«Il mio nome è Ilva», la Figlia dell'Altoforno nata sotto le bombe

Domenica 31 Ottobre 2021 di Vittorio Del Tufo
«Il mio nome è Ilva», la Figlia dell'Altoforno nata sotto le bombe

«C'era una bellezza che non so dire in quella pignatta per titani.
La bellezza di ciò che è smisurato, di ciò che oltrepassa a tal punto i confini del nostro convenzionale senso della dimensione da porsi come una sorta di aggressivo mistero sull'uomo e la sua smania di onnipotenza»

(Ermanno Rea, La dismissione).


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La piccola Ilva nacque sotto le bombe.
Era il 30 ottobre del 1943. Dopo l'arrivo delle truppe anglo-americane la popolazione era convinta che ormai la guerra, almeno a Napoli, fosse finita. Invece le sofferenze dei cittadini erano destinate a durare ancora a lungo. Quella notte, per cercare rifugio dall'ennesima incursione aerea sui quartieri occidentali della città, Arturo Sollo, guardiano allo stabilimento siderurgico di Bagnoli, trascinò la famiglia nei ricoveri degli altoforni.

Poco prima dell'alba la moglie di Arturo, al nono mese di gravidanza, diede alla luce una bambina alla quale fu dato il nome della fabbrica: Ilva. Una fabbrica-mondo: il mondo di Arturo, della sua famiglia e di migliaia e migliaia di napoletani che nelle ciminiere dell'Ilva vedevano un corpo pulsante, ricco di vita, quasi le radici antiche e profonde di una storia collettiva, la storia di un popolo e di un quartiere.

Dieci anni dopo quella incredibile notte, nell'agosto del 53, Arturo Sollo scrisse al direttore del cantiere Ilva per chiedergli un piccolo sussidio straordinario. «Io, in qualità di padre di numerosa prole e trovandomi in ristrette condizioni finanziarie, spero che la presente richiesta venga presa in considerazione, e ringrazio sentitamente a nome di Ilva».

La storia del guardiano Sollo e della Figlia dell'Altoforno è rimasta custodita - per anni, come tante altre - nel grande Archivio Generale dell'Italsider, ospitato fino al 2014 nell'ex magazzino ricambi di via Coroglio, un grande edificio che confina con il Circolo Ilva di Bagnoli. Durante la dismissione, cominciata nel 1996, furono trasportati nel Grande Archivio tutti i documenti custoditi nei tanti edifici abbattuti. L'archivio - nei cui locali Ermanno Rea trovò i documenti che ispirarono il suo bellissimo libro La dismissione - è così diventato un luogo della memoria. Fascicoli personali, buste paga, disegni tecnici, foto storiche, danni di guerra, colonie aziendali, feste della befana per i figli dell'Italsider. Insomma storie di vita, e nello stesso tempo un pezzo di storia di Napoli. La cui dissolvenza - la lenta e drammatica dismissione dello stabilimento siderurgico - è ancora oggi una cicatrice sul volto della città.

Dopo la guerra furono gli stessi lavoratori, riunitisi in cooperativa, a rimettere in senso lo stabilimento, che riaprì nel giro di un paio d'anni. La piccola Ilva nata sotto le bombe, nel ventre dell'acciaieria, oggi è una signora di 78 anni. Vive in Florida, dove si è trasferita negli anni 60 con il marito, un soldato americano conosciuto a Napoli. Non ha dimenticato l'acciaieria che le ha fatto da capanna. Ed è rimasta in contatto con la famiglia dell'Italsider: qualche anno fa ha organizzato un incontro con Vittorio Attanasio, storico casco giallo che oggi dirige il Circolo Ilva custodendo i ricordi, indelebili, di un mondo scomparso.

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Giovanni Capasso, ingegnere, classe 1956, ultimo assunto della cittadella siderurgica, è anche il responsabile dell'Archivio Storico, un'autentica miniera di informazioni relative alla vita degli operai dalla nascita della fabbrica fino alla dismissione. Questo immenso patrimonio documentale rischia oggi di andare disperso: nel 2014, infatti, col fallimento della Bagnolifutura, l'archivio del personale fu trasferito a Monte Rotondo, nei capannoni della Fintecna (che ne aveva bisogno per continuare a realizzare i curricula dei lavoratori che erano stati esposti all'amianto). In via Coroglio sono rimasti i disegni tecnici relativi agli impianti succedutisi nelle diverse fasi nel centro siderurgico di Bagnoli.
Carte di ferro che raccontano la storia della fabbrica che non c'è più. Un patrimonio di documenti che risalgono al lontano 1904, con la prima pietra della fabbrica sorta con la legge per la industrializzazione di Napoli fortemente voluta da Francesco Saverio Nitti. Ghisa, ferro e acciaio all'inizio del secolo erano il motore dell'economia italiana, e per produrre ferro e acciaio bisogna impiantare colossali centri siderurgici con migliaia di operai.
In quegli stessi anni, contemporaneamente al primo altoforno, nacquero il Circolo Ilva e la Società di mutuo soccorso Ilva. Bagnoli diventò terra di lavoro, ma anche terra di solidarietà e di riscatto civile, cuore della Napoli operaia e produttiva del Novecento, incastrata tra i miti e leggende di Posillipo e dei Campi Flegrei.

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Ermanno Rea, l'autore di Mistero napoletano, arrivò a Bagnoli nel 2000: era stato incaricato dal Comune di Napoli di realizzare alcune cartelle da inserire nel bando per la progettazione del futuro Parco Urbano. L'idea del Comune era quella di consegnare ai progettisti, oltre alle solite planimetrie e regolamenti, anche la memoria della fabbrica, della sua classe operaia, della sua epopea sindacale. Rea rimase a Bagnoli sei mesi, durante i quali piantò letteralmente le tende in un ufficio dell'archivio Ilva. Mangiò tutti i giorni alla mensa aziendale e chiese di poter intervistare una decina di dipendenti che avessero lavorato in fabbrica da tre generazioni: nonno, padre e loro stessi. Poi decise di concentrare la sua attenzione su un dipendente in particolare, Vincenzo Buonavolontà, che aveva svolto un ruolo molto attivo nella dismissione dello stabilimento.

È Vincenzo Buonavolontà il Buonocore del romanzo di Rea. Un personaggio reale, dunque, in carne e ossa (a differenza di Marcella, personaggio di fantasia, che rappresenta il quartiere e la fabbrica in agonia). Per anni, prima del (brusco) pensionamento, Buonavolontà (che oggi ha 73 anni) è stato tecnico specializzato alla guida delle colate continue. Al colpo durissimo della dismissione - l'arrivo dei cinesi, la fabbrica-mondo da smontare pezzo pezzo, dopo una ristrutturazione costata lacrime e sangue - Vincenzo reagì davvero mettendo in mostra il suo genio operaio, in uno stato di esaltazione quasi nevrotica. Nel romanzo di Rea questa «meravigliosa dedizione» finisce con l'attirare, sul tecnico, l'attenzione non esattamente benevola dei compagni di fabbrica. Ben oltre il romanzo, Buonavolontà ancora oggi è convinto che l'unico modo per superare il trauma della dismissione fosse quello di fare in modo che questa avvenisse «a regola d'arte, bullone per bullone, come un capolavoro». Capolavoro per il quale, come tanti altri protagonisti di quel drammatico finale di partita, fu premiato con tanti saluti e una pacca sulle spalle.

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Lo incontriamo nella sede del circolo Ilva, davanti alla grande spianata dello stabilimento scomparso. «Che spreco», ripete spesso mentre rievoca il passato. Il circolo Ilva, dalla storia gloriosa, non solo è sopravvissuto alla fabbrica, ma è oggi una delle associazioni sportivo-culturali più prestigiose della città. Lo è diventato traendo la propria forza nel radicamento sociale e territoriale, nell'impegno e nella passione profusi quotidianamente da tanti soci, ex caschi gialli e figli di ex operai, che collaborano attivamente all'organizzazione della vita associativa. Un presidio di aggregazione sociale in un quartiere che vive da oltre trent'anni nel sogno di una riconversione fallita. Uno dei pochi luoghi vivi in un panorama urbano affollato di macerie. E di fantasmi.

(1/continua)

Ultimo aggiornamento: 15:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA