza».

Soddisfatto, dunque?
«Sì. È la dimostrazione concreta del successo che si ottiene quando si investe sul capitale umano, sui giovani. Sì, è una bella soddisfazione». Ultimo aggiornamento: 19:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA