La regina stregata dal cuore di tenebra di Capodimonte

di Vittorio Del Tufo

«Ferdinando, sta attento! Perché questi (i ministri di corte, ndr) ti rendono nemici i popoli. Perciò, prima di ascoltarli, raccomandati alla Madonna!» (Maria Cristina di Savoia in Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli)

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Lui scherzoso, rozzo e volgare, dall'indole «menzognera e beffarda». Lei timorata di Dio e religiosa a tal punto da meritarsi l'appellativo di santa. Lui in tutto e per tutto simile ai suoi lazzaroni, «non solo perché ne parlava abitualmente il dialetto come il nonno, ma anche e soprattutto per l'ignoranza abissale» (Ghirelli, Storia di Napoli). Lei torinese austera, frastornata dall'esuberanza del marito, al quale restò tuttavia sottomessa e devota fino all'ultimo giorno. Prima che l'impetuoso scapolo d'oro Ferdinando II di Borbone facesse irruzione nella sua vita, la giovane principessa sabauda Maria Cristina era riuscita a districarsi tra numerose proposte di matrimonio. Anche l'erede al trono di Francia, il duca d'Orleans, primogenito di Luigi Filippo, avrebbe voluto impalmarla, ma la madre di lei si oppose: era Maria Teresa d'Austria, sorella della regina di Francia morta tragicamente sulla ghigliottina, e, come ricorda Vittorio Gleijeses in Napoli nostra e le sue storie, «non si era sentito l'animo di vedere la figlia su quel trono che era stato fatale alla sua disgraziata congiunta». 

Maria Cristina di Savoia, la figlia minore del re Vittorio Emanuele I, sposò Ferdinando II, re delle Due Sicilie, il 21 novembre del 1832. Il figlio di Francesco I raggiunse la sposa in gran segreto, pochi giorni prima delle nozze, viaggiando verso Torino con un passaporto fittizio intestato a un certo a Ferdinando Palermo, diretto in Svizzera per «questioni di salute». Maria Cristina aveva appena vent'anni e, come racconta la baronessa Olimpia Savio di Bernsteil, sua conoscente e a quei tempi una delle signore più note di Torino, «era bella, d'una bellezza seria e soave: alta di statura, bianca di carnagione, due grosse onde di ciocche brune inanellate ornavano poeticamente quel volto, pallido, illuminato da due grandi occhi espressivi. Vestiva un abito azzurro e bianco, colori del cielo a cui era destinata». 

Che fosse destinata al cielo apparve subito chiaro dai sentimenti religiosissimi che manifestava, e che stridevano con l'esuberanza del pur devoto Ferdinando. Il quale non rinunciò mai a prendersi gioco del mondo. «I suoi scherzi triviali a corte, perfino ai danni della santa moglie, diventano presto famosi come la sua generosa e sciatta promiscuità con il popolo nelle strade, al mercato, in caserma» (Ghirelli, Storia di Napoli). Maria Cristina cercò di tenere a freno il temperamento del marito, ma dovette convivere con i suoi modi rozzi. Famoso l'episodio della seggiola, che lui le sfilò da sotto il regale sedere facendola ruzzolare a terra, davanti al pianoforte. «Credevo di aver sposato il re di Napoli, non un lazzarone», lo incenerì lei, mentre il re di Napoli, degno erede del nonno Ferdinando I, si sganasciava dalle risate.

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«Conserva nella mente queste parole: nel mondo tutto è vanità, sogno, ombra fuggente» (messaggio lasciato in punto di morte da re Francesco I al figlio primogenito, Ferdinando II. Francesco morì l'8 novembre 1830, dopo quattro giorni di convulsioni, in mezzo a uno stuolo di monaci, di medici e di preghiere).

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Per tutta la durata della sua (breve) esistenza, Maria Cristina aiutò i poveri e gli umili di Napoli, guadagnandosi l'appellativo di reginella santa. Trasformò una saletta del Palazzo Reale in una cappella, dove si conserva ancora il suo inginocchiatoio. Convinse il marito a sospendere le condanne capitali e a recitare il rosario tutte le notti, soprattutto alla vigilia delle decisioni importanti. Obbligò le ballerine del San Carlo a indossare orribili mutandoni neri e si affezionò moltissimo alla cognata, Maria Antonietta delle Due Sicilie, di due anni più giovane di lei. Quando, la prima domenica di luglio, la statua di San Vincenzo Ferreri, O Munacone, veniva portava a spalla in processione preceduta dalla banda della Sanità che intonava la marcia reale, Maria Cristina la aspettava davanti al monastero di via Sapienza, a Costantinopoli, prostrandosi al suo passaggio. La regina approfittò certamente del suo ruolo per fare opere di bene e si adoperò a lungo a favore della colonia di San Leucio, risollevandola dal declino e riportando le seterie ai livelli di un tempo.

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Un luogo più di altri, a Napoli, è legato al ricordo della «reginella» beatificata nel 2014. È una caverna, conosciuta da tutti come «la grotta di Maria Cristina», e si trova nel bosco di Capodimonte: un'antica cava che servì per lungo tempo per l'estrazione del tufo. È un luogo suggestivo che sembra trarre ispirazione dalle vicine catacombe romane, e dal loro lugubre gusto sepolcrale; si possono ancora notare, lungo le pareti, resti di loculi ed edicole votive. I biografi di Maria Cristina sostengono che in quella grotta - oggi sbarrata: l'accesso è negato - la giovane regina trascorresse molte ore del giorno, pregando per il marito e forse affliggendosi per l'erede che avrebbe voluto dargli (e che poi, finalmente, sarebbe arrivato: l'ultimo re Borbone della storia di Napoli). Una perfida leggenda narra, invece, che nella grotta di Capodimonte Maria Cristina amasse trascorrere il tempo in ben altre faccende, incontrando i suoi numerosi amanti e facendoli poi uccidere per nascondere le tracce dei suoi tradimenti. Temperamento focoso, da mantide, che mal si concilia con la vita ordinata e serena di Maria Cristina, con la sua mitezza e con i suoi sentimenti religiosi. Più verosimile, invece, che nella caverna nell'Ottocento circondata da cipressi e salici piangenti, e oggi abbandonata e inaccessibile al pubblico, la giovane sovrana trascinasse il riottoso marito a recitare il rosario e pregare per gli affari del Regno. E della benedizione del Padreterno, in quei tribolati anni, c'era più che mai bisogno.

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A tutti coloro che poterono gettare uno sguardo sulla regina parve di vedere un angelo (Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli).

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Maria Cristina morì a soli 24 anni, nel 1836, dando alla luce il figlio Francesco, che diventerà l'ultimo Re di Napoli. La sua più grande gioia segnò anche la sua fine: fu colpita infatti da un'infezione puerperale appena otto giorni dopo la nascita del principe ereditario. «La sua dolcezza e la sua devozione lasciano nella popolazione napoletana un ricordo commosso, che immediatamente alimenta una fama di santità: le verranno attribuiti numerosi miracoli e la Chiesa la dichiarerà venerabile» (Gianni Oliva, Un regno che è stato grande). Le sue spoglie furono tumulate nella chiesa di Santa Chiara, il pantheon dei sovrani borbonici. Fu lo stesso Ferdinando, che meno di un anno dopo si risposò con Maria Teresa d'Asburgo-Teschen, ad avviare il processo di beatificazione della giovane, dolce sovrana dal regno breve.
Domenica 30 Settembre 2018, 15:28
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