Terremoto 1980, dopo la scossa arrivò l'epoca dei tagli alla sanità

Sabato 21 Novembre 2020 di Gianni Colucci

Non erano province senza ospedali. I viaggi della speranza, certo, portavano a Napoli al Pausillipon, al centro traumatologico, al Cardarelli. Ma il 1980 non era l'anno zero della medicina nelle zone interne della Campania.
Prendiamo quello che sarebbe destinato a diventare il cratere del sisma, a cavallo tra l'Irpinia, la Basilicata e la valle del Sele: c'erano presidi di riferimento. Fatti salvi i capoluoghi, Avellino, Potenza, Salerno, il più significativo era a Sant'Angelo dei Lombardi. E dopo lavori recenti in un'ala, venne scaraventato giù dalla prima furiosa spallata del sisma.

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A Bisaccia se ne stava costruendo un altro, e aprì in tempi record, appena dopo il terremoto. Con il sisma divenne inagibile l'ospedale di Ariano Irpino (insieme a quello di Solofra). A Potenza era fresco di costruzione il San Carlo. Salerno aveva strutture a Oliveto Citra (cadde il vecchio ospedale ma sette giorni prima era stato tutto trasferito nel nuovo edificio), poi c'erano gli ospedali a Eboli, Battipaglia, Sapri, Vallo della Lucania, Nocera Inferiore, Pagani e Mercato San Severino (che fu reso inagibile dal sisma insieme a quello di Polla che aveva 240 posti letto).


In Basilicata, a Pescopagano il nuovo ospedale ha poi assunto funzioni specialistiche sulla riabilitazione, Potenza era e resta l'unico vero presidio della regione.
Oggi come nell'Ottanta? No. A quaranta anni dal sisma, molti di questi presidi hanno perso funzioni, pronto soccorso e posti letto. In quaranta anni, nel Salernitano sono nati due presidi a Roccadaspide e Agropoli (ma restano aperti solo perchè le popolazioni minacciano).


In Irpinia, a Sant'Angelo e Solofra, ora i reparti chiudono e solo il dramma Covid sta fornendo loro altre funzioni d'emergenza. A Monteforte Irpino l'ospedale non c'è più, come a Bisaccia. Anche questo è il risultato del piano di rientro dal deficit in sanità.
«Furono gli ultimi dieci anni del secolo scorso a dare il colpo finale alla sanità pubblica con la scusa dei tagli», dice Mario Sena, storico assessore regionale alla sanità all'epoca del sisma. «Si dirà che erano gli ospedali degli sprechi e che ogni deputato ne voleva uno nel collegio. In realtà oggi la medicina moderna si fa con i presidi di prossimità», aggiunge Sena, fieramente sant'angiolese.


Il terremoto fece vittime ma fu anche una pagina che l'Organizzazione mondiale della sanità riconobbe come significativa dal punto di vista del contenimento delle epidemie. Si visse per mesi nelle tende e per anni nei prefabbricati ma non vi fu un aumento di malattie infettive. Si organizzarono sistemi di soccorso da campo (a Basilicata ne nacque uno Muro Lucano) con roulotte dove i medici si occupavano di assistere i bambini. Il primario Michele Pierro senza più ospedale a Sant'Angelo dei Lombardi, guidava personalmente un camper che girava per i paesi in macerie.
E nel 1980, nasce la «disastrologia veterinaria italiana» legata ad un'emergenza non epidemica, in quanto il Ministero della Sanità chiama il professor Adriano Mantovani a coordinare le attività veterinarie nelle zone terremotate.


Si costruiva un progetto di solidarietà, squadre di specialisti si precipitarono da Napoli per dare manforte sul territorio. Si operarono strappi istituzionali, come quando aprì l'ospedale di Bisaccia con un decreto dell'assessore, senza nemmeno le autorizzazioni dei vigili del fuoco.


Sul territorio c'erano anche figure dimenticate come gli ufficiali sanitari, i medici intercomunali che si occupavano della medicina territoriale e della prima assistenza, il primo riferimento delle organizzazioni sanitarie del Commissariato straordinario di Governo e della Regione. Vi erano i medici di base, quelli di famiglia, che svolgevano un lavoro preziosissimo. Il parallelismo con il Covid non è azzardato, oggi l'emergenza balbetta mancando la rete del territorio. Allora chi scampò alle macerie, anziano o neonato che fosse, trovò sempre un reparto aperto, un medico a disposizione.


L'ufficiale sanitario di Sant'Angelo, Torella e Lioni era Angelo Di Stasio. Nella notte del 23 novembre, con una coperta sulle spalle, girava per i comuni per costruire la mappa del disastro, apriva la strada ai soccorsi, alle autocolonne e agli ospedali da campo che arrivarono da tutto il mondo. Conosceva le strade, ogni contrada, le famiglie nelle case sparse. Fu lui che come un rabdomante guidava i soccorsi. Funzionò. Senza app e internet. Vinse il sacrificio.

Ultimo aggiornamento: 15:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA