La carogna, i tirapiedi
e i panni sporchi
della Napoli anni '70

Domenica 8 Dicembre 2019 di Vittorio Del Tufo
«I panni sporchi si lavano in famiglia. E questo è un bucato intero» (Attilio Veraldi, La mazzetta».

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Don Michele Miletti è un uomo di rara antipatia, che guarda i suoi tirapiedi come se fossero scarafaggi. È uno speculatore edilizio traffichino e corruttore, in affari con la camorra e con il sottobosco politico: una vera carogna. Un giorno don Michele si rivolge al suo avvocaticchio e commercialista di fiducia, Sasà Iovine, uno stracciafacente abusivo e dall'aria sgangherata assai, affinché rintracci, in una Napoli losca, disperata, sensuale, viziosa e corrotta, la figlia scappata di casa dopo avergli sottratto documenti compromettenti. «I panni sporchi si lavano in famiglia», gli dice. «E questo è un bucato intero!». È il plot attorno al quale ruota l'intreccio di uno dei romanzi-cult del giallo italiano, La mazzetta, scritto alla metà degli anni 70 da un napoletano errante e talentuoso, Attilio Veraldi, autore che ha svecchiato - reinventandola - la narrativa di genere, facendola uscire dai salotti buoni e mandandola a prendere una boccata d'aria fetida per le strade di Napoli e del suo hinterland.

Anche quelli di Veraldi sono luoghi della memoria. Trasfigurati in una magistrale costruzione letteraria, da La Mazzetta, appunto, agli altri tre libri di maggior successo, L'uomo di conseguenza, Naso di cane e Il vomerese, romanzo potente e profetico con al centro la storia di un gruppo di terroristi rossi con base a Napoli. Con Veraldi esplode il romanzo poliziesco di scuola napoletana, che conoscerà negli anni, e soprattutto ai giorni nostri, parecchi e fortunati epigoni. Qualità stilistica, arguzia psicologica (degna di Simenon, o di Fruttero e Lucentini) e tanta topografia: calpestare, a distanza di quarant'anni, le strade dove Veraldi ambientò i suoi romanzi è un'avventura emozionante.

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Napoli, 1976. Il sindaco è Maurizio Valenzi, il capitano degli azzurri è Antonio Juliano, il partito più votato è il Pci, seguito dalla Democrazia Cristiana e dal Movimento Sociale. E il questore è un superpoliziotto, Paolo Zamparelli. L'ufficio di Michele Miletti, luomo «forse più ricco di Napoli», magro e affusolato ma con un triplo mento «che pareva avere una triplice vita a parte», è in via Marina. Che ai tempi in cui Veraldi scrisse il libro non doveva poi essere tanto dissimile dall'enorme tubo di scappamento a forma di strada in cui è ridotta oggi. Altro luogo de La mazzetta è il villino Elena sul Faito, sulla strada per San Michele, con le «pozze nere ai margini sbriciolati dell'asfalto», dove la figlia di Miletti, Giulia, è scappata portandosi via i segreti scabrosi del padre. E dove Sasà Iovine, l'avvocaticchio abusivo, si ritrova coinvolto in un malaffare molto più grande di lui. Invece a Posillipo, sotto una pergola sbilenca che ricopre l'estremità di un piccolo molo, e a pochi metri «da un'acqua che sembrava morta», il povero Sasà viene costretto a ingurgitare, uno dopo l'altro, svariati piatti di linguine e poi spaghetti al nero di seppia («Un'indicibile matassa di pasta immersa in un sugo nero e denso»). Una sublime e grande abbuffata sotto lo sguardo imperturbabile dei gemelli-guardiani-torturatori. Finitevi il piatto, gli intimeranno minacciosi i suoi commensali, la grazia di Dio non si lascia.

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Veraldi concedeva poco o nulla alla macchietta napoletana, scegliendo per i suoi romanzi, piuttosto, un'ambientazione da hard boiled californiano. Conosceva bene quel tipo di letteratura, le cui radici sono ben piantate nei romanzi di Dashiell Hammett (fine anni Venti) e, successivamente, in quelli del grande Raymond Chandler. Veraldi calò le tecniche narrative tipiche dell'hard boiled americano nelle atmosfere della sua città, creando un'irresistibile miscela di humour nero e violenza. Dipingeva meglio di tutti i faccendieri di mezza tacca, sempre in bilico tra legalità e illegalità, e l'ombra dentro cui si muovevano e si muovono, oggi come negli anni 70. Uomo «forse un po' pigro per naturale disincanto», come lo definì Ernesto Ferrero, Veraldi cominciò a scrivere gialli a cinquant'anni. Fino ad allora era stato instancabile traduttore dall'inglese e dalle lingue scandinave e collaboratore editoriale. Fu Mario Spagnol, allora direttore editoriale della Rizzoli, a convincerlo a mettersi all'opera, e nell'estate del 1976 uscì La mazzetta. E furono subito applausi. Che tipo era Veraldi? Antonio Franchini, che lo aveva conosciuto in Mondadori pubblicandogli Scicco, raccontò allo scrittore Marco Ciriello di quella volta che domandò a Veraldi perché fosse andato a vivere in Scandinavia, nel dopoguerra. «E lui rispose: Perché in Svezia si chiavava, a Napoli no. Smentendo il luogo comune di Napoli troiaio a cielo aperto in tanti libri».

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«E va bene, non l'hai capito. Te lo diciamo noi allora. Siamo i Gemelli di don Nicola e ci ha mandati lui. Ci ha mandati per quella cartelluccia, ma non l'abbiamo trovata. E tu ora questo ci devi dire, dove l'hai cacciata».

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Il malaffare raccontato ne La mazzetta è talmente sporco che Sasà Iovine prenderà parecchie mazzate, soprattutto dai Gemelli di don Nicola, ma l'avvocatucolo sopporterà tutto per inseguire la mazzetta, ovvero l'elargizione, una percentualina che non ha alcuna intenzione, come tutti gli altri, di farsi sfuggire. Mazzetta che di giro in giro, di sberla in sberla, di committente in committente, si ingrosserà sempre di più. Una delle scene cult del libro è ambientata in via Orazio, all'angolo con via Catullo. Qui Sasà incrocia uno dei suoi aguzzini, il più manesco e brutale dei Gemelli, e gli piomba addosso dritto, sparato, ululante e abbagliante, con l'intenzione di toglierlo dalla faccia della terra. «Il più bel giallo italiano che io abbia mai letto», scrisse Oreste Del Buono, che di gialli se ne intendeva, mentre Diego De Silva ha affermato con una certa perentorietà che «se Quentin Tarantino leggesse questo libro verrebbe a vivere a Napoli per un po'».

A distanza di tanti anni, l'inventore dell'hard boiled napoletano - che ha aperto la strada a molti scrittori di genere venuti dopo - continua a essere «riscoperto». A beneficio di chi, per i più svariati motivi (prevalentemente anagrafici) se lo era perso negli anni 70. Già l'editore Avagliano, tempo fa, aveva rimesso in circolazione tutte le opere di Veraldi. Recentemente è stato Ponte alle Grazie a scommettere nuovamente sull'autore de La Mazzetta.

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Alla fine degli anni 70 il regista Sergio Corbucci mise a segno un dittico partenopeo strepitoso, coniugando le atmosfere del noir all'italiana con quelle della commedia. A inaugurare questo breve ciclo partenopeo, nel 78, fu proprio La Mazzetta, tratto dal bestseller di Veraldi, con Nino Manfredi nel ruolo dello sgangherato avvocato Iovine e il grande Paolo Stoppa nei panni dello speculatore farabutto, mentre Ugo Tognazzi è un placido commissario. L'anno successivo sarà la volta di Giallo napoletano (vedi Uovo di Virgilio del 17/11/2019). Nella trasposizione de La mazzetta, il regista romano venne affiancato da cinque sceneggiatori del calibro di Dino Maiuri, Massimo De Rita, Elvio Porta, lo stesso Veraldi e l'allora cinquantenne Luciano De Crescenzo, che sei anni dopo farà il botto con un certo professor Gennaro Bellavista, docente di filosofia in pensione. Ultimo aggiornamento: 22:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA