La prima volta di Cinalli:
«Da Napoli a Parigi
in camice e cravatta»

Sabato 5 Ottobre 2019 di Maria Chiara Aulisio
Il primo intervento chirurgico al quale partecipò, Giuseppe Cinalli - oggi primario di Neurochirurgia all'ospedale Santobono - non lo dimenticherà mai. Era ancora uno specializzando giovane, solerte e appassionato, nell'equipe del professore Michelangelo Gangemi, allora titolare della cattedra di Neurochirurgia della Federico II. 

Chi era il paziente?
«Una bambina di appena nove mesi».

Intervento difficile?
«La complessità mi lasciò senza parole. Aveva un tumore gigantesco, le asportammo una quantità di massa cerebrale impressionante. In quei momenti, pensavo con angoscia a quale sarebbe stata la sua vita futura».

Immaginava i danni?
«Temevo il peggio. Ma dovetti ricredermi. Nel pomeriggio sorrideva, e beveva latte dal biberon. Mi emozionai come mai mi era successo: l'importanza dell'intervento, associata alla bellezza del recupero e alla straordinaria possibilità di restituire la vita a un bambino, mi convinse a parlare con il professor Gangemi».

Per dirgli che cosa?
«Volevo andare a fare esperienza al Necker di Parigi, il più grande ospedale pediatrico del mondo: avevo messo i bambini in primo piano, dovevo assolutamente lavorare per loro. Ero solo al secondo anno di specializzazione, ma Gangemi apprezzò molto la mia idea, convinto anche lui dell'importanza che quella trasferta avrebbe potuto avere per me. Riuscii a convincere pure il mio titolare di cattedra, piuttosto scettico, a farmi partire».

Così, fece le valige.
«Settembre 1989. L'unico rammarico era lasciare qui Fabrizia - con la quale mi ero fidanzato appena due settimane prima e che poi sarebbe diventata mia moglie. Però, andavo al Necker».

Emozionato?
«Anche di più. Un giovane medico che vede realizzato il suo grande sogno. Credetemi, non stavo nella pelle. Alle 7.30 in punto mi presentai nel reparto di Neurochirurgia. Indossai il camice che avevo portato da Napoli, e pure la cravatta: volevo fare bella figura».

La fece?
«Ebbi subito la prima lezione».

Da chi?
«Proprio dal direttore del reparto, il professor Hirsch, mostro sacro della chirurgia pediatrica. Lo incontrai appena arrivato e, un po' emozionato, gli dissi Bonjour professeur. E lui, ovviamente in francese: Monsieur Sinallì, qui non ci sono professori, ma solo mesdames et messieurs. E poi aggiunse: Ora vada a prendere il camice dell'ospedale, e soprattutto metta via quella cravatta che è una delle cose meno igieniche che si possa portare in un reparto».

Bel debutto.
«Capii che ero arrivato nel posto giusto. Hirsch avrebbe voluto farmi fare subito i turni di notte, erano a corto di specializzandi, ma si rese conto che era un po' troppo presto, avevo bisogno di imparare meglio il francese. Dopo quattro settimane, però, mi affidarono la gestione di un intero reparto: 45 posti letto».

Da solo?
«Avrei dovuto lavorare insieme con altri tre specializzandi libanesi. Per questioni politiche legate al loro paese, furono costretti a tornare in patria all'improvviso e così sì, mi ritrovai solo. I medici mi chiesero se avevo bisogno di aiuto, ma con grande spavalderia risposi di no, che ce l'avrei fatta».

Bel coraggio.
«Lavoravo giorno e notte. Avevo fame di imparare, sapevo che si trattava di un'occasione unica e volevo sfruttarla fino in fondo. Era quello che desideravo».

Impegno totale.
«Se pur da specializzando, ero diventato uno di loro e questo mi riempiva di orgoglio».

Una grande famiglia, quella del dottor Hirsch?
«Equipe straordinaria, un gruppo di lavoro particolarmente affiatato e di alto livello».

Monsieur Sinallì.
«Ogni tanto mi torna in mente anche qualche episodio divertente. Come quando mi chiamavano per nome».

Giuseppe.
«Per tutti sono Peppe, ma con il loro accento veniva fuori Pepè, che in francese vuol dire nonno. Una volta, facendo il giro dei pazienti, un'infermiera mi chiamò Pepè. Un bambino, sorridendo, chiese alla mamma perché mi aveva chiamato nonno visto che ero ancora così giovane».

Quanto tempo è durata la sua esperienza di studio a Parigi?
«Sulla carta, un anno, ma alla fine ne sono passati nove. E qui c'è un'altra prima volta».

Quale?
«Quando dissi una bugia al professore».

E perché?
«Il mio tempo era scaduto, dovevo tornare in Italia, non volevo andare via e mi procurai un'altra borsa di studio. Lo dissi a Hirsch, ma lui aveva promesso a Gangemi che mi avrebbe rimandato a Napoli e non intendeva venir meno alla parola data».

E la bugia?
«Gli dissi che in Italia non sarei tornato comunque, che ero in contatto con il professor Lapras, anche lui pioniere della neurochirurgia pediatrica e suo assoluto rivale, che mi voleva a Lione. Bastò solo pronunciare quel nome: Sinallì - mi disse - domani passi in amministrazione, ché resta qui con noi».

E Lapras?
«Chi lo aveva mai visto».Ultimo aggiornamento: 31 Ottobre, 17:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA