La prima volta di Mario Tuccillo:
«Aveva offeso l'arbitro,
così riuscì a salvare Ferlaino»

Sabato 8 Febbraio 2020
La prima volta che mise piede in tribunale era il 1950, al seguito di Giovanni Leone: in quel momento, Mario Tuccillo - giovane avvocato con una gran voglia di farsi strada - probabilmente non immaginava che nel 2020, a distanza di settant'anni, sarebbe stato ancora lì. Puntuale ogni mattina, come se il tempo non fosse mai passato; sempre alle prese con arringhe e magistrati, truffe alle assicurazioni, imputati e beghe giudiziarie da risolvere. Novant'anni il prossimo agosto, lucido e tenace, l'avvocato Tuccillo non perde un colpo, e soprattutto una causa. 

La sua prima la ricorda?
«Certo. In Corte d'Assise. All'epoca, andava di moda il delitto d'onore. Ogni tanto, ancora mi torna in mente quella ragazza di Afragola che difesi: aveva ammazzato il suo violentatore, una brutta storia, ma vi assicuro che fu una delle esperienze più straordinarie e emozionanti che abbia mai vissuto da avvocato».

Come andò a finire?
«Fu assolta, ebbi un successo formidabile, di quella vicenda si parlò a lungo. Anche io sono di Afragola, ho radici profonde nella provincia, lei e io venivamo dalla stessa terra e questo contribuì ad appassionarmi ancora di più alla sua storia».

E Giovanni Leone?
«Il tirocinio lo feci nel suo studio, cominciai lì con un po' di pratica forense, ancor prima della laurea. Poi ci sono rimasto diversi anni, si lavorava bene con Leone».

Aveva un buon rapporto con lui?
«Ottimo. E migliorò pure, dal giorno in cui i miei familiari mi regalarono una 500 usata. Fu una grande occasione per me».

Perché?
«Lo aspettavo con pazienza e poi gli offrivo un passaggio per andare e venire dal tribunale, lui accettava sempre. In macchina parlavamo di lavoro, si commentava l'esito delle cause della mattina e si ragionava su ciò che avremmo fatto il pomeriggio». 

Bella trovata.
«Ottima tecnica, sì. A dire il vero, l'avevo già sperimentata da studente».

Sempre con l'auto?
«Sì, di nuovo una 500. Quella però non era mia, me la feci prestare».

E cosa ci fece?
«La storia è più o meno questa: non riuscivo a superare l'esame di diritto ecclesiastico, lo trovavo ostico e non fondamentale; il professore, si chiamava Petroncelli, mi aveva bocciato già un paio di volte. Mi resi conto che dovevo mettere in atto qualche strategia».

Che cosa c'entra la 500?
«Bisognava entrare nelle grazie di qualcuno. Così, adocchiai l'assistente del professore, tal Mazzacane, molto severo pure lui ma un po' meno di Petroncelli. Mi feci prestare l'auto da un amico, mi piazzai all'università e aspettai che Mazzacane finisse i suoi esami». 

E poi Dottor Mazzacane, ha bisogno di un passaggio? Dove deve andare? L'accompagno io.
«Esattamente. Altrimenti, la macchina che me l'ero fatta prestare a fare? In ogni caso, non fu certo quello a farmi superare l'esame, però servì a stabilire un rapporto di cordialità e simpatia che certamente andò a mio vantaggio».

Astuto, l'avvocato Tuccillo.
«Lo diceva anche Leone».

Era il suo allievo preferito?
«Non credo, però è vero che aveva stima di me. Quando fu eletto presidente della Camera, benché fossi solo un tirocinante, mi invitò a partecipare alla cena che organizzò da D'Angelo, in via Aniello Falcone. Fu una serata che non dimenticherò».

Cosa successe?
«C'erano i sommi dell'epoca: Giovanni Porzio, Enrico De Nicola, Ettore Botti, Adriano Reale... E qui si verificò un episodi divertente: Porzio e De Nicola non vollero sedersi uno accanto all'altro».

Per quale ragione?
«Alla base c'era certamente un po' di gelosia reciproca, e poi erano due temperamenti completamente diversi. Porzio giovale e estroverso, De Nicola di una riservatezza indescrivibile. Insomma, la cena si svolse mentre serpeggiava tra i due questa rivalità. Ricordo che De Nicola, di un rigore spinto al parossismo, rimase seduto a tavola senza toccare cibo; mentre Porzio, per rimarcare le differenze tra loro, mangiò e bevve di tutto».

Grandissimi personaggi. Un privilegio aver avuto la possibilità di incontrarli.
«Allora ero molto giovane, ma vi assicuro che, in oltre sessant'anni di attività, ne ho viste parecchie. E mi sono tolto parecchie soddisfazioni, anche nel mondo dello sport».

Chi ha difeso in quel settore?
«Italo Allodi, per fare un esempio. Era il processo sul calcio scommesse, che si celebrò a Milano negli anni Ottanta; il pm che lo istruì si chiamava Giuseppe Marabotto e, se non ricordo male, poi fu arrestato per un giro di consulenze. A ogni modo, erano talmente tante le persone coinvolte, tra parti e indagati, che il processo lo organizzarono nella hall di un grande albergo. C'era anche il collega Vincenzo Siniscalchi, e molti avvocati torinesi che rappresentavano i vertici della Juventus, che pure era coinvolta. Ah, e ho difeso pure Corrado Ferlaino».

Che cosa aveva fatto il presidente?
«Insulti a un arbitro».

Parolacce?
«Quegli epiteti che si usano in occasione degli incontri di calcio».

E l'arbitro ovviamente lo querelò.
«Sì. Eravamo alla pretura di Viareggio, ma risolvemmo tutto con una transazione: Ferlaino tirò fuori un po' di soldi e l'arbitro ritirò la querela».

Passiamo dallo sport alla politica.
«Mi viene in mente Ciriaco De Mita, che subì una infamante iniziativa giudiziaria, dalla quale però venne fuori subito: la sua posizione si chiarì rapidamente, non andammo nemmeno a giudizio. E poi tanti altri dei quali, sinceramente, nemmeno ricordo più i nomi. Ma non pensate che sia una questione di età». © RIPRODUZIONE RISERVATA