La prima volta di De Laurentiis:
«Io, medico anti-cancro
dopo due casi in famiglia»

Venerdì 22 Maggio 2020 di Maria Chiara Aulisio
Aveva solo 13 anni, Michelino De Laurentiis - direttore del dipartimento di Senologia dell'Istituto tumori Pascale - quando in gran segreto salì sul tetto di casa del vicino. Lì, smontò - e rimontò alla perfezione - l'antenna e l'amplificatore a banda larga necessari per sintonizzarsi sui canali delle tv private, che cominciavano a spuntare nell'etere. Voleva capire come erano fatti, quegli apparecchi così tecnologici, quale ne fosse il funzionamento e se - acquistandone i singoli componenti - sarebbe stato in grado di riprodurli. In pochi giorni la famiglia De Laurentiis si trovò a zappare tra i canali dell'emittenza locale grazie alla prima opera ingegneristica del piccolo Michelino. Appassionato di tutto ciò che girasse intorno all'hardware e all'innovazione, avrebbe voluto fare l'ingegnere elettronico, ma nel corso degli anni accadde qualcosa che lo convinse a prendere un'altra strada - quella della medicina. O meglio, dell'oncologia. 

Aveva già in mente anche in cosa si sarebbe specializzato?
«Mi iscrissi all'università con le idee molto chiare: volevo combattere il tumore al seno».

C'era una ragione?
«Mia nonna morì così, e poi anche mia zia. Credo di aver capito solo in seguito quanto questi due episodi abbiano influenzato la decisione di lasciar perdere l'ingegneria: avevo un nemico ancestrale da combattere». 

Niente più calcoli e collaudi, dunque.
«Ero alla ricerca di un lavoro che fosse intellettualmente stimolante, cosa che l'ingegneria avrebbe potuto essere, ma dal risvolto umano. Un impegno che mi mettesse al servizio degli altri». 

La prima volta, da studente, alla Federico II?
«Goliardica e entusiasmante. Sono di Acerra, vivevo lì, l'idea di trasferirmi in città mi emozionava. Benché sia sempre stato attaccato alla mia terra, sentivo forte la necessità di allargare gli orizzonti».

Da Acerra a Napoli, prima tappa.
«Andai a vivere con alcuni amici. Anni di impegno, ma anche di spensieratezza. Tanti aneddoti e tanti ricordi».

Uno su tutti.
«L'esame di anatomia con Giovanni Giordano Lanza, professore severo e inflessibile. Prima bisognava superare una serie di prove con gli assistenti; poi, se andava bene, si arrivava al suo cospetto per la benedizione finale».

E lei la ebbe la benedizione?
«Per il rotto della cuffia».

Non era preparato?
«Tutt'altro. Affrontai la prova con tale relax che, dopo aver superato il primo fuoco di fila di domande, andai a chiacchierare fuori con gli amici».

Quindi, quando Giordano Lanza la chiamò, non c'era.
«Esatto. De Laurentiis. De Laurentiis. De Laurentiiiiis. Qualcuno mi avvisò, tornai subito in aula, dove fui accolto dalle urla del professore e dal bisbigliare degli studenti: È fottuto». 

Come andò?
«Si segga, De Laurentiis. Normalmente, Giordano Lanza faceva domande assai generiche. A me la sparò secca: Il trigono dell'abenula». 

La mise in difficoltà?
«Ci pensai qualche secondo, e si accese la lampadina. Sono curioso di natura, quel nome così strano mi aveva colpito; insomma, lo avevo studiato e risposi bene. In aula, si sentì un boato da stadio».

A proposito di curiosità: cos'è il trigono dell'abenula e quale voto le mise Giordano Lanza?
«Piccola regione triangolare dell'epitalamo, situata sul lato mediano del talamo. La ricorderò a memoria finché campo. In parole semplici, è una minuscola formazione cerebrale alla quale l'autore del libro dedicava una nota di pari dimensioni. Il voto? 30 e lode».

Carriera universitaria brillante.
«Studio e ricerca, l'ho sempre fatto senza fatica. Per preparare la tesi sul tumore alla mammella, che rimaneva un chiodo fisso, non so quanti libri consultai».

Poi, la specializzazione.
«Oncologia. Benché mi venisse sconsigliato da più parti, e fossi entrato anche in chirurgia plastica e ginecologia. Ma non ascoltai nessuno, e bene feci: da allora, con velocità straordinaria, sono stati fatti tanti progressi. Progressi che mi auguro nel giro di qualche anno ci daranno la possibilità di sconfiggere il tumore alla mammella».

Lo ha detto lei: chiodo fisso.
«Ero focalizzato solo su quello, e concentrai tutte le mie ricerche in uno studio che decisi di mandare all'Università del Texas, a San Antonio, altamente specializzata. Mi accettarono subito».

Da Napoli a San Antonio, seconda tappa.
«Un momento, però. Il posto c'era, mancavano i soldi. Per fortuna ci pensò l'Airc a pagarmi la borsa di studio».

Quindi, Texas.
«Avevo 27 anni. All'aeroporto, venne a prendermi il mio futuro capo e feci subito la figura del provinciale: macinavamo chilometri e continuavo a vedere solo autostrada e fast food, fast food e autostrada. Timidamente, chiesi quando saremmo arrivati in città; si mise a ridere e mi spiegò che la città era quella».

Quanto tempo è rimasto negli Stati Uniti?
«Tre anni. Fondamentali, preziosi, di grande arricchimento, non solo dal punto di vista specialistico. Lì ho capito cosa volesse dire multiculturalismo, internazionalità. Ricordo ancora le serate con i giapponesi a cantare 'O sole mio. E poi, umiltà intellettuale e capacità di ascolto. Il mio professore chiedeva opinioni e pareri anche all'ultimo studente arrivato». 

Il primo giorno da specializzando?
«Mi diedero uno studio e una scrivania, roba impensabile, almeno a Napoli. Ma fu un altro aspetto a colpirmi».

Quale?
«Mi domandarono in cosa mi stessi specializzando. Oncologia dissi. Sì, ma quale?: si meravigliarono di una risposta così generica. Nel tentativo di rimediare, aggiunsi rapido Breast».

Capì così che era il posto giusto.
«Sì. Vedevo avvalorata l'idea che da anni perseguivo con ossessione: l'ultra-specialistica era la chiave di volta». 

Una importante conferma.
«Diciamo che gli americani me lo hanno solo spiegato meglio: puoi essere bravino in tutto ma, per diventare eccellente, devi fare poche cose; preferibilmente, una sola».

L'alta specializzazione come obiettivo.
«Ancor più in oncologia. In questo campo, essere meno che eccellenti non è etico, è ingiusto nei confronti dei pazienti: non puoi accontentarti della sufficienza quando hai la vita degli altri tra le mani. Sapete quanta letteratura scientifica si produce in un anno sul tumore alla mammella? Riesci a starci dietro solo se ti occupi di quello e basta».

Da San Antonio, però, è anche tornato.
«Mi offrirono un posto di professore associato, che rifiutai. Ma poi fu il cuore a mettermi su un volo verso Napoli, e quella voglia di umanità che in America non è esattamente come la intendiamo noi».

Cervello di ritorno, tra tante fughe.
«Era giusto così. La ricerca mi appassionava e alla Federico II potevo continuare a farla. In più, c'era il contatto umano».

Un valore aggiunto.
«Uno degli aspetti che rende gioiosa la mia professione. L'oncologo è un lavoro duro, ci vuole grande stabilità psicologica, altrimenti rischi di crollare, ma l'affetto che i pazienti sono in grado di darti ti arricchisce di umanità». 

Dalla Federico II al Pascale.
«Non mi bastava un ospedale qualsiasi, la mia esigenza restava l'approccio ultra-specialistico. E, nel 2010, il Pascale bandì il primo concorso di primariato in Italia per un reparto dedicato solo ed esclusivamente alla mammella».

L'occasione della vita.
«Mi sembrò un sogno. Avrei avuto la possibilità di aiutare le donne a 360 gradi. Partecipai e vinsi. E oggi - lo dico con l'umiltà che mi hanno insegnato gli americani - quell'Oncologia che ho iniziato a dirigere nel 2011 è cresciuta fino a diventare il dipartimento con la maggiore offerta terapeutica in Italia. Non è stato facile, ma ce l'ho fatta».  © RIPRODUZIONE RISERVATA