La prima volta di Maria Gabriella Colucci: «Dalla Nigeria agli Usa, così ho scelto la ricerca»

Venerdì 26 Giugno 2020 di Maria Chiara Aulisio
Un modo per imbrogliare la maestra ci doveva pur essere: di imparare le tabelline non aveva alcuna voglia, ma si rendeva urgentemente necessaria un'alternativa al due in pagella. Aveva sette anni, Maria Gabriella Colucci - anima e motore di Arterra Bioscience, azienda di ricerca e sviluppo di biotecnologie, fatturato milionario e quotazione in borsa -, quando escogitò un sistema che lasciò a bocca aperta i compagni, ma pure l'insegnante. Attaccò, con cura e pazienza, la tavola pitagorica all'interno del grembiulino, facendo ben attenzione a posizionarla al contrario, così da leggere i numeri ogni volta che lo sollevava un po'. La maestra la scoprì quasi subito ma, ramanzina di rito a parte, non poté fare a meno di riconoscerle intraprendenza, arguzia e ingegnosità. 

Bella fantasia.
«Quella non mi è mai mancata. D'altronde, con la scuola non avevo un buon rapporto, le pensavo tutte per studiare il meno possibile».

Non si direbbe, dai risultati che ha ottenuto. Con le sue ricerche sul biotech ha cambiato il volto della cosmesi internazionale.
«La ricerca mi ha sempre appassionato. Dovevo solo scoprirla».

La prima volta al microscopio?
«È una lunga storia».

Quando è cominciata?
«Appena dopo la maturità: mio padre mi propose di iscrivermi all'Isef, l'Istituto superiore di educazione fisica. Una provocazione, la sua, grazie alla quale scelsi invece la facoltà di Agraria, che poi era la stessa che aveva frequentato lui». 

La stuzzicò?
«Mi prese sull'orgoglio. Non avevo una grande vocazione per lo studio, ma amavo la competizione. Papà mi conosceva bene, sapeva quali erano i tasti da toccare. Con il suo libretto universitario tra le mani, gli dissi che sarei stata più brava di lui».

Una sfida.
«Che vinsi, anche se lui non lo ha mai saputo. È andato via troppo presto, a 50 anni, io ero al secondo anno di università. Lavorava alla Sme finanziaria, economista agrario: fu lui a creare il primo centro di ricerche in agrobiotecnologie, convinto che la genetica avrebbe avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del paese».

Torniamo al microscopio.
«In realtà, prima mi sono cimentata in molte altre attività, che nulla avevano a che fare con la ricerca e men che meno con quello di cui mi sarei occupata».

Quali, ad esempio?
«Fare le crepes, che mi venivano anche molto bene. O servire caffè al bar, ripulire la piscina della Nato, grazie ai buoni uffici di mamma che lavorava lì. Poi, ho cominciato a viaggiare: Nepal, India, Sudamerica; nello Sri Lanka portai anche lei, volevo farla riprendere dopo la morte di papà. Mettevo insieme un po' di soldi e partivo».

E l'università?
«Un esame all'anno, per non perdere quello che avevo fatto. Mi sono laureata a 30 anni, ma nel frattempo ho messo insieme tante di quelle esperienze che ne è valsa la pena. Ho anche gestito un agriturismo con 23 cavalli in provincia di Benevento. Mi ritrovai in una comunità hippy con vent'anni di ritardo». 

E quando studiava?
«Nei ritagli di tempo. Poco ma bene, quasi tutti trenta e alla fine un bel 110. Mentre scrivevo la tesi, presi un volo per il Nepal, ma una mattina mi chiamò il professore: Torna subito o vengo a prenderti».

Così, tornò e divenne ricercatrice.
«Non subito. Dopo la laurea, cominciai a mandare curriculum in giro, il meglio che raccoglievo erano offerte per diventare operatore farmaceutico. Per giunta, a spese mie. Scelsi di continuare a lavorare con i cavalli, invece di andare in giro a piazzare medicine rimettendoci pure i soldi della benzina. Poi, la svolta».

Cosa accadde?
«Mia sorella Susanna, ascoltando radio Kiss Kiss, venne a sapere di una borsa studio in agrobiotecnologia, finanziata dalla Comunità europea». 

L'opportunità che aspettava?
«Mi iscrissi subito, insieme con altri quindici ricercatori, e vinsi la borsa».

Ripartì da lì, quindi.
«Dovevamo farci venire un'idea, volevano progetti concreti e innovativi. Grazie a un gruppo di docenti altamente qualificati, riuscimmo a fare un bel lavoro, al punto che subito dopo arrivò un'altra borsa di studio per tutti».

A quale incarico venne destinata?
«Agricoltura tropicale in Nigeria. Poi, non mi sono più fermata e nel '95 - dopo un periodo di studio in Australia - sono sbarcata a San Diego, nel laboratorio del professor Maarten J. Chrispeels».

La prima scoperta?
«Il professore mi inserì in un progetto definito a estremo rischio. In un fagiolo, identificai un gene chemio-protector, in grado di proteggere le cellule staminali del sangue dalla radioterapia e dalla chemioterapia. Una scoperta grazie alla quale l'Università della California mi segnalò a una società farmaceutica statunitense, che voleva costituire una startup sull'applicazione bio-medica delle piante».

Quanto è rimasta negli Stati Uniti?
«Fino al 2004. Poi scelsi di tornare, non ne potevo più di vivere in America. Proposi all'azienda per quale lavoravo di creare una società in Europa, base Napoli. Mi dissero di sì, salvo tirarsi indietro la sera prima della firma dal notaio: progetto annullato e il mio team licenziato».

Tutto saltato, dunque.
«Dopo una notte insonne, decisi che avrei ugualmente costituito la società: Arterra Bioscience, specializzata in biotecnologia. All'inizio è stata dura, pochi soldi e tante difficoltà, ma alla fine ce l'abbiamo fatta e oggi posso dirlo con soddisfazione».

La prima scoperta napoletana?
«Un prodotto per l'agricoltura la cui composizione assomigliava a un collagene anti-rughe. Cominciai per gioco, provandolo sulle amiche, e mi ritrovai dinanzi al comitato tecnico dell'Estée Lauder a New York».

Infine, la quotazione in borsa.
«Il coronamento di un percorso. Un sogno che si realizza. Ricordo i primi auguri, quelli di mio nipote».

Cosa le disse?
«Sei l'orgoglio di tutti noi fuori corso». © RIPRODUZIONE RISERVATA