Zì Nennella e le altre,
la memoria perduta
dell'acqua nata dal mito

Domenica 22 Novembre 2020 di Vittorio Del Tufo

«Chi vo' vevere, che è fredda!»

(richiamo degli antichi acquaioli napoletani, e in particolare di Zi' Nennella, che aveva il suo memorabile banco di marmo in piazzetta Teodoro Monticelli, davanti a Palazzo Penne)
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L'archeologia napoletana sta vivendo da alcuni anni una stagione esaltante, con ritrovamenti importanti in grado di ridisegnare il tracciato urbanistico della città, frutto di innumerevoli stratificazioni. Così come i lavori per il metrò a piazza Municipio saranno ricordati un giorno per il ritrovamento delle cinque imbarcazioni di epoca romana grazie alle quali è oggi possibile ricostruire l'esatto profilo della costa e dunque, in parte, il profilo dell'antica Neapolis, allo stesso modo i lavori di ammodernamento della banchina portuale al molo Beverello verranno ricordati per aver riportato alla luce, dopo cinquecento anni, il mitico Beverellum dell'acqua suffregna di Napoli. Ovvero il luogo dove l'acqua suffregna emergeva incontrando il mare.

Una scoperta straordinaria che ci consente di apprezzare quella che un tempo era un'autentica eccellenza napoletana: la ricchezza delle sorgenti. Per quanto ci sforziamo di oltraggiarlo, con il degrado, l'incuria e l'urbanizzazione selvaggia, il passato continua a parlarci, a riaffiorare in tutto il suo splendore e a raccontarci storie incredibili.

L'incredibile storia del Beverellum dell'acqua suffregna, che ha dato il nome al molo piccolo vicereale - il nome Beverello, o Beverellum, deriva da biberellum, stando proprio a indicare un luogo in cui ci si abbeverava - ci riporta in un luogo mitico e leggendario: il ventre del Monte Echia, che domina Santa Lucia. Da quella fonte sgorgava l'acqua delle mummare, dal nome delle anfore di creta con due manici con un tappo di sughero utilizzate per prelevarla - all'altezza dell'attuale hotel Royal Continental - e trasportarla senza il rischio di comprometterne le qualità.

La ricchezza delle sorgenti napoletane - come ricorda Antonio Pariante del Comitato Portosalvo, uno dei custodi della memoria cittadina - era riconosciuta in tutto il mondo ed in epoca vicereale era particolarmente richiesta dai sovrani di Spagna che, apprezzandone la grande qualità organolettica, mandavano le loro navi cisterna a farne continue scorte. «Oggi la capitale delle preziose sorgenti è scomparsa e tutto questo non esiste più, ma quest'acqua rinnegata, come dice qualche eretico studioso, continua a scorrere sotto al molo assieme a quei dubbi progetti urbanistici che, attraverso gli interventi nel sottosuolo, ne hanno pericolosamente deviato il percorso e nascosto l'esistenza».
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All'alba le donne scendevano dal Pallonetto per raggiungere il Chiatamone. Lì raccoglievano l'acqua della sorgente del monte Echia, che serviva per rifornire i chioschi di Napoli e della provincia. «Ai primi dell'Ottocento - ricorda Vittorio Paliotti - la fonte era stata resa comodamente accessibile tramite una gradinata e, intorno a essa, si affollavano i dettaglianti e gli acquirenti. Il commercio al minuto veniva esercitato, per lo più, da donne giovani e vecchie, le quali peraltro ponevano una sorta di ipoteca sui passanti, nel senso che chi avesse una sola volta acquistato l'acqua da una di esse, era costretto a rimanere suo cliente a vita, pena in caso contrario una violenta reazione della tradita». (Vittorio Paliotti, Santa Lucia, dove Napoli nacque). Nell'800 buona parte dei mezzi di sostentamento dei luciani proveniva dalla vendita all'ingrosso e al dettaglio delle acque minerali. L'approvvigionamento era un esercizio democratico. Il 1 settembre 1731, durante il governo del viceré Luigi Tommaso Raimondo conte di Arrach, allo scopo di evitare ingiuste speculazioni fu amanata un'ordinanza il cui testo, inciso sul marmo, venne murato in via Chiatamone: «Appartenendo al nostro tribunale la piena cura di questa acqua ferrata sperimentata giovevolissima a' nostri cittadini, e ricorrendo all'uso di essa moltissima gente bisognosa della virtù di lei, (...) ordiniamo che nessuno ardisca intromettersi nella distribuzione di essa acqua». E nessuno si intrometteva: anche perché, in caso di trasgressione, erano previsti sei mesi di carcere. Per le grossiste d'acqua suffregna il guadagno, anche se piccolo, era assicurato. In alcuni casi le mummarelle, di cinque o sei litri, venivano portate direttamente nelle case dei privati: l'acqua sulfurea, o suffregna, del Chiatamone veniva adoperata anche per fare i bagni ai bambini gracili. Un mestiere disperso, come tanti altri.

Arrivò il colera, e cambiò tutto. Nel 73, preoccupate per la tenuta igienica delle mummare, le autorità sanitarie vietarono la vendita dell'acqua suffregna. Dei venditori d'acqua di Santa Lucia restarono solo i disegni, qualche foto e i ricordi degli ultimi acquafrescai, come la mitica Zi' Nennella che aveva il chiosco in piazzetta Teodoro Monticelli, davanti a Palazzo Penne, nelle stradine che furono di Matilde Serao e Pino Daniele. Fresca e leggermente frizzante, dal sapore acidulo, in alcuni casi l'acqua del Chiatamone aveva un odore che ricordava quello dell'uovo. I napoletani non smisero di amarla, anche quando non poterono più abbeverarsene, e la confinarono tra le cose perdute.
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Le sorgenti d'acqua nel territorio cittadino sono numerose e quasi tutte utilizzate, per scopi diversi, fino a qualche decennio fa. Si tratta di acque termo-minerali sulfuree o ferrate, le quali percorrono circuiti profondi, venendo a contatto con terreni di natura vulcanica, che ne arricchiscono e diversificano la composizione chimica a seconda del percorso effettuato e dei minerali incontrati. Le acque termo-minerali del Beverello, in particolare, provengono da una falda artesiana che si trova a una quota di circa cento metri (e più) sotto del livello del mare. Le acque del bacino idro-termale risalgono lungo le fratture verticali del tufo di monte Echia, raggiungendo la superficie e il mare. La falda del Monte Echia, com'è spiegato in uno studio dei geologi Riccardo Caniparoli e Antonio Ferraro, emergeva proprio nelle acque dell'antico Beverellum, Molo Beverello, all'altezza della darsena. L'acqua minerale, più leggera di quella marina, galleggiava su quest'ultima, consentendo ai velieri di prelevarla semplicemente aprendo i boccafondi, in modo da riempire le stive. I marinai ne avevano un gran bisogno, perché quell'acqua, essendo ricca di sali minerali, sopperiva alla carenza di sali legata alla sudorazione e non andava in putrefazione. Nel 2000 l'acqua suffregna tornò di nuovo a sgorgare anche lungo i marciapiedi nei pressi del Palazzo Reale, in via Riccardo Filangieri Candida Gonzaga, la strada che collega piazza Municipio con via Acton, sotto i bastioni di Castel Nuovo.
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«Ogni matina scengo a Margellina,
me guardo o mare, e vvarche e na figliola
ca stà dint'a nu chiosco: è n'acquaiola»
(Totò, L'acquaiola)
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Acqua suffregna, limone e un pizzico di bicarbonato. A rendere famosa Zi' Nennella fu una foto scattata da Luciano De Crescenzo e pubblicata nel suo libro La Napoli di Bellavista. L'acquaiola, che in realtà si chiamava Vincenza, non perdonò mai allo scrittore di non avergli regalato una copia del libro. Prima di lei, come ricorda Marco Perillo nel libro Le incredibili curiosità di Napoli, sua madre aveva avuto quattro figli, tutti e quattro morti. Così, per scaramanzia, si decise che Vincenza dovesse essere chiamata semplicemente a nennella, la bambina. Era una bella guagliona e i pretendenti non mancavano, ma non si sposò mai. Il suo chiosco di marmo, che risale alla fine dell'Ottocento, è imprigionato dentro un orribile scatola di assi di legno, proprio davanti al Pendino di Santa Barbara, la stretta viuzza dove secondo Curzio Malaparte vivevano «le nane più brutte del mondo». Potrebbe diventare un piccolo monumento alla memoria, invece è un monumento al degrado. Cosa si aspetta a liberarlo e farlo tornare alla luce, restituendolo alla città?

Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 08:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA