Castel Nuovo, il mistero del coccodrillo che sbranava gli amanti

di Vittorio Del Tufo

«Con le fiabe ci si apriva il mondo della poesia, con le leggende quello della storia» (Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane)

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Narra un'antica leggenda che il re aragonese Ferrante, figlio di Alfonso il Magnanimo, avesse la macabra abitudine di conservare accanto a sé, ben posti sotto sale, i resti mortali dei suoi più acerrimi nemici. E che questa misera fessura nella scarpata di piperno corrispondesse a una fetida cella, detta la Fossa del Miglio. A Castel Nuovo nessun altro luogo doveva apparire piutenebroso. Ricavata nello spazio sottostante la Cappella Palatina e utilizzata dagli Aragonesi per il deposito del grano, la Fossa del Miglio divenne la cella dove venivano rinchiusi i prigionieri condannati alle pene piu dure. Durante il regno di Giovanna II le prigioni ospitarono illustri personaggi, come il capitano Muzio Attendolo Sforza e la vedova di re Ladislao, ma raggiunsero il gran completo durante la famosa Congiura dei Baroni. In quella fossa, infatti, sostarono i baroni ribelli prima di andare a morte.

Si narra che molti degli sventurati rinchiusi nella Fossa del Miglio scomparissero nel nulla, dalla sera alla mattina. Aumentata la vigilanza, non si tardo a scoprire la causa delle sparizioni: da un'apertura che si trovava sotto il livello dell'acqua entrava un alligatore, che azzannava i prigionieri trascinandoli in mare. Forse giunto dall'Egitto nella scia di una nave, il rettile venne per qualche tempo utilizzato per mandare a morte, senza troppa pubblicità, i prigionieri piu scomodi. Secondo la leggenda, esaurito il suo compito, la bestia fu poi catturata con un'esca gigante una coscia di cavallo ed uccisa, impagliata e appesa sulla porta d'ingresso del Castello.

Fino al 1875 un coccodrillo fu realmente esposto sulla sommità della porta di bronzo di Castel Nuovo: lo testimonia una celebre foto di Robert Rive (vedi in alto). Quell'anno il macabro trofeo fu donato dal comandante del Forte a Giuseppe Fiorelli, che otto anni prima aveva fondato il Museo di San Martino. Benedetto Croce, nelle sue Storie e leggende napoletane, racconta come l'animale venisse «additato ai fanciulli, che ne restavano atterriti».
Storia e mito, come spesso accade a Napoli, si confondono. Le leggende non aprono forse, come diceva Croce, le porte alla storia? In realtà non sappiamo, e forse non sapremo mai, se il coccodrillo al quale fa riferimento Croce sia lo stesso «immondo rettile» della leggenda. È assai improbabile. Frammenti del (vero) coccodrillo, quello «impagliato e additato ai fanciulli», tuttavia, esistono ancora, e sono custoditi in un deposito del Museo nazionale di San Martino, un autentico scrigno di memorie. L'Uovo di Virgilio è in grado di mostrare questo straordinario cimelio, oggetto in questi mesi di un complesso intervento di restauro. Al termine del quale, presumibilmente entro fine anno, il coccodrillo verrà esposto in una maxi-teca all'interno dello stesso museo diretto da Rita Pastorelli, storica dell'arte e scrupolosa custode della nostra storia locale. L'atto di donazione e i documenti conservati negli archivi del Museo non consentono di risalire a una datazione precisa dell'animale, ma secondo le prime indagini del gruppo di esperti che sta lavorando al restauro il coccodrillo risalirebbe alla fine del 500. Dal reperto verrà estratto nelle prossime settimane un campione di Dna per risalire a una datazione più precisa.

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Era in quel castello una fossa sottoposta al livello del mare, oscura, umida, nella quale si solevano cacciare i prigionieri che si volevano più rigidamente castigare: quando a un tratto si cominciò a notare con istupore che, di là, i prigionieri sparivano» (Benedetto Croce, Storie e leggende napoletane)

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Non mancava, alle prigioni del Maschio Angioino, il consueto e un po' macabro arredo di catene arrugginite, di porte cigolanti e botole spettrali. Bisogna precisare che le leggende relative alla presenza di un «immondo rettile» - come lo definì Alexandre Dumas nella Storia dei Borbone di Napoli - sono due. La prima ci riporta, come dicevamo, ai tempi di Ferrante d'Aragona, che regnò a Napoli dal 1458 al 1494. Inquadriamo storicamente la leggenda. Fu proprio ai tempi di re Ferrante che vennero ampliate le opere di difesa del Castello e nacque il Largo di Castel Nuovo, ubicato tra la cittadella (ovvero l'insieme di corpi bassi costituiti per lo più da piccole torri cilindriche collegate da cortine) e gli orti dell'Imperatore (gli antichi giardini che occupavano la zona superiore dell'attuale piazza Municipio). Un grande ponte, metà in muratura e metà in legno, collegava la cittadella alla porta in ferro del Castello.

La seconda leggenda ci riporta invece ancora più indietro nel tempo, all'era della seconda regina Giovanna, dipinta - ingiustamente - come una Messalina dispotica, perfida e perennemente affamata di sesso. Giovanna II, o Giovanna di Durazzo, sorella di re Ladislao, regnò a Napoli dal 1414 fino al 1435, anno della sua morte; e con lei la storia diventa ancora più cupa e si tinge di nero giacché, dopo aver ospitato nella sua alcova amanti di ogni estrazione sociale - rampolli di corte e giovani popolani di bell'aspetto - per soddisfare le sue voglie, usava farli precipitare in un pozzo attraverso una botola segreta, perché non lasciassero tracce. Ad accoglierli a fauci spalancate, naturalmente, il coccodrillo della leggenda. Per brama di potere o per capriccio, «Giovanna la pazza» ordì oscure trame e ordinò assassinii nelle segrete del Maschio. In particolare, ordinò l'assassinio di un amante divenuto troppo potente e ambizioso, quel Sergianni Caracciolo che da favorito e Gran Siniscalco della corona angioina aveva acquisito un potere tale da rappresentare una minaccia.

Ci avventuriamo in un terreno delicatissimo e affascinante. Per Luigi Maglio, presidente dell'istituto italiano dei Castelli, «non può escludersi che una delle torri dell'originario castello angioino, completamente perduto con la ricostruzione aragonese, fosse provvista di una oubliette, termine francese derivante da oublier, dimenticare, un ambiente sotterraneo cui si accedeva attraverso una botola a volte nascosta nella pavimentazione, riservato a far scomparire prigionieri o personaggi scomodi dei quali ci si voleva disfare in segreto e dimenticare». Questi locali, come hanno dimostrato le indagini archeologiche, potevano confondersi facilmente con latrine, cantine o depositi per la conservazione degli alimenti, molto più diffuse nei castelli medievali, cavità che potevano presentare caratteristiche similari. «Le autentiche oubliette - prosegue Maglio - erano dotate generalmente di accorgimenti per garantire comunque la sopravvivenza del prigioniero, ad esempio panchine di pietra per un minimo isolamento dall'umidità del terreno, pur se in condizioni di grande sofferenza (freddo, assenza di luce, umidità diffusa); il cibo veniva calato attraverso una fune». Le oubliette sono piuttosto rare, tra quelle accertate ad esempio in Francia vi sono quelle della Bastiglia, del Fort La Latte in Bretagna e nel castello di Pierrefonds, queste ultime studiate accuratamente da Eugène Viollet le Duc, il grande architetto francese restauratore di chiese e castelli durante la seconda metà del XIX secolo. Tra storia e leggenda, dunque, il mistero continua.
Domenica 14 Aprile 2019, 18:00 - Ultimo aggiornamento: 15 Aprile, 09:40
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