Lina, il fiore spezzato
e l'angelo che sorride
ai bimbi del Santobono

di Vittorio Del Tufo

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
(Eugenio Montale)

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Una villetta a tre piani, di stile classico. Un'immensa Bouganvillea che ne copriva l'intera facciata. Grandi piante di ortensie, alberi di camelie bianche e rosse e piante di fichi d'india da cui si ricavava, secondo la ricetta di una suora africana, un prezioso sciroppo per la tosse e la pertosse. Il Santobono, prima del Santobono, era un giardino di delizie. Ed era una residenza di antichi principi - i Santobono, appunto - che per accedervi attraversavano un maestoso portone d'ingresso in legno, in via San Gennaro ad Antignano. Fu in quella villa, con annessa chiesetta alla quale si arrivava passando sotto un corridoio di ferro battuto ricoperto di piante rampicanti - che nel 1918 venne allestito un centro di prevenzione dedicato ai bambini a rischio-tubercolosi, i quali potevano trarre giovamento dall'amenità e dalla salubrità del luogo. Attenzione alla data: in quello stesso anno - il 1918 - nel complesso di Villa Dini a Posillipo nasceva l'ospedale pediatrico Opera Pia Pausilipon. E cominciava a prendere forma un progetto ambizioso: gli ospedali riuniti per i bambini di Napoli. Progetto nato, a sua volta, come evoluzione di una straordinaria ed innovativa esperienza assistenziale, che aveva visto la luce una quarantina d'anni grazie al gesto d'amore di una donna coraggio: la duchessa Teresa Ravaschieri, figlia di Carlo Filangieri, già capo delle milizie borboniche di Ferdinando II e di Francesco II, e nipote del filosofo Gaetano Filangieri. Teresa Filangieri Ravaschieri è la donna a cui è dovuto il primo ospedale chirurgico per bambini in Italia, il Lina Ravaschieri, sorto sul corpo di fabbrica di un antico edificio seicentesco, nel cuore di Chiaia. Un ospedale dedicato alla memoria di una bambina speciale: alla quale, nell'assistenza prima e nel ricordo poi, Teresa consacrò la sua intera esistenza.

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È la notte tra il 22 e il 23 aprile 1988. Alcuni ladri fanno irruzione al secondo piano di via Croce Rossa 8, l'edificio confinante col giardino del Convento delle Figlie della Carità, nei pressi dell'attuale via Crispi. Qui la nobildonna napoletana Teresa Filangieri aveva inaugurato, nel 1880, il suo ospedale, dedicato interamente all'infanzia. I ladri portano via, tra le altre opere, anche un busto in terracotta realizzato da Francesco Jerace e raffigurante una bambina. Quella bambina si chiamava Lina e la città deve a lei - alla sua malattia, e allo straziante dolore di sua madre - la realizzazione del primo ospedale dedicato ai piccoli degenti.

Teresa Filangieri era nata a Napoli nel 1826. Filantropa, scrittrice, giornalista, protagonista dei salotti nobiliari della capitale borbonica ma anche dei fermenti che attraversarono la città a più riprese, fino alla tormentata stagione dell'Unità d'Italia. Nel 1848 sposò il duca Vincenzo Ravaschieri Fieschi, continuando a dedicarsi ad attività socio-assistenziali e ad opere umanitarie (famose le «cucine economiche» che offrivano pasti gratis ai poveri durante le economie di colera) assieme a personalità del calibro di padre Capecelatro, che poi diventerà cardinale, di Alfonso Casanova, di fra' Ludovico di Casoria. Teresa raccoglieva letteralmente per strada numerosissimi indigenti assumendoli in casa come domestici o mantenendoli economicamente. Quando, durante una visita a Roma, entrò nell'ospedale del Bambin Gesù, ne restò a tal punto affascinata da ripensare a quell'ospedale, a quella esperienza assistenziale, alcuni anni dopo, quando la sua unica figlia, l'adorata Lina, nata nel 1848, contrasse ad appena 6 anni la malattia («ghiandolare») che sei anni dopo l'avrebbe portata alla morte.

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«Si teneva la testa fra i piedini raccogliendosi su se stessa come un anello... Ritornarono i dolori con la febbre e la mia Lina, mettendosi a letto, mi disse: Mamma mia, la felicità non è per me... Di giorno non mostrava il suo dolore ma di notte la sentivo piangere. Mentre cresceva il suo amore per me, in me cresceva il dolore di vederla soffrire. Di giorno e di notte non voleva che me, eravamo unite da un amore così forte da sembrare che luna prendesse vita dall'altra... Lina, Lina mia - le dicevo - sei stata e sarai sempre la vita della vita mia». (Dal libro «Io, Teresa Ravaschieri» di Valeria Jacobacci, Fiorentino editore).

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Sono anni terribili, per Teresa. Lina affronta la malattia con coraggio e lucida rassegnazione. Fino all'ultimo istante. «Maman - ripete spesso alla madre - la nuit je ne dors pas, mais je suis tranquille, car je pense que Dieu est au Ciel». Muore il 1 settembre 1860. Quel giorno stesso, Teresa decide che nel suo nome avrebbe fondato a Napoli un ospedale per bambini.

L'occasione si presenta diciotto anni dopo. È il 1878, un pomeriggio di febbraio. Teresa quel giorno decide di recarsi all'Arco Mirelli, a Chiaia, per trovare le Figlie della Carità nella loro casa spirituale. «La madre, Mère Cordero, rivolse gli occhi verso un vecchio e buio edificio posto in alto, al confine orientale del giardino, e disse: È lì che dovrebbe sorgere il vostro Ospedale! (Valeria Jacobacci, «Io, Teresa Ravaschieri»). Quelle cadenti mura servivano come ricovero per le vedove e le orfane di militari borbonici, Teresa non aveva mai visto un luogo più malandato e sporco. Eppure, pensa valutandone la posizione e la «magnifica esposizione al sole», quell'edificio sarebbe un ospedale perfetto. Comincia a prendere informazioni, mette a frutto le sue conoscenze. Alla fine ottiene il permesso di utilizzare quell'area, e i lavori finalmente possono avere inizio. «Lasciatemi alla mia follia», ripete agli amici e ai parenti. Decide di riempire di grazia, oltre che di bambini ammalati, quel luogo tetro e cadente. Contatta lo scultore Francesco Jerace, gli affida il compito di realizzare altorilievi e stucchi raffigurante l'Angelo della Resurrezione e una Madonna che viene giù dal cielo per dare sollievo ai piccoli infermi. L'arte, diceva Teresa, non è diversa dalla carità. «Non vorrei una carità scabra, arcigna e fredda. La carità è amore e non può fare a meno della bellezza».

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È il 25 giugno 1879 quando l'ospedale di Lina vede finalmente la luce. La «casa» dei bambini sofferenti di Napoli disponeva di ventiquattro piccoli letti; ogni singolo lettuccio veniva mantenuto grazie alle rette pagate da benefattori. Dal quel seme germogliarono altre iniziative, come l'ospedaletto - che un tempo faceva parte della struttura - realizzato grazie all'eredità di Antonio Ranieri, il devoto amico di Giacomo Leopardi. Poi la nascita del preventorio antitubercolare allestito nella residenza dei principi di Santobono, in via San Gennaro ad Antignano, primo nucleo del grande ospedale dell'infanzia che da quei nobili benefattori ha derivato il nome. È l'alba degli Ospedali Riuniti per Bambini. Il «Ravaschieri» di via Croce Rossa, nato dal sogno di una madre coraggio, diventa il tassello di un mosaico assistenziale più ampio; sul fronte della chirurgia e dell'ortopedia pediatrica Napoli è all'avanguardia. Oggi la piccola Lina guarda la grande opera di sua madre dalle vecchie foto appese alle pareti del «Ravaschieri», in via Croce Rossa, sede amministrativa dell'azienda ospedaliera Santobono-Pausilipon. È il piccolo angelo che sorride e protegge dall'alto i bambini del Santobono.
Domenica 12 Maggio 2019, 19:00 - Ultimo aggiornamento: 12-05-2019 23:53
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