Terremoto 1980, nel Salernitano
il dramma dei dieci comuni distrutti

Venerdì 20 Novembre 2020 di Margherita Siani

Le sepolture nel terreno poste all'ingresso del cimitero di Laviano sono il ricordo di un dramma che, dopo 40 anni, non è mai stato dimenticato. Tombe tutte uguali dove ci sono famiglie distrutte, affetti spazzati via, vite accasciate come quelle case che il 23 novembre 1980 si sgretolarono come cartone. A Laviano tutto fu distrutto, lasciando solo le mura del castello e due abitazioni all'ingresso del paese, costruite da poco. Niente più storia ed identità, niente più vita, niente gioia, niente bambini che giocavano a pallone e morirono tutti insieme. Laviano è uno dei dieci Comuni salernitani disastrati, cioè i più colpiti. Dei 674 morti salernitani (2835 in tutta la Campania e Basilicata), a Laviano ne contarono 304. E questo Comune, con Santomenna e Castelnuovo di Conza, patì una intensità 10 della Scala Mercalli. Furono i 90 secondi che cambiarono non solo la loro storia ma la storia di una parte di Mezzogiorno. Il cuore geografico della provincia di Salerno, formato da una ventina di Comuni, da allora fu chiamato Cratere salernitano, la più devastata. Ma fu l'intera provincia ad essere colpita ed inserita in quella classificazione ancora oggi definita negli atti e nelle assegnazioni finanziarie: i disastrati, i gravemente danneggiati e i danneggiati.

 

LEGGI ANCHE Terremoto in Irpinia, 40 anni dopo l'occasione persa delle scuole sicure


La forza di ricominciare fu segnata dal grande cuore del volontariato e da un grande sforzo economico dello Stato, che scoprì qui tutta l'arretratezza del Paese, la marginalità del Sud, le sacche di povertà da paura. Fu pensato così quel programma di ricostruzione delle abitazioni e di sviluppo di un'area vasta, con la realizzazione di venti nuclei industriali, quattro nel salernitano, insieme a molte opere infrastrutturali. Nei soli dieci Comuni disastrati sono stati assegnati in quarant'anni 744 milioni di euro per ricostruire le case, in tanti casi per costruire da zero paesi distrutti. Tanti i fondi anche per le opere infrastrutturali, per il Salernitano l'equivalente di 760 milioni di euro di oggi, per realizzare le aree industriali salernitane di Contursi Terme, Oliveto Citra, Buccino e Palomonte, contributi alle attività produttive che si insediarono, a viabilità, elettrificazione, acquedotti, salvaguardia ambientale. A questi interventi fu prevista la più grande opera infrastrutturale post sisma, la costruzione della Fondo Valle Sele, la strada del Cratere che doveva portare fuori dall'isolamento i Comuni, collegare le province di Salerno e di Avellino, unire il Tirreno all'Adriatico e quindi le aree industriali costruite anche nell'avellinese.

Insomma, una strada che potesse servire la mobilità interna di un territorio in rinascita ed essere quindi una strada dal grande valore economico e di prospettiva. I tre lotti della Contursi-Lioni, in gran parte su piloni e in zona sismica e franosa, costarono mille miliardi per 33,700 chilometri. E furono ben 56 le varianti in corso d'opera, che fecero più che raddoppiare i costi, passati da 420 miliardi ai mille finali. Solo un anno fa, invece, il completamento di questa strada, che deve giungere fino a Grottaminarda, è stato riavviato dalla Regione Campania, per concludere così quel pezzo mancante.
Ma la storia del sisma è fatta di elementi che hanno fortemente rallentato flussi finanziari. Il processo subì un blocco totale nel 1989, quando fu istituita la Commissione parlamentare d'inchiesta. Con la legge 32 del 1992 la ricostruzione riprese, ma con un'indicazione precisa: erogare fondi sulla base di opere certificate.

Nel frattempo, però, sul terremoto si annidarono procedimenti giudiziari in ogni Comune. Sindaci e sindacati per anni fecero fronte unico per chiedere chiarezza e ricominciare. Nacque così una stagione di grande protagonismo delle amministrazioni locali. Fino alla fine degli anni '90 ci fu un susseguirsi di impegni. Nacquero, sul piano industriale, il contratto d'area del cratere, con nuovi insediamenti di quella industrializzazione mai davvero decollata, con tanti «prenditori» che giunsero per definire i loro affari, come stabilirono tante inchieste. Il contratto d'area ha provato a dare un'accelerata, ma scontrandosi spesso con la crisi dell'industria. Ad esso, era la fine degli anni '90, seguì la stagione dei patti territoriali ed il territorio risposte egregiamente, sostenendo soprattutto piccole e medie imprese locali.


Se questi sono i dati e gli accadimenti del più grande investimento della storia di questo territorio, nuovi fondi sono necessari per completare, dal momento che si è al 95%. Lo ha stabilito nel 2012 il Comitato del Ministero per le Infrastrutture che ha individuato con certezza le esigenze residue. Fondi per opere pubbliche, uffici tecnici e contenziosi, 1 miliardo e 400 milioni, di cui 412 milioni per la sola provincia di Salerno, 45 milioni per i Comuni disastrati, 330 per i gravemente danneggiati, 37 per i danneggiati. Nel decennio 2000-2010 ogni tre anni ci sono state erogazioni; nel 2010-2020 nulla, solo annunci. La Campania, con lo strumento della erogazione dei mutui ha sbloccato 30 milioni. «La burocrazia è stata il principale ostacolo spiega Michele Figliulo, ex sindaco di Valva, componente del comitato regionale sul sisma Spesso le leggi si sono fatte per fare annunci e non per reale volontà di spendere le risorse. Un problema che è stato anche di altri terremoti ed altre emergenze». A quarant'anni, oggi, resta una storia fatta di tanti elementi, cose importanti realizzate e chiaroscuri. Ma soprattutto c'è un territorio che non può dirsi più né emarginato, nè isolato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA